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ROAD TO FREEDOM

le mie memorie sull'impresa di patentarmi

di Roberto Ponciroli

Quel giorno mi alzai di buon ora: posso ancora rivedere ogni mio gesto con un sorriso malinconico; quanto restai in ansia per questa faccenda della patente, ma ora che sono idoneo, quei momenti sembrano appartenere ad un’altra vita; tutto ciò che accadde mi sta scorrendo davanti come una pellicola tragicomica: malgrado i primi quarti d’ora in cui sembro lobotomizzato riesco a ricompormi e mi appresto a fare colazione: forse sono l’unica persona che riesce a soffrire il mal d’auto quando è in primis al volante, e penso a non buttare giù troppa roba, prima di innaffiare il parabrezza, una volta terminato l’esame. Accompagnato dal segaligno autista, arrivo a destinazione: che ribrezzo, questo bukolos, che non sa dire tre parole in fila senza mordersi la lingua, detiene il diritto di guidare un veicolo e io, dopo quattordici anni di istruzione, al massimo posso guidare una bicicletta (ma credo che se servisse una patente anche per quella andrei a piedi). Sono piuttosto teso e la lingua si sta attaccando pericolosamente al palato: mio Dio, che non mi venga una crisi epilettica in questo momento! Entro esitante all’interno della scuola guida, dove vedo, oltre alla solita impiegata, sempre pronta con una voce zuccherata ad accogliermi e a rincuorarmi delle mie lacune al volante, tre giovani con la mia stessa espressione sul volto, quella di chi sta partendo teso e corrucciato e non sa se si sta preoccupando inutilmente o meno. No, a dire il vero, c’è qualcuno che non sente molta pressione addosso: si tratta di un giovane fumatore (lo intuisco dall’aroma inebriante che si porta dietro), che ostenta sicurezza. Improvvisamente da dietro la scrivania, la bella Alessia ci domanda chi voglia fare il primo: io non ci tengo e, tergiversando, aspetto che qualcuno più deciso, risponda con convinzione all’appello. Il giovane tracotante che mi siede affianco, quasi irridendo la mia cronica indecisione, si offre per l’immolazione, al che io penso: “Folle, ti accorgerai di quanto sarebbe stato meglio per te, lasciare che qualcun altro ti precedesse, in modo da poter studiare le richieste dell’ingegnere”. Il tempo mi ha dimostrato che la sua prontezza sarebbe stata l’arma vincente. Ad un tratto, entra dalla porta il giovane di bell’aspetto, che affianca sempre la dolce segretaria e ci fa cenno di seguirlo: non so dove mi stia conducendo, ma tutti i miei commilitoni vanno con lui e anch’io mi adeguo. Sostiamo brevemente all’angolo della strada, aspettando che il proprietario della scuola guida, che chiameremo Enzo, vada a ricevere alla stazione l’ingegnere, per condurlo ad esercitare la sua degradante professione. (Nota personale: io sono al secondo anno della facoltà di Ingegneria Energetica del Politecnico di Milano, di stanza alla Bovisa, una delle zone più moderne per quanto riguarda l’Ingegneria Industriale; fra tre anni anch’io sarò un ingegnere, ma alla sola idea di dover scambiare smancerie con questo fallito, buono solo a rimandare inetti al volante, mi fa ribollire: ma che razza di lavoro è mai il suo? ma veramente pensa che tutti coloro che passano l’esame di guida sotto la sua compiaciuta benedizione non arrecheranno mai danni agli utenti della strada? ed è così certo che i rimandati meritino tutta la commiserazione e il misericordioso biasimo che rovescia loro addosso, dopo aver sibilato, dalla sua postazione di gufo “accosti a destra, prego”?). Nel turbinio di questo soliloquio, l’accomodante giovanotto, che ci ha prelevato dalla scuola guida, mi prende a bordo della sua vettura: finalmente capisco a cosa serve la sua presenza: egli, con noi a bordo, accompagnerà l’esaminato durante il tragitto, in modo da recuperarlo al termine dell’esame e da rifornire prontamente di carne fresca il famelico “Ingegnere”. Saliamo in macchina e ha inizio la giostra: subito mi accorgo che il percorso che gli viene richiesto è ridicolo: un inversione di marcia in un quartiere sperduto, dove controllare se arriva qualcuno dagli specchietti è un’offesa al buon senso, un parcheggio dietro ad una macchina, che secondo me si erano dimenticati lì da una settimana e un tragitto fornito di rotonda per un massimo di trecento metri: caspita, con un po’ più di presunzione questa passeggiata poteva capitare a me, e invece sono ancora sulle spine. (By the way, siccome siamo in quattro e, oltre a me e allo sbruffone ci sono anche due signorine, ho educatamente concesso che mi passassero davanti: la cavalleria di questi tempi non paga come al tempo delle Crociate…) Comunque, lo sbarbato assolve a questa scampagnata in maniera più che dignitosa; ha fatto maledettamente bene ad andare per primo: un itinerario ridicolo ad aggiungersi al fatto che era già discretamente bravo di suo. La giovane bambina che segue ci offre uno spettacolo penoso: l’ingegnere le chiede una partenza in salita e lei, con l’ingenuità di un poppante, lascia andare di botto la frizione, spegnendo la macchina; poi le chiede un parcheggio: per effettuare questa manovra, bisogna accostarsi a circa mezzo metro dalla fiancata dell’auto, che è parcheggiata davanti alla postazione che abbiamo scelto: l’esaminata le si accosta a circa un metro e mezzo, per poi assopire i presenti con circa dieci minuti di manovre, per riuscire a mantenere un assetto decente al veicolo. In un bagno di lacrime, torna da noi con la coda fra le gambe e la mia fronte comincia ad incresparsi. La terza candidata offre uno spettacolo nella norma: nessuna manovra eccezionalmente pronta o ardita, ma un andatura costante sui venti all’ora e qualche impaccio di troppo nell’inversione di marcia. A questo punto tocca a me: in maniera piuttosto impacciata, mi levo il cappotto, lo chauffeur che ci sta accompagnando mi assicura che lo ritroverò alla scuola guida una volta passato l’esame…

Scendo, confortato da questa speranza, mi avvio a passi tardi e lenti verso il veicolo sul quale stanno confabulando il proprietario della scuola giuda e dalla sua postazione meschina, l’oscuro ingegnere. Salendo, porgo i miei omaggi ai carnefici, i quali cordialmente, anche se in maniera piuttosto fredda, controllano le mie generalità e mi intimano di mettere in moto. Fin da questo esordio glaciale, comprendo il clima che respirerò nei prossimi dieci minuti: loro non sono delle balie allegre e gioviali, pronte a scherzare su qualche mia distrazione o a minimizzare una mia svista: sono dei seri professionisti della bastardaggine, avvezzi nel fulminare i candidati con occhiatacce, cariche di ebbrezza ad ogni segno di insicurezza e a prendere tenacemente appunti delle mancanze più elementari. Fin da prima di mettere piede su quella Clio ero certo che non mi sarei dovuto aspettare moine dall’esaminatore, ma dal fidato proprietario dell’autoscuola, se non una vistosa complicità, almeno qualche intervento pietoso, che non si limitasse a bisbigli: un secondo by-the-way, Enzo, nel mio immaginario, se non mio alleato, avrebbe dovuto rivestire il ruolo di parte non-belligerante, cioè non mi aiuti, ma nemmeno mi pesti i piedi, e invece lui cosa fa, da dietro un paio di occhiali scuri e con la sua “esse” sibilante, si limita a bisbigliare qualche direzione, di fronte alle mie suppliche di fornirmi un barlume sulla direzione in cui devo avviarmi: santo Cielo, ma dove devo andare?che via devo imboccare? Sia maledetto, non fa un briciolo di fatica a venirmi incontro o almeno a distrarre il burocrate alle mie spalle: si limita ad un laconico “segui la strada” (ndr, ma quale?). Malgrado tutto mi sento alquanto fiducioso: buona l’inversione di marcia, egregio il parcheggio, dignitosa la rotatoria con tutto quel lampeggiare a destra e a manca di frecce, pardon indicatori luminosi direzionali. Al semaforo, sono convinto di dover andare a destra, in quanto mi sembra che il traditore al mio fianco, qualche attimo prima abbia pronunciato, bada guardando fuori dal finestrino, “a destra”, ma non sono convinto della bontà della mia interpretazione, a causa di un’impercettibile contrattura della mandibola dell’illustre mentecatto alle mie spalle. Così, mi accerto della direzione in cui devo procedere e ne ricavo uno sgarbato “se non dico niente vuol dire dritto, chi ti ha detto di svoltare a destra?!”. Così ritiro la mia freccia e proseguo diritto, sconsolato dal fatto che, se non riesco neanche a capire dove vuole che vada, sarà ben difficile che lo impressioni con la mia tecnica. Probabilmente, è causa di questo umore che non distinguo bene la linea posta in terra, che separa la due corsie e invado leggermente quella alla mia sinistra, senza tuttavia allarmarmi. Il mio ottimismo è però mal riposto: qualche metro più in là è l’esaminatore, che si è scaccolato per tutto il viaggio, (mentre dall’auto dello chauffeur contemplavo le prove di coloro che mi hanno preceduto, notavo che, oltre a valutare la padronanza del mezzo dei candidati, l’egregio stava avviando una promettente ditta di trafori nel rilievo che ha nome “narice destra”), mi intima di accostare e la mia dignitosa performance si interrompe bruscamente: non sono stati i tanto temuti parcheggi, a decretare la mia sorte, ma la ripetute invasioni dell’altra corsia. A questo punto mi viene restituita la mia consunta carta d’identità e vengo riportato all’ovile, dove l’entusiasmo della dolce Alessia, si scontra con la mia espressione livida e vuota. Nel suo candore, mi accoglie con un tono quasi smargiasso, a voler sottolineare la storica impresa del patendando “sfigatone”, che riesce a nascondere per dieci minuti la sua mancanza di coordinazione, impressiona i tutori della strada e riporta a casa, oltre alla pelle, un pezzo di plastica: il dover darle un dispiacere mi fa crollare le gambe, solo adesso, al di là dei soldi che dovrò ancora tirare fuori, mi rendo conto di averlo sonoramente preso inter tergas : ma è giusto che io subisca l’esborso economico e la demolizione del mio ego, da questa banda di derelitti? Forse sì, dato che loro devono giudicare come so portare in giro una macchina e nel mio intimo io non mi fiderei a sedermi al fianco di un autista con le mie capacità, sebbene il doverlo ammettere mi da una fitta ancor più lacerante. Ma non mi perdo d’animo: subita la cocente sconfitta, mi rituffo nell’esercizio al volante e, dal momento che devo trovare qualcuno con dieci anni di patente alle spalle che sia disposto a stare al mio fianco, in questi mesi sono riuscito ad instillare un senso di nausea cronica in mio padre, il quale prova conati di vomito appena mi protendo per disinserire il freno a mano. Il 19 giugno, mi presento per la seconda volta al cospetto dell’ingegnere: anche adesso a mesi di distanza scrivere “per la seconda volta” mi fa girare le palle, forse per la delusione di non aver fatto centro la prima volta, o forse per il fatto che, tra lezioni di guida ed esame di pratica, ho pagato il mutuo della casa al mare, del pasciuto proprietario della scuola guida. Anyway, entro timoroso da quella porta, ormai così famigliare: dopo tutti questi mesi, sono un esperto, mio malgrado, e tutti i dubbi svaniscono quando la deliziosa segretaria chiede chi di noi vuole essere il primo. Memore della passata esperienza mi faccio avanti: al diavolo la cavalleria, non ho intenzione di pagargli anche la casa in montagna o un corso di dizione (di cui avrebbe un disperato bisogno), quindi, nonostante le lamentele di uno degli astanti, riesco a piegare l’auditorio alla mia volontà e sarò io il primo. Dopo qualche minuto di attesa maleodorante di sudori freddi, in cui anche i dubbi più idioti riescono ad insinuarsi, ad esempio quale sia il pedale della frizione…(sic), vengo, a distanza di tre mesi, prelevato dal solito accomodante giovanotto, che ho scoperto essere il fratello della segretaria: ecco il perché del suo fascino, che rapiva le ragazze con me esaminate, d’altra parte se la sorella è così bona…

Ma devo controllare la mia libido: fra poco sarà in gioco la mia dignità e una frazione importante del mio conto in banca. Mentre prendo posto in macchina, ecco che l’ingegnere fa capolino da una via alle mie spalle: se la ride e con lui, immancabile, è presente l’imperscrutabile Enzo (In questi tre mesi di purgatorio, in cui ho espiato, a suon di tredici euro ogni mezz’ora, la mia inettitudine, ho chiesto di poter essere assistito nelle mie esercitazioni da questo mellifluo soggetto: questo non tanto per capire il suo atteggiamento e prendere confidenza, quanto per riuscire ad interagire con lui e comprendere i suoi pensieri, a partire dalle sue claudicanti parole; comunque ho acquisito una certa dimestichezza ed ora sono pronto ad interpretare nel modo più ragionevole le sue istruzioni). I due sembrano essersi fatti un cicchetto di troppo al bar: meno male, così l’alcol ottenebrerà i loro sensi ed ammorbidirà il loro giudizio. Pronti via: notifico le mie generalità, eseguo da manuale il rito della partenza e inizia il tour. La prima cazzata, prima di materializzarsi, impiega solo cinquanta metri. Sono piuttosto lanciato e a dieci metri il semaforo diventa arancione: cosa fare, inchiodare in terza senza scalare o passare in maniera avventata, premendo ancor più sull’acceleratore? non c’è tempo di decidere e prendo la decisione sbagliata, pesto come un infoiato sul pedale destro della Clio e sfreccio in mezzo all’incrocio: il soggetto al mio fianco, mentre procedo sollevato per lo scampato pericolo, inarca le spalle, piega il collo all’indietro e cercando nell’Iperuranio una spiegazione al mio atteggiamento, mi sibila freddamente “Ma che cazzo fai?”. Vuoi vedere che allora non era una merda, che non mi ha mai tradito, che non cercava di farmi segare, in quel giorno di primavera? Ma la riconoscenza nei suoi confronti e il rimorso, per un giudizio talmente offuscato dalla depressione post-insuccesso, svaniscono quando, mi rendo conto che ho appena compromesso l’esito dell’esame: il manichino alle mie spalle se ne sarà accorto? Che domande, certo che se ne sarà accorto, prende appunti come un forsennato: o sta redigendo una guida turistica della zona industriale di Magenta, o sta annotando le coglionate che sto commettendo. Il resto del viaggio è un susseguirsi di distrazioni e banalità, contornate da miei soliloqui, in cui maledico me stesso e i miei progenitori, per avermi dotato di un corredo genetico talmente idiota, provando pietà per la mia progenie, tanto sfortunata da avere un antenato, di simile goffaggine. Ma non c’è tempo, nel giro di dieci minuti l’esame è finito: mi sento come Napoleone a Waterloo, come Provenzano dopo l’arresto, come Moggi quando scoprì che le onde elettromagnetiche del suo cellulare potevano essere captate da altri: finito, deriso, rinnegato dall’umana specie. Mentre sto ponderando su come reagirò all’ennesimo scacco subito, allungo la mano, per riprendere la mia consunta carta d’identità e fare posto a qualche altro sciagurato: quando la ricevo, mi accorgo stranamente, che il pezzo di carta presenta una rigidità a me sconosciuta (dubito che il rivestimento plastificato possa garantirle una simile compostezza). Messi da parte i miei tormenti interiori, mi appresto ad esplorare questo insondabile mistero e noto che all’interno c’è un pezzo di plastica rosa: possibile che fosse già  presente questa mattina e che me lo sia dimenticato lì dentro? Da uno degli angoli più reconditi della mia anima, esplode la verità: “coglione è la patente: per qualche ragione, che non puoi comprendere, i due affabili morti di sonno in macchina con te, hanno deciso di fregiarti di un attestato di merito, che ovviamente non meriti, prendila e scappa prima che ci ripensino!”. Confuso e impacciato, esco dalla vettura e faccio ritorno alla macchina-spalla, rientrando con un contegno simile a quello di uno appena colpito da un’insolazione. Alle domande di chi mi sta attorno, rispondo per monosillabi ed esprimo tutta l’incredulità, per una botta di culo talmente scellerata. Seguo l’esito degli altri esami, in uno stato di beata demenza, con la testa ciondolante sostenuta dal finestrino: ah sì, in quel momento il sistema muscolare cervicale aveva perso completamente tono e non riuscivo a mantenere il capo in una posizione decente e così gustavo ogni dosso ed ogni buca presente sul manto stradale; anche se la mia fronte era livida per i colpi subiti, non me ne importava, ero appena stato testimone di un evento epico: se fossi stato presente, seduto di fianco a Dio, al Big Bang, penso che i postumi di una tale emozione non sarebbero stati tanto devastanti. Ricondotto, quasi per mano, alla scuola guida, finalmente posso sbattere il mio successo in faccia alla segretaria tanto educata e premurosa: vedi, cara, sono riuscito a ripagare l’ottimismo (e con le ultime guide anche il tuo stipendio…) che, candidamente, nutrivi nei miei confronti e finalmente ho riportato lo scalpo dei miei indomiti avversari. Mi sentivo come nell’ultima scena de “Il Gladiatore” quando Iuba seppellisce nella sabbia del Colosseo le statuette della moglie e del figlio di Massimo e come sottofondo c’è il motivo “Now we are free”. Ora siamo liberi, amica mia, liberi da questo giogo, chiamato foglio rosa, che per troppo tempo ha contenuto le nostre ambizioni, ha frenato la nostra libertà, ci ha negato quell’orgasmo che ha nome guidare senza un petulante accompagnatore: ottenere la patente è una dichiarazione di indipendenza, è dire al mondo, che ormai non sono più un poppante che tira le gonne ed implora di essere accompagnato da qualche parte. Ricevere questo riconoscimento, significa tagliare l’ultimo cordone ombelicale che di cui la natura ci ha provvisto, vuol dire affrancarsi da una condizione di inferiorità verso genitori e amici già patentati: now we are really free. Ma il trionfo lascia spazio all’amarezza per la perdita di una stanza e volti ormai sentiti come nostri: mia cara segretaria non ti vedrò mai più, detestabile e paffuto proprietario prima martirizzato poi riabilitato addio, quei quattro metri quadrati, di cui due occupati dalla scrivania Vale: salutarvi per sempre mi gela il sangue, vi ho detestato per tutto questo tempo e massacrato con giudizi ingrati e blasfemi, quante maledizioni ho invocato su questa istituzione, ma ora sento di essermi affezionato e il commiato è lancinante. Ma la vita riprende per me, emancipato dalla bieca condizione di avere vent’anni ed essere senza patente, sono pronto a rinascere, come una nuova creatura: da crisalide impotente, a farfalla autorizzata a sfrecciare sul suo mezzo, con la benedizione di sua Eminenza, la Motorizzazione Civile. Free.

Roberto Ponciroli

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