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Astronomia latina

Il mondo latino ed il “Somnium Scipionis”

Com’è noto la cultura latina non fu latrice di grandi scoperte astronomiche. Del resto tutto ciò ben si addiceva al pragmatismo tipico dei nostri antenati. Se non si scorgeva una qualche utilità pratica, quella nozione era considerata praticamente inutile: ebbero grande successo in questo campo dunque quelle opere (come i “Phaenomena” di Arato) che avevano come scopo di fondo quello di aiutare, attraverso la conoscenza del cielo, i contadini ed i naviganti.

Scrive infatti a questo proposito Plinio il Vecchio, autore della monumentale “Naturalis Historia”:

 

“…Nobis propositum est naturas rerum manifestas indicare, non causas indagare dubias…”

…ci siamo proposti di riferire l’evidenza dei fatti naturali, non di indagarne le cause incerte…

(Naturalis Historia XI, 8)

 

Ma non per questo dobbiamo credere che i latini fossero del tutto ignari dei movimenti celesti: come in molti altri campi la loro conoscenza del cielo si fondava sulla precedente cultura greca, ed in molte opere letterarie si risentono gli influssi di autori come Platone ed Aristotele. Dunque i romani avevano un’ampia conoscenza dei fenomeni celesti, paragonabile a quella dei Greci, con l’unica differenza che non compirono alcun passo avanti in una disciplina in cui non riuscivano a vedere risvolti pratici, esclusi i vantaggi per naviganti e contadini.

Un esempio calzante di opera letteraria latina che ha come base un gran numero di riferimenti astronomici è il “Somnium Scipionis” di Cicerone. Nonostante quello che si pensa, esso non è un’opera a sé stante, ma fa parte del 6° libro del “De re publica”, opera di orientamento politico. La sua impressionante fama rispetto al resto dello scritto consiste nel fatto che, fino al 1819, era l’unico scorcio del “De re publica” sopravvissuto allo scorrere del tempo.

Il protagonista di tutto il dialogo è Scipione l’Emiliano che, nell’arco di tre giorni, discute con alcuni amici di politiche di governo: nel 6° libro in particolare egli racconta di un sogno che ha avuto mentre si trovava in Africa, presso il sovrano Massinissa di Numidia. Nel corso della notte lo spirito di Scipione l’Africano, il nonno del protagonista, e quello di Lucio Emilio Paolo, che invece fu suo padre, vengono a prelevarlo dal suo letto e lo portano sulla Via Lattea, dove i grandi uomini di governo vengono ricompensati dei loro servigi resi in vita e godono di una eterna beatitudine. Il passo, che nasce nelle intenzioni dell’autore come esaltazione dei buoni governatori, ci viene in aiuto perché Cicerone necessariamente deve inserire riferimenti astronomici e celesti: veniamo così a sapere indirettamente quali teorie, al suo tempo, erano presenti in un uomo di cultura com’era il filosofo di Arpino.

Ora sistematicamente analizzeremo alcuni riferimenti estratti direttamente dal testo che, come si vedrà, costituiscono una vera e propria trattazione quasi scientifica della meccanica celeste.

Per prima cosa l’Emiliano, nel paragrafo 16, stupito di quanto sta vedendo attorno a sé, descrive quello che scorge:

 

“…erat autem is splendidissimo candore inter flammas circus elucens…”

…questo infatti era un cerchio luminoso di un candore abbagliante in mezzo ai fuochi astrali…

 

Ciò che sta descrivendo è proprio la Via Lattea:

 

“…quem vos, ut a Grais accepistis, orbem lacteum nuncupatis…”

…che voi, come avete appreso dai Greci, chiamate Via Lattea…

 

Alcune righe dopo riscontriamo due grandi intuizioni: in primo luogo dalla Terra non sono visibili tutti gli astri, alcuni rimangono nascosti alle osservazioni umane, secondo la Luna brilla di luce riflessa:

 

“…Erant autem eae stellae quas numquam ex hoc loco vidimus, et eae magnitudines omnium quas esse numquam suspicati sumus, ex quibus erat minima quae ultima a caelo, citima terris luce lucebat aliena…”

c’erano inoltre quelle stelle che noi non vediamo mai (dalla Terra), e di tali dimensioni che noi non avremmo mai sospettato che ci fossero, tra le quali c’era la più piccola che più lontana dall’ultimo cielo, più vicina alla Terra, risplendeva di luce non sua

 

Ma è sicuramente il paragrafo 17, che per necessità di comprensione siamo costretti a riportare quasi integralmente, che costituisce il fulcro fondamentale della trattazione della cosmologia in Cicerone: in esso vengono enumerati i cieli e le orbite, con la Terra immobile al centro, e la convinzione che tutto ciò che sottostà al cielo della Luna è caduco ed incerto. Si tratta, per sommi capi, di una vera e propria esposizione sintetica della teoria Aristotelico-Tolemaica.

 

“…Novem tibi orbibus vel potius globis conexa sunt omnia, quorum unus est caelestis, extumus, qui reliquos omnes complectitur, summus ipse deus arcens et continens ceteros; in quo sunt infixi illi, qui volvuntur, stellarum cursus sempiterni; cui subiecti sunt septem, qui versantur retro contrario motu atque caelum; ex quibus unum globum possidet illa, quam in terris Saturniam nominant. Deinde est hominum generi prosperus et salutaris ille fulgor, qui dicitur Iovis; tum rutilus horribilisque terris, quem Martium dicitis; deinde subter mediam fere regionem sol obtinet, dux et princeps et moderator luminum reliquorum, mens mundi et temperatio, tanta magnitudine, ut cuncta sua luce lustret et compleat. Hunc ut comites consequuntur Veneris alter, alter Mercurii cursus, in infimoque orbe Luna radiis Solis accensa convertitur. Infra autem iam nihil est nisi mortale et caducum praeter animos munere deorum hominum generi datos, supra Lunam sunt aeterna omnia. Nam ea, quae est media et nona,Ttellus, neque movetur et infima est, et in eam feruntur omnia nutu suo pondera…”

…tutto il mondo è costituito da nove orbite, o piuttosto sfere delle quali una sola di esse è celeste, la più esterna, che comprende tutte le altre; il dio sommo che racchiude e contiene in sé le restanti. In essa sono fissate le eterne orbite circolari delle stelle, cui sottostanno sette sfere che ruotano con moto contrario rispetto al cielo. Di tali sfere la più grande è occupata dal pianeta chiamato, sulla Terra, Saturno. Quindi si trova quello splendore propizio e salutare per il genere umano che è detto Giove. Poi quell’astro rosso e funesto alla Terra che chiamate Marte. Sotto, quindi, il Sole occupa la regione all'incirca centrale, guida, sovrano e regolatore degli altri astri, mente e misura dell'universo, di tale grandezza che illumina e avvolge con la sua luce tutti gli altri corpi celesti. Lo seguono, come compagni di viaggio, ciascuno secondo il proprio corso, Venere e Mercurio, mentre nell'orbita più bassa ruota la Luna, infiammata dai raggi del Sole. Al di sotto poi non c'è niente se non mortale e caduco, eccetto le anime, assegnate per dono degli dèi al genere umano; al di sopra della Luna tutto è eterno. Infatti quella che è al centro di tutto e nona, la Terra, è immobile ed ultima, ed in essa cadono tutte le cose pesanti per inclinazione…

 

Dopo la trattazione sistematica della teoria Aristotelico-Tolemaica Cicerone, nel paragrafo 18, esprime un’altra ipotesi molto conosciuta al suo tempo, di origine pitagorica ma che venne anche ripresa da Platone: la teoria dell’armonia celeste. Quest’armonia non può che espletarsi nella musica, considerata l’arte armonica per eccellenza, e quindi ogni cielo produce un suono diverso, più acuto dove il grado di perfezione è maggiore, più grave dove è minore. Questi suoni non sono però udibili dagli uomini, oramai sordi a questo tipo di soave musica.

 

“…Quae cum intuerer stupens, ut me recepi ‘Quid? hic ’inquam‘ quis est, qui complet aures meas tantus et tam dulcis sonus?’ ‘Hic est’ inquit ‘ille, qui intervallis disiunctus imparibus, sed tamen pro rata parte ratione distinctis impulsu et motu ipsorum orbium efficitur et acuta cum gravibus temperans varios aequabiliter concentus efficit; nec enim silentio tanti motus incitari possunt, et natura fert ut extrema ex altera parte graviter, ex altera autem acute sonent. Quam ob causam summus ille caeli stellifer cursus, cuius conversio est concitatior, acuto et excitato movetur sono, gravissimo autem hic lunaris atque infimus; nam terra nona inmobilis manens una sede semper haeret complexa medium mundi locum. Illi autem octo cursus, in quibus eadem vis est duorum, septem efficiunt distinctos intervallis sonos, qui numerus rerum omnium fere nodus est; quod docti homines nervis imitati atque cantibus aperuerunt sibi reditum in hunc locum, sicut alii, qui praestantibus ingeniis in vita humana divina studia coluerunt…”

…Dopo aver osservato questo spettacolo, non appena mi riebbi, esclamai: «Ma che suono è questo, così intenso e armonioso, che riempie le mie orecchie?». «È il suono», rispose, «che sull'accordo di intervalli regolari, eppure distinti da una razionale proporzione, risulta dalla spinta e dal movimento delle orbite stesse e, equilibrando i toni acuti con i gravi, crea accordi uniformemente variati; del resto, movimenti così grandiosi non potrebbero svolgersi in silenzio e la natura richiede che le due estremità risuonino, di toni gravi l'una, acuti l'altra. Ecco perché l'orbita stellare suprema, la cui rotazione è la più rapida, si muove con suono più acuto e concitato, mentre questa sfera lunare, la più bassa, emette un suono estremamente grave; la Terra infatti, nona, poiché resta immobile, rimane sempre fissa in un'unica sede, racchiudendo in sé il centro dell'universo. Le otto orbite, poi, all'interno delle quali due hanno la stessa velocità, producono sette suoni distinti da intervalli, il cui numero è, possiamo dire, il nodo di tutte le cose; imitandolo, gli uomini esperti di strumenti a corde e di canto si sono aperti la via per ritornare qui, come gli altri che, grazie all'eccellenza dei loro ingegni, durante la loro esistenza terrena hanno coltivato gli studi divini…

 

Il passo riveste una fondamentale importanza più che per il “Somnium Scipionis” stesso, per le future influenze che esso generò, soprattutto nel Medioevo.

  • torna all'indice della tesina Astronomia Breve viaggio nella storia dell'astronomia, tesina interdisciplinare di Alessandro Bona VA a.s. 2007/2008, anche in versione power point (800 kbyte circa)

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