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La folla nei Promessi Sposi

Tema svolto

di Alissa Peron

Traccia

La rappresentazione della folla nei capitoli 11-13 tra registro comico e stile tragico grottesco: funzione delle figure retoriche.

Svolgimento

Nei capitoli 11-12-13 Manzoni racconta il tumulto di San Martino, un movimento popolare durante il quale la città di Milano si solleva contro il rincaro del pane causato dalla carestia e dall’incapacità del governo di prendere provvedimenti per ridurne gli effetti. In questo tumulto una notevole folla si riversa per le strade, saccheggia il forno delle grucce ed assedia la casa del vicario di provvisione che ritiene maggior responsabile del rincaro. Il Manzoni rappresenta questa rivolta e fa intendere la sua opinione al riguardo attraverso la presentazione del comportamento della folla e di personaggi singoli.
All’arrivo di Renzo a Milano l’autore si sofferma su tre figure singole che hanno un aspetto piuttosto grottesco: si tratta di una famiglia composta da padre, madre e figlio e tutti trasportano un carico superiore alle loro forze; il padre e la madre trasportano farina, l’uno in un sacco e l’altra nella sottana, ed il figlio una cesta di pani. Manzoni introduce una metafora che fornisce subito un’opinione negativa della donna a partire dall’immagine: poiché sostiene la sottana colma di farina con le due braccia piegate, la accosta ad una pentolaccia a due manici; l’uso del termine dispregiativo mostra la sua disapprovazione per questa figura. In seguito condanna la sua avidità e prepotenza nei confronti del figlio: egli viene rimproverato perché nel seguire i genitori lascia cadere alcuni pani, e il Manzoni dice con ironia che, nell’agitare le braccia immaginando di scuotere il figlio, lasciava cadere più farina di quella utile per rifare i pani persi dal ragazzo. La condanna del Manzoni quindi riguarda sia l’aspetto che i sentimenti della donna.
Poi il Manzoni presenta la massa del popolo riversatosi in strada, al forno e e alla casa del vicario. La descrive come un organo di grande forza, ma difficile da controllare e disordinato. Durante il saccheggio del forno la folla non presta ascolto alle parole del capitano di giustizia che, dalla soffitta, sollecita l’abbandono della rivolta; riesce ad introdursi con la forza all’interno e risponde con l’urlo di parole non ben distinte che Manzoni definisce orrendo, sottolineando la sua disapprovazione per quel modo di cercare di ottenere giustizia; la esplicita anche attraverso i pensieri di Renzo che a primo impatto vede quel saccheggio come negativo e si chiede dove si possa fare pane se si assaltano i forni. Successivamente, quando la folla accorre a porre sotto assedio la casa del vicario l’autore introduce alcune metafore attinte dall’ambito meteorologico: paragona quella massa urlante ed infuriata ad un tempo nero, ad una tempesta, accostando l’urlo ad un tuono ed a grandine i sassi e i colpi sferrati alla porta nel tentativo di abbatterla. Queste metafore hanno la funzione di descrivere la situazione dal punto di vista del vicario, poiché quella folla era come burrasca che stesse per abbattersi su di lui, e di ribadire, con l’espressione “tempo nero”, l’opinione del Manzoni contraria alle sollevazioni popolari. Attinge invece al mondo animale quando paragona ad un muggito l’urlo crescente che giunge alle orecchie del vicario. Dopo queste considerazioni della massa nel suo insieme si sofferma su un altro personaggio singolo che si faceva notare tra gli altri: un vecchietto che definisce mal vissuto con due occhi incavati ed infossati, un’espressione di compiacenza diabolica, le mani alzate sui capelli bianchi ed in mano una corda e dei chiodi con i quali desiderava appendere alla porta il vicario una volta ucciso. Nel descrivere questo personaggio l’autore utilizza alcuni ossimori come “vecchietto mal vissuto” e “canizie vituperosa”. Per Manzoni la vecchiaia dovrebbe essere sinonimo di saggezza data dalla lunga esperienza e ricercata nel corso degli anni vivendo in modo onesto; quel vecchio invece, come manifestano le sue intenzioni ed il suo aspetto, non riflette questa saggezza ed è quindi mal vissuto. Anche definire la sua canizie vituperosa è un espediente per dire che questo personaggio rappresenta un insulto alla vecchiaia per cui Manzoni nutre grande rispetto ed ammirazione. La sua espressione diabolica è anche quella di altri in mezzo alla folla, di coloro che, per un gusto delle rivolte o pensando di averne un tornaconto, cercano di portare la situazione al peggio e di infiammare più possibile gli animi. All’interno della massa vi sono però anche quelli che si prodigano per ottenere l’effetto contrario, per amicizie o per disprezzo dei tumulti e desiderio di vera giustizia. Oltre a queste due categorie Manzoni ne evidenzia una terza di cui fa parte la grande maggioranza delle persone, costituita da coloro che non hanno un’idea precisa di ciò che sta succedendo e sono animati solo dal desiderio di provare emozioni forti e di uscire dall’abitudine e dalla quotidianità; tuttavia queste persone desiderano provare intensamente o volontà di accendere la rivolta o di spegnerla e sono pronte ad unirsi a ciò che sentono urlare più forte, dai più ed in modo più appassionato. Le altre due fazioni quindi cercano le parole che assicurino il sostegno della terza, che ha maggior forza rispetto alle altre essendo in maggior numero. Manzoni le paragona a due anime che tentano di entrare in quel corpaccio e farlo muovere. Anche qui l’uso del dispregiativo esprime la sua contrarietà: queste osservazioni sulla folla non appartengono solo a quell’episodio, ma sono di carattere generale. I fatti dimostrano più volte che il suo ragionamento è corretto: all’inizio tutti concordano ad assaltare il forno, il saccheggio avviene in piena regola ed è la forza della massa la causa della riuscita; il “corpaccio” è stato mosso dai sostenitori della rivolta e l’effetto è stato notevole. Renzo all’inizio sta piuttosto in disparte, ma al momento dell’assedio della casa del vicario si tuffa di sua volontà al centro del tumulto: la sua intenzione è di evitare un inutile spargimento di sangue, ma è convintissimo della colpevolezza del vicario, pur essendo nuovo del luogo ed un contadino e non avendo coscienza di quei problemi, poiché ciò viene affermato da tanti a gran voce ed appassionatamente. All’arrivo del gran cancelliere Ferrer Renzo si schiera subito con le voci a suo favore e, anche prima di vederlo, è certo che sia un uomo disposto ad ascoltare e risolvere i problemi dei poveri. Quando Ferrer esce dalla casa del vicario e riparte con la sua carrozza, la gente non si era accorta che aveva fatto uscire il vicario; tuttavia si levano alte grida che acclamano Ferrer e prevedono guai seri per l’uomo che definiscono affamatore e nemico dei poveri. Questo spinge altre voci ad acclamare a loro volta Ferrer e gran parte della folla si disperde e torna alle proprie case convinta che sia stata fatta giustizia. In realtà Ferrer non imprigionò il vicario poiché sapeva che non era responsabile dei problemi legati alla carestia e ciò dimostra che le grandi masse sono inclini ad ascoltare voci forti, ma spesso non provate e senza fondamento.
Alla partenza di Ferrer non tutti lasciano le strade, ma rimangono gruppi di persone a discutere sull’accaduto e a far congetture per il giorno dopo. Il Manzoni torna ad attingere all’ambito dei fenomeni atmosferici e paragona questi gruppi alla nuvolaglia sparsa nel cielo azzurro dopo un temporale, ad indicare che il tempo non era completamente tornato al bello; per il giorno dopo infatti si progettava un’ulteriore rivolta che continuerà fino al pomeriggio del 12 novembre.
L’autore afferma che la folla è uno strumento che può avere grande forza, ma non lo ritiene adatto quale strumento per ottenere giustizia: le conseguenze sono negative anche per lo scopo stesso del tumulto, poiché il numero non permette un controllo ed un ordine e quindi è difficile portare chiaramente alla luce i problemi della collettività, trovare ascolto e prendere delle risoluzioni che siano vantaggiose per tutti.

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