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Il giorno della civetta

Leonardo Sciascia

Compito di Italiano

Traccia

1.      Analizza lo stile dell’autore: spiega la funzione di metafore e similitudini, individua gli elementi che conferiscono al modo di esprimersi di Sciascia o dei personaggi un carattere regionale.

2.      Raccogli e analizza similitudini e metafore.

3.      Spiega la funzione del capitano Bellodi nel romanzo e il significato delle sue considerazioni sull’ambiente che si trova a ricostruire (raccogli le riflessioni).2.

Svolgimento

1. In questo romanzo è molto frequente l’uso di figure retoriche, soprattutto similitudini e metafore. L’autore le inserisce sia nelle sue riflessioni e nella narrazione, sia nei discorsi dei personaggi. Similitudini e metafore hanno la funzione di accentuare e rendere più chiare le caratteristiche di alcune situazioni: i personaggi le usano per dare più valore e verità alla propria parola, per rendere con più precisione l’idea di ciò che vogliono dire; l’autore le utilizza inoltre per descrivere meglio i paesaggi, gli ambienti, le sensazioni o gli stati d’animo dei personaggi, il loro carattere.

Nel racconto è frequente l’uso di espressioni che conferiscono al linguaggio un carattere regionale. In alcuni casi sono frasi dialettali, in altri periodi in cui l’ordine delle parole è diverso da come è solitamente: il verbo si trova alla fine, gli aggettivi possessivi seguono il sostantivo a cui si riferiscono…

Esempi:

“Io non guardo mai la gente che c’è: mi infilo al mio posto e via… Solo la strada guardo, mi pagano per guardare la strada.”

 “Viaggiava in autobus, a quanto pare gli autobus erano la jettatura sua…”

2. In questo libro è molto frequente l’uso sia di similitudini e metafore, sia di paragoni e metonimie, quindi azioni o aggettivi normalmente riferiti ad esseri umani che vengono accostati ad altri elementi:

“L’autobus stava per partire, rombava sordo con improvvisi raschi e singulti”.

“Si sentirono due colpi squarciati”.

“Dalla glottide emiliana, per le due esse, la parola “connessioni” restò sospesa e baluginante, e per un momento distrasse gli spasmi del confidente”.

“La luce dell’alba intrideva la campagna, pareva sorgere dal verde tenue dei seminati, dalle rocce e dagli alberi madidi: e impercettibilmente salire verso il cielo cieco.”

“A mezzogiorno le linee telefoniche bruciarono come micce delle grida dei colpiti,”

“”Lei vuole farmi diventare il cuore nero come la pece…”

“…e temeva che nella debolezza cadesse a raccontare tutti i suoi peccati, che dovevano essere di quelli spinosi come fichidindia, a un prete…”

“…e si passava la mano sulla faccia godendo di non trovare la barba che, aspra come carta vetrata, gli aveva dato, negli ultimi due giorni, più fastidio di quanto gliene dessero i pensieri”.

“”Gli ominicchi sono come bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi.”

“Don Mariano gli aprì in faccia occhi freddi come monete di nichel. Non disse niente”.

“Quei mandati di cattura parevano salire, leggeri come aquiloni, a far carosello in cima alla colonna antonina”.

“Sono vecchio, la mia memoria qualche volta inciampa.”

“Poi una voce cominciò a galleggiare nella luce di rena, pareva alzarsi come una chiazza d’oro nel livello man mano crescente del mormorio della sala.”

 

Similitudini:

“L’uomo vestito di scuro restò per un attimo sospeso, come tirato su per i capelli da una mano invisibile;”

L’uomo vestito di scuro è stato raggiunto dai due colpi e sta per morire. Appena dopo i colpi, rimane in piedi per qualche attimo, ma non ha la forza di sostenersi: si sente come se qualcuno lo stesse tirando su a forza e lui non stesse facendo nessuno sforzo per reggersi. Quindi rimane in piedi per pochi secondi quasi per miracolo.

“Il venditore di panelle, muovendosi come un granchio, cominciò ad allontanarsi verso le porte della chiesa”.

Il venditore di panelle si trova nella piazza ed ha assistito all’omicidio. Tuttavia vuole allontanarsi ad ogni costo, negare con certezza di aver assistito a quella scena e l’autore paragona il suo modo affrettato di muoversi a quello di un granchio.

“Nell’autobus nessuno si mosse, l’autista era come impietrito, la destra sulla leva del freno e la sinistra sul volante”.

È appena avvenuto il delitto e l’autista dell’autobus sul quale si è verificato il fatto non trova la forza di muoversi e rimane in posizione di guida, immobile come pietra.

“Il bigliettaio guardò tutte quelle facce che sembravano facce di ciechi, senza sguardo”.

Pochi istanti dopo il delitto tutti coloro che si trovano sull’autobus sono persi, quasi non credono a ciò che è successo ed il loro sguardo è vacuo. Per questo l’autore paragona le loro facce a quelle di ciechi, i cui occhi sono ugualmente privi di espressione.

“L’apparire dei carabinieri squillò come allarme nel letargo dei viaggiatori:”

In questa situazione di smarrimento ed immobilità, accorrono i carabinieri per informarsi sull’accaduto. Il loro arrivo riscuote i viaggiatori e sblocca la situazione, come un forte suono d’allarme.

“Ho visto una casa colonica, nuova nuova, sfondata come una scatola di cartone perché una vacca vi si era raspata contro…”

Durante una telefonata tra il maresciallo e il capitano Bellodi, il maresciallo sta raccontando quanto è accaduto sull’autobus. Questa similitudine riguarda alcune considerazioni sulla cooperativa edilizia di cui Salvatore Colasberna, l’ucciso, era stato presidente. Assicura al capitano che la cooperativa di Colasberna non svolgeva lavori scadenti, come la casa colonica che lui aveva visto. La paragona ad una scatola di cartone per rendere ancora più evidente l’inefficienza di chi l’ha costruita.

“E ci sono altre strade fatte da imprese più grosse, che dopo un anno sembrano groppe di cammello…”

Trattando sempre dello stesso argomento, il maresciallo ricorre ad un’altra similitudine con lo stesso intento della precedente. Paragona le strade a groppe di cammello perché dopo un anno diventano sconnesse: sono infatti frutto di un lavoro mal fatto che non è tipico della cooperativa di Colasberna.

“Il carabiniere Sposito stava, con le dita lievemente posate sui tasti della macchina, quieto ed intento come un cacciatore che, il dito sul grilletto, attende la lepre al chiaro di luna”.

Il capitano Bellodi ha appena convocato in caserma i fratelli dell’ucciso, soci della sua cooperativa, per interrogarli. Il carabiniere Sposito è incaricato di scrivere ciò che i Colasberna diranno ed attende restando sempre tranquillo e vigile. Viene accostato all’immagine di un cacciatore che attende la lepre di notte in modo ugualmente vigile e concentrato, pronto a premere il grilletto come il carabiniere è pronto con le dita sui tasti della macchina.

“Una persona di rispetto viene un giorno a fare un certo discorso a Salvatore Colasberna: un discorso che dice e non dice, allusivo, indecifrabile come il rovescio di un ricamo: Un groviglio di fili e di nodi, e dall’altra parte si vedono le figure… Colasberna non vuole, o non sa, guardare il rovescio di quel discorso, e l’uomo di rispetto si offende”.

Il capitano sta interrogando i fratelli Colasberna e formula alcune ipotesi sul movente dell’omicidio. Ipotizza che un giorno gli sia stato fatto un discorso che lui non ha capito e quindi ha reagito in modo differente da come il suo interlocutore voleva o si aspettava; per questo motivo ha offeso quest’ultimo.  L’ipotetico discorso allusivo e non chiaro viene paragonato al rovescio di un ricamo, un intrico di fili che non hanno alcun significato per Colasberna. I due elementi accostati nella similitudine hanno in comune l’indecifrabilità.

“Il capitano seguì la fatica dei soci sul foglio: scrivevano come se la penna pesasse quanto una perforatrice elettrica: come una perforatrice vibrante per l’incertezza ed il tremito delle loro mani”.

L’interrogatorio dei fratelli Colasberna è finito senza che essi abbiano parlato molto o fornito informazioni utili al capitano. Tuttavia alla fine, prima di congedarli, il capitano pretende che ognuno di essi scriva il proprio nome ed alcuni dati che lo riguardano su un foglio. Ciò gli serve come aiuto per esaminare le lettere anonime che gli sono giunte dopo l’uccisione di Salvatore Colasberna. Tutti i soci scrivono lentamente e con stento e per questo la penna sembra infinitamente più pesante di quello che è. Questa similitudine rende l’idea della notevole fatica con cui scrivono.

“I soci, per la gioia di essersela cavata quasi con nientee per essere stati chiamati “Signori” da un ufficiale dei carabinieri, uscirono che avevano dimenticato il lutto che portavano, e avevano voglia di correre, come i ragazzi all’uscita della scuola”.

I fratelli Colasberna sono contenti che il capitano non abbia preteso quasi nulla da loro, eccetto la scrittura dei nomi e dei dati. Perciò la loro gioia è paragonabile a quella di ragazzi all’uscita della scuola dopo le lezioni: si sentono entrambi liberati da un peso e, nel caso dei soci, con poca fatica.

“Il maresciallo non capiva perché il capitano stesse applicato a studiare quelle scritture. “è come spremere una cote, non esce niente””.

Il maresciallo è convinto che gli sforzi del capitano nell’esaminare le scritture siano vani e non portino a niente.

Crede che diano gli stessi frutti che può dare la spremitura di una cote. In entrambe le situazioni è comune la vanità degli sforzi e dei tentativi.

“I miei nervi ora sono forti come corde di un argano: non sono più quello di trent’anni addietro”.

Due importanti esponenti della mafia stanno conversando riguardo a vari argomenti. In questo momento parlano della protesta degli operai rimasti senza salario. Uno di essi li ha visti davanti alla propria casa e gli è capitato di rispondere alle domande di un carabiniere che gli chiede di aiutare gli operai ed informarsi sulla loro sorte. Il mafioso viene preso dalla rabbia, ma resiste e mantiene un atteggiamento composto ed impassibile nei confronti del carabiniere. Quindi dice al suo compagno che i suoi nervi sono molto più resistenti di quando era giovane e li paragona alle corde di un argano per dare più forza alla sua affermazione.

“Non fosse stato per la paura, il confidente si sarebbe ritenuto felice e, nell’anima e negli averi, galantuomo. La paura gli stava dentro come un cane arrabbiato: guaiva, ansava, sbavava, improvvisamente urlava nel suo sonno; e mordeva nel fegato e nel cuore”.

Parinieddu, il confidente dei carabinieri di S., è stato in gioventù ladro di pecore ed ha sperimentato il carcere. Al tempo dell’uccisione di Colasberna fa il confidente ed il mediatore di prestiti a usura. L’essere stato in carcere gli ricorda costantemente che sta svolgendo azioni illecite, anche se meno gravi di quelle compiute da giovane, e questo ricordo gli crea dentro una paura fortissima che non riesce a vincere, accostata all’immagine di un cane arrabbiato che morde ed urla perché lo tormenta sempre, lo rende fragile, è quasi più forte di lui. Tuttavia continua a comportarsi da usuraio poiché è in una situazione di bisogno: la sua famiglia è molto numerosa. Quindi non può far uscire da sé il cane arrabbiato che è la paura in alcun modo.

“Fin dal momento che aveva saputo della morte di Colasberna, il confidente aveva disegnato la sua menzogna: ad ogni dettaglio che aggiungeva, ad ogni ritocco, come un pittore che si allontana dal quadro per giudicare l’effetto di una pennellata, diceva “perfetto, non manca più niente”, ma di nuovo si avvicinava a ritoccare e ad aggiungere;”

Il confidente sta per parlare al capitano. Aveva già preparato una storia da raccontare ai carabinieri, ma mentre racconta la arricchisce di dettagli e di particolari ed in questo senso si comporta come un pittore di fronte al quadro che sta dipingendo: una pennellata per volta, un dettaglio per volta ed entrambe le situazioni accostate nella similitudine si concludono con un’opera completa solo dopo molte aggiunte di particolari.

“Sarebbe rimasto smarrito, il confidente, a sapere di avere davanti un uomo che l’autorità di cui era investito considerava come il chirurgo considera il bisturi: uno strumento da utilizzare con precauzione, con precisione”.

Il capitano Bellodi, a differenza di Parinieddu, crede davvero nella legge e svolge il suo pur difficile mestiere con grande professionalità e quasi per vocazione. Si sente come in dovere di servire e far rispettare le leggi della repubblica, secondo lui dettate unicamente da ideali di giustizia. Per queste ragioni considera la sua autorità uno strumento delicato, da usare con la stessa precisione e moderazione del chirurgo quando usa il bisturi.

“Parinieddu svolgeva il suo disegno di menzogna come il venditore sul banco del negozio i tocchi di cotonina alle donne di campagna: il soprannome, che voleva dire piccolo prete, gli veniva dall’eloquio facile e dall’ipocrisia che trasudava;”

Con questa similitudine l’autore vuole dimostrare l’abilità del confidente nell’inventare le storie da raccontare ai carabinieri. Le due immagini tra loro accostate hanno in comune la facilità, la meticolosità e la precisione nello svolgere il proprio mestiere.

“”Io non so niente” disse il confidente: e dalla gentilezza del capitano sollecitata, la sua vocazione di spia si alzò come allodola, trillò alta di gioia di regalare sofferenza…”

Durante il colloquio il capitano si comporta sempre in modo molto gentile con il confidente. Alla fine, sempre cordialmente, gli chiede di nominare qualcuno che possa aver fatto qualche proposta a Salvatore Colasberna. Parinieddu è deciso a non parlare, a non guidare i carabinieri verso la pista giusta. Finge quindi di non sapere e, nel far ciò, esprime tutta la sua abilità nel fare il confidente e prova immenso piacere leggendo la delusione negli occhi del capitano. Ritiene di aver compiuto una mossa egregia e in questo momento la sua vocazione di spia si innalza come un’allodola, un uccello che vola particolarmente alto nel cielo, e riempie di gioia il cuore del confidente.

(“Trillò alta di gioia” è una metonimia).

“La giornata era fredda, ma luminosa, il paesaggio nitido: gli alberi, i campi, le rocce davano l’impressione di una gelida fragilità, come se un colpo di vento o un urto potesse frantumarli in un suono di vetro. E come vetro l’aria vibrava del motore della seicento; e grandi uccelli neri volavano come dentro un labirinto di vetro;”

Il gelo e la luminosità della giornata danno al paesaggio e all’aria le caratteristiche del vetro: tutto sembra trasparente, freddo, delicato e facile da frantumare. L’auto dei carabinieri, gli uccelli sono avvolti in quest’atmosfera particolare con gli stessi caratteri del vetro.

“”Se permette” disse il carabiniere Sposito, per la sua immobilità divenuto come invisibile in quella stanza…”

Il capitano e i carabinieri stanno cercando di estorcere a Paolo Nicolosi, scomparso dopo il delitto, il nome o il soprannome della persona che il marito aveva visto passare di corsa dopo gli spari. Il capitano gestisce il discorso con grande abilità e, pur non essendo siciliano, si dimostra informato in fatto di soprannomi comuni. Il carabiniere Sposito rimane a lungo immobile e silenzioso, quindi quasi invisibile agli occhi degli altri. Sciascia ricorre a questa similitudine proprio nel momento in cui Sposito esce da quell’immobilità e fornisce il proprio contributo al discorso. La situazione descritta dalla similitudine è perciò in contrasto con il momento in cui viene utilizzata.

“…ha parlato poco, per tutto il tempo mi ha guardato come se fosse in incantamento: affatturato, come se gli avessi dato fattura; mi sono persuasa a sposarlo”.

La moglie di Nicolosi sta parlando ai carabinieri di come ha conosciuto suo marito e dei primi tempi in cui i due si erano frequentati. Questa similitudine dimostra l’attrazione di Nicolosi nei confronti della moglie, che inizialmente parte solo dall’aspetto, ma poi diventa un’emozione incontenibile, tanto che l’autore accosta l’immagine di Nicolosi a quella della vittima di una fattura. L’elemento in comune è lo sguardo fortemente attratto, l’atteggiamento di infatuazione.

“Quel brigadiere ti prendeva come si prende una lepre appena smammata”.

Questo è il commento di un esponente della mafia durante un discorso sui carabinieri. Costui ricorda di un brigadiere con una vera vocazione, che si metteva sulle tracce del colpevole e lo prendeva con la stessa facilità e sicurezza con cui si prende una piccola lepre.

“Le ultime ventiquattr’ore di vita Parinieddu aveva attraversato come si attraversano nei sogni, a volte, foreste che non finiscono mai, alte e spesse da precludere la luce e tenaci come roveti”.

Parinieddu è ormai alla fine della sua vita; è dominato dalla propria paura, non ha più la forza di continuare. Attraversa le sue ultime ore come fossero foreste con la stessa infinità di quelle che si attraversano nei sogni; sono ore buie ed impervie.

 

“Tanti altri notarono lo smarrimento di Parinieddu, il suo andare inquieto, come di chi si sente un mastino alle calcagna”.

Il terrore che Parinieddu prova dopo aver pronunciato davanti al capitano Bellodi il nome di Pizzuco lo induce ad una grande inquietudine, lo spinge ad evitare tutte le persone che conosce, soprattutto gli esponenti mafiosi, e i suoi movimenti sono come quelli di una persona che si sente inseguita da un mastino. Le immagini della similitudine sono entrambe in immediato e grave pericolo.

“Il Marchica per la verità si mostrava quieto, addirittura mezzo addormentato, come un cucciolo attaccato alla poppa della madre; e così quieto era entrato in camera di sicurezza e si era buttato sul tavolaccio come un sacco d’ossa”.

Il maresciallo di S. è riuscito a mettere un fermo a Diego Marchica, uno degli uomini più ricercati della zona a causa della mafia, per far luce sul delitto. Il Marchica conosce la sua colpa, ma tuttavia, al momento di entrare in camera di sicurezza, si comporta normalmente, si mostra quieto e quasi addormentato e quindi viene paragonato ad un cucciolo attaccato alla poppa della madre. Si atteggia infatti come se sentisse quel senso di protezione che la madre dà al piccolo e non avesse nessun motivo per provare timore o essere in agitazione.

“Il capitano volle pagare il caffè, nonostante il barista dicesse del piacere che aveva il bar ad offrire caffè al signor capitano e al signor maresciallo: facendo silenziosamente schiumare come sciop di birra il malumore del maresciallo.”

Il maresciallo ha trascorso una giornata molto difficile che si è appena conclusa con la scoperta della morte di Parinieddu. Ora sta prendendo il caffè assieme al capitano e il barista gli propone di consumare di franco all’interno del bar. Il malumore del maresciallo si dissolve e svanisce come fosse schiuma; Sciascia lo accosta a sciop di birra per dimostrare quanto rapidamente e silenziosamente abbia abbandonato il cuore del maresciallo.

“Il maresciallo ritenne facile il fermo di Rosario Pizzuco; ma sul secondo nome, che il confidente solo da morto, come si dichiarava, aveva avuto il coraggio di scrivere, ebbe visione dell’iliade di guai che da un gradino all’altro, giù giù come una palla di gomma, sarebbe finita col rimbalzare in faccia a lui.”

Il secondo nome scritto dal confidente prima di morire è quello di un anziano capomafia al quale il maresciallo ha paura a mettere un fermo. Così ha la netta visione di una grandissima quantità di seri guai, un’iliade appunto per la sua infinità ed ingenza, che gli rimbalza direttamente contro con la stessa forza e velocità di una palla di gomma, ed in modo ugualmente inevitabile. Questa visione è il motivo dell’incertezza del maresciallo nell’arrestare il capo mafioso.

(“L’iliade di guai” è una metafora).

“…ma la costruzione era riuscita come la copia che un bambino può fare del disegno di un ingegnere:…”

La costruzione in cui ha sede il comando compagnia è piuttosto grande ed armoniosa. Il governo ne realizza un’altra con l’intento di riproporre la stessa costruzione in proporzioni più ridotte. Ci sono però numerose differenze tra i due edifici, i locali non comunicano tra di loro allo stesso modo e quella copia sembra il frutto della stessa inesperienza di un bambino che tenta di riprodurre il disegno di un ingegnere; in entrambe le situazioni della similitudine chi prova a dar forma a un così ambizioso progetto è votato all’insuccesso.

“Era come un cane sotto il solleone, la mente; una raggera di possibilità, di incertezze, di presentimenti che si apriva ad ogni punto su cui, con animale sensibilità, si fermava”.

Il Marchica è sotto interrogatorio e si trova solo con il capitano Bellodi. In questo momento la sua mente è confusa e frastornata allo stesso modo di un cane sotto il solleone. Marchica non sa in che modo comportarsi per le tantissime possibilità ed incertezze su cui si sofferma; quindi è in uno stato di completo dubbio e quasi stordimento.

“Marchica aggiunse che un giorno avrebbe astutato il Colasberna, cioè ne avrebbe spento la vita così come si spegne una candela.”

Marchica e Pizzuco sono interrogati dai carabinieri; Pizzuco ha appena finito di parlare e ora sul banco dell’ufficio del capitano c’è il verbale della sua falsa confessione. Quest’ultimo parla di offese arrecate da Salvatore Colasberna a Pizzuco e del fatto che il Marchica si era offerto come strumento di vendetta. Pizzuco dichiara che aveva rifiutato l’offerta essendo uomo pacifico e che il Marchica si era molto adirato ed aveva promesso che un giorno avrebbe fatto giustizia a sé e a lui astutando il Colasberna, spegnendogli la vita con la stessa facilità e noncuranza con cui si spegne una candela.

“Per Diego il carcere era come una casa in cui si torna volentieri dalla fatica di un viaggio.”

Marchica ha appena terminato la sua confessione, costruita a danno suo e di Pizzuco. Ora si sente sereno per aver punito l’infamità di Pizzuco e per non aver coinvolto altri, e allo stesso tempo rassegnato al destino. È già stato in carcere prima e ci torna quasi volentieri, come se quel tempo trascorso fuori, con tutti i problemi che lo affliggevano, fosse stato un lungo e faticoso viaggio. Ora la prospettiva del carcere era buona, di riposo e di uscita dai problemi quotidiani.

“La sua testa è come una di quelle melagrane amare: ogni pensiero suo è un chicco di malizia.”

Il capitano ha chiesto a Pizzuco come spiega la confessione di Marchica e se la ritiene vera. Pizzuco dice di non saperla spiegare e di non poter capire i pensieri di un uomo come Diego. Ne fornisce quindi un’immagine negativa paragonando la sua testa ad una melagrana amara, in cui ogni pensiero è malizioso, acre e velenoso come il sapore dei chicchi del frutto.

(“Ogni pensiero suo è un chicco di malizia” è una metafora).

“”Non abbiamo parlato di niente; di cose che tanto sono inutili che si scordano subito: come se uno scrivesse su una pozza d’acqua””.

Pizzuco sta parlando al capitano di un suo incontro con il Marchica e vuole convincerlo che non ha avuto alcun significato particolare. Per questo motivo definisce le loro parole fugaci e fuggevoli, impresse nella sua memoria come parole scritte su una pozza d’acqua: per niente. Cose inutili e marginali a tutti gli effetti.

“Il chiarchiaro pareva un’enorme spugna, nera di buchi,che veniva inzuppandosi della luce che sulla campagna cresceva”.

Il chiarchiaro è un terreno sconnesso, roccioso, pieno di precipizi ed impervio. La similitudine si riferisce alla sua forma e al modo in cui la luce penetra in tutto il terreno. La spugna è porosa come quel luogo è pieno di buchi ed incongruo; la luce entra in tutti i “pori” del chiarchiaro e sembra inzupparlo in ogni parte.

“è cattivo: una persona che non conosce, magari prima si fa toccare, la fa assicurare: poi morde… è cattivo quanto un diavolo.”

Questa similitudine si riferisce ad un cane: il suo padrone vuol far credere ai carabinieri che l’animale è malvagio: come il diavolo, prima dà una sensazione di sicurezza, poi esterna la sua vera identità. Il padrone rende così un’idea di vera cattiveria e non di un seguire l’istinto invece della ragione.

“I carabinieri hanno in mano tre anelli di una catena: uno è Marchica, e l’hanno preso così saldamente che è come uno di quegli anelli murati nelle case di campagna per attaccarci i muli…”

Di nuovo i mafiosi trattano dell’argomento “delitto Colasberna e sue conseguenze”. I carabinieri stanno componendo, anello per anello, una catena che poi è la lista di coloro i quali sono implicati nella mafia. Marchica è una sicurezza, i carabinieri sanno di averlo preso a ragione e per questo viene rappresentato come un anello murato, più saldo degli altri, che i carabinieri non avrebbero mai staccato.

(“I carabinieri hanno tre anelli di una catena” è una metafora).

“…e il procuratore del re, un uomo terribile, si vide sparire quel fascicolo da sotto il naso. Faceva come un cane arrabbiato minacce a destra e a sinistra…”

Ora i mafiosi stanno parlando di Mariano, la terza persona fermata dai carabinieri e la più importante. Il fascicolo con tutti gli atti criminali che aveva compiuto era enorme e ne conteneva di ogni genere, ma altri abili esponenti della mafia l’avevano trasferito da un ufficio all’altro, facendolo poi sparire dalle mani della giustizia. Il procuratore del re prova davvero grande rabbia ed è questo il filo conduttore della similitudine: una furia incontenibile.

“Ma tra qualche giorno lo rimetteranno fuori, illuminato d’innocenza come un arcangelo Gabriele”.

Don Mariano è in camera di sicurezza nelle mani dei carabinieri, ma i suoi complici stanno escogitando un piano per scagionare Marchica e fare in modo che Arena venga rimesso in libertà. Sono convinti che una volta attuato il loro piano, Arena verrà trasformato da criminale all’innocenza personificata, che accostano all’entità più innocente cui si possa pensare: l’arcangelo Gabriele.

““I quaquaraquà dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, chè la loro vita non ha né senso né più espressione di quella delle anatre…””

I quaquaraquà sono la categoria più bassa tra quelle in cui don Mariano divide l’umanità. È convinto che la loro vita sia senza senso, senza scopo e senza particolari valori, tanto da paragonarli ad anatre che vivono nelle pozzanghere in condizioni miserevoli.

““Lei, anche se m’inchioderà sulle carte come un Cristo, lei è un uomo””

Don Mariano inserisce il capitano nella categoria degli uomini nonostante egli stia cercando di punire i suoi crimini con la legge. Don Mariano paragona la sua situazione a quella di Cristo in procinto di essere inchiodato sulla croce; la similitudine però non calza perfettamente: egli ha commesso innumerevoli atti criminali e punibili dalla legge, quindi merita ciò che gli sta accadendo; quello di Cristo fu invece un sacrificio. Questa similitudine ha un significato solo se letta dalla parte di don Mariano.

“E come un cieco ricostruisce nella mente, oscuro ed informe, il mondo degli oggetti, così don Mariano ricostruiva il mondo dei sentimenti, delle leggi, dei rapporti umani.”

Secondo le riflessioni di Bellodi, don Mariano ha perso con il tempo tutto quanto ci può essere di umano in una persona. Ha una vaga idea di ciò che sono i sentimenti o i rapporti,

non ne conosce il significato, non riesce a vederli. Per Sciascia si pone nei confronti di questi aspetti come un cieco nei confronti degli oggetti che lo circondano: li immagina senza poterne avere un’idea precisa e senza sentirli propri.

“Il brigadiere si sentiva come un cane costretto a seguire il cammino del cacciatore in una pietraia arsa, dove non stinge la più tenue traccia di selvaggina.”

Anche in questo interrogatorio il brigadiere è incaricato di verbalizzare ciò che sarebbe emerso dalle parole dell’interrogato. Tuttavia esso già dura da parecchio, ma don Mariano non ha fornito alcuna informazione degna di nota. Quindi il brigadiere si sente inutile e pensa di percorrere una strada che è sicuro che non condurrà da nessuna parte e non darà nessun esito, come un cane spinto a caccia di selvaggina in un luogo impervio dove non può essercene la minima traccia.

 

Metafore:

“La piazza era silenziosa nel grigio dell’alba, sfilacce di nebbia ai campanili della Matrice:”.

Alle sei e mezza del mattino la piazza è immersa in una nebbia non molto fitta, dalla quale si riesce ad intravedere qualcosa. Quindi è una nebbia a sfilacce.

“Il confidente stava davanti al capitano, seduto di lato per non guardarlo in faccia; e intanto il cane mordeva, ringhiava e mordeva”.

Il confidente è in procinto di parlare con il capitano del recente delitto. Poco prima di iniziare la paura che costantemente lo assilla per le sue attività illecite di usuraio ed il suo mestiere ambiguo, si fa sentire fortissima, così forte da assumere l’immagine di un cane che ringhia e morde.

“L’uomo sudava, un freddo lenzuolo di morte già lo avvolgeva, freddo nella bruciante rosa della lupara che nel suo corpo si apriva”.

Il confidente è imperlato di sudore freddo, ma dentro si sente bruciare, avverte un calore fortissimo, come se arrivasse da una lupara che si apre all’interno del suo corpo. Questa metafora evidenzia la differenza tra l’aspetto del confidente al momento di parlare con il capitano e le sue sensazioni interiori, diversi tra loro come il freddo e il caldo. Infatti il freddo che sente diviene ancora maggiore per contrasto con la sensazione interiore di calore bruciante.

“Il capitano sapeva, da tutto un fascicolo relativo al confidente, che l’uomo, tra le due cosche di mafia del paese (cosca, gli avevano spiegato, di foglie del carciofo) era vicino a quella che aveva addentellati certi con lavori pubblici;”

Per indicare i circoli mafiosi viene utilizzata la parola cosca, indicante la fitta corona delle foglie del carciofo. Questo significa che anche questi circoli erano fitti, intricati. Le foglie formano una corona e la metafora dà quindi l’idea di un giro che continua e non si può fermare facilmente, come è ciascuna delle due fazioni mafiose del paese”.

“E intanto il capitano pensava a quei confidenti che erano rimasti, sotto uno strato leggero di terra e di foglie secche, nelle rughe dell’Appennino; miserabili uomini, fango di paura e di vizio:”

Il capitano si riferisce a uomini che fanno i confidenti per viltà, per paura. Vengono indicati come fango per la loro miserevolezza; si trovano sotto uno strato leggero di foglie secche perché nessuno li ricorda o vuole conservarne la memoria.

(“Le rughe dell’Appennino” è una metonimia).

“La legge era un muro, un filo spinato. E l’uomo che rubava, che stava coi mafiosi o mediava prestiti ad usura cercava solo una breccia nel muro, uno slargo nel filo spinato”.

Il confidente è immerso nei suoi pensieri davanti al capitano Bellodi e sta facendo alcune riflessioni sulla legge. Per lui è qualcosa che l’uomo formula irrazionalmente e gli “uomini della legge” devono proteggerla e difenderla. Per uomini come lui, con precedenti penali ed una condotta dubbia, rappresenta un ostacolo dell’entità di un muro o di un filo spinato, ugualmente insormontabile. Gli uomini come lui cercano di ovviarvi, di trovare qualche inesattezza o incompletezza nella legge per salvare se stessi e la propria reputazione; Sciascia paragona queste inesattezze a una breccia in un muro o uno slargo in un filo spinato, dal quale sia possibile superare incolumi l’ostacolo.

“Varcato il muro non poteva più far paura la legge: e bello sarebbe stato guardare quelli rimasti di là dal muro, dal filo spinato”.

Il confidente è convinto che, una volta trovata una breccia per aggirare l’ostacolo della legge, questa non incida più sulle sue vicende tanto da fargli paura. Immagina di provare quasi una sensazione di piacere nel pensare a coloro che non hanno trovato il modo per superare l’ostacolo e che hanno quindi ancora motivo di avere paura della legge. In questa situazione i pensieri di Parinieddu sono dettati dalla paura che lo lacera prima di parlare con il capitano Bellodi.

“”Io non so niente, ma tirando ad indovinare allo scuro, potrei dire che le proposte le avrà fatte Ciccio La rosa, o Saro Pizzuco” e già quel verticale volo di gioia diventava caduta, pietra che precipitava al centro del suo essere, della sua paura”

Il confidente aveva provato immensa gioia nel negare al capitano ciò che voleva sapere, ma questa sensazione è di breve durata. Pochi secondi dopo infatti, per paura, per debolezza o indotto dall’atteggiamento di Bellodi, Parinieddu pronuncia due nomi, uno dei quali conduce sulla strada giusta. Se prima la gioia era stata paragonata ad un volo d’allodola, ora quello stesso volo diventa caduta o pietra: il confidente è consapevole di aver dato al capitano la chiave del problema e sente di aver commesso un errore fatale, che gli farà perdere le amicizie nel mondo della mafia e lo porterà alla morte. Nella metafora viene utilizzata un’immagine opposta alla leggerezza del volo: la caduta libera, il peso di una pietra.

“Ma senza il maresciallo, senza quella sua minacciosa materializzazione, un uomo grasso e bonario che di colpo diventa colata di minaccia, al risultato di quel nome forse non si sarebbe arrivati”.

Dopo diversi tentativi i carabinieri riescono ad estorcere alla moglie di Nicolosi il nome pronunciato da suo marito appena dopo aver sentito i colpi del delitto. Tuttavia non è il garbo o il tatto del capitano Bellodi a condurre a questo risultato positivo, ma l’improvvisa decisione del maresciallo, il suo cipiglio tale da essere paragonato ad una colata di minaccia. Anche Bellodi glielo dovrà riconoscere e questo lo lascerà deluso.

“”Don Ciccio esclude in modo assoluto che nel paese ci sia uno con questo cognome o ingiuria: e per queste cose don Ciccio è cassazione””.

Queste parole vengono pronunciate dal maresciallo con grande sicurezza: ha chiesto al barbiere, don Ciccio, che in paese conosce tutti, chi possa avere il cognome o soprannome che la donna ha detto. Il barbiere non sa trovare una risposta ed il maresciallo ritiene il suo giudizio definitivo ed inappellabile, proprio come lo è quello della Cassazione, seconda immagine della metafora, l’ultima corte alla quale si può ricorrere in tribunale.

“Nel ’35 c’era qui un brigadiere che aveva il fiuto di un bracco, e anche la faccia aveva da cane”.

Due esponenti della mafia stanno parlando della differenza tra i veri carabinieri, coloro che nascono con la vocazione, e quelli finti. Uno di loro parla di un brigadiere particolarmente abile che probabilmente, come si desume dalle sue parole, ha procurato dei guai ad altri complici della mafia. La prontezza del brigadiere viene posta sullo stesso piano del fiuto di un bracco perché notevole e fine allo stesso modo.

“Da quando aveva pronunciato quel nome non aveva avuto pace: il suo corpo era una spugna inzuppata di terrore, persino il bruciore al fegato, il doloroso guizzo del cuore sembravano spenti”.

Da quando il confidente aveva pronunciato il nome di Pizzuco, quel terrore, che aveva assunto in lui inizialmente la forma di una pietra, era andato aggravandosi fino ad intridergli tutto il corpo, come se quest’ultimo fosse una spugna, con tanti pori da cui il terrore poteva facilmente entrare. Quella stessa sensazione di fortissima paura aveva la meglio su tutto, persino sul dolore.

“Questa canea che chiamano libertà, queste manciate di fango che volano nell’aria a colpire anche le vesti più immacolate, i sentimenti più puri…”

I due personaggi che stanno parlando non sono specificati. Tuttavia uno è un carabiniere, l’altro un uomo che cerca di scagionare gli implicati nella mafia. Questa metafora è utilizzata dal secondo: egli sostiene che don Mariano Arena, l’uomo segnalato dal confidente, sia un galantuomo e che circolino terribili falsità e calunnie nei suoi confronti. È convinto che la caduta del fascismo non abbia portato niente di buono alla Sicilia e non le abbia davvero dato la libertà. Quelle che definisce manciate di fango che volano nell’aria sono le voci pubbliche, il parere comune. Egli infatti non capisce come possa essere fermato un uomo definito mafioso solo dalla voce pubblica, senza prove. Considera sporco ed impuro questo modo di agire e lo paragona al fango.

“Mori qui è stato un flagello di Dio: passava e coglieva duri e maturi, chi c’entrava e chi non c’entrava, birbanti e galantuomini, a fantasia sua e di chi gli faceva le spiate…”

Definire Mori un flagello di Dio è per quell’uomo non specificato che parla con il carabiniere un altro modo per condannare gli arresti effettuati basandosi solo sulla parola di qualcuno o addirittura sulla propria fantasia. Secondo lui Mori vedeva mafiosi ovunque e fermava tutti, sia che lo fossero davvero o no. Per questo gli attribuisce le caratteristiche di un vero flagello di Dio, una distruzione immotivata e grandissima.

“E quello che voi chiamate voce pubblica, il vento della calunnia, si leva a dire “ecco i capi mafia…””

Lo stesso uomo ribadisce la falsità ed il cattivo gusto delle voci comuni. Sono vento di calunnia perché avvolgono tutto ma in realtà sono quasi del tutto vuote, ricche solo della voglia di mettere nei guai, dell’insulto e della menzogna.

“Il grumo di sonno, di preoccupazione e di barba che era la sua faccia si sciolse in un sorriso di trionfo”.

Le ore del fermo sono scadute per Marchica e il maresciallo gli restituisce gli effetti. Per quanto l’atteggiamento di Marchica fosse sempre stato quieto, la sua faccia rifletteva, o rappresentava, il modo in cui lui veramente si sentiva. Infatti l’autore dice che il suo sonno e la sua preoccupazione non erano dipinti sulla sua faccia, ma erano la sua faccia che era diventata così un grumo densissimo. Ciò significa che Marchica, suo malgrado, era stato avvolto, dominato e quasi sopraffatto dalla stanchezza e dalla preoccupazione. Quando il maresciallo gli rende gli effetti personali, pensa di essere in procinto di uscire e quel grumo si scioglie diventando un sorriso disteso e trionfante.

“”Rosario Pizzuco è una spugna d’infamità” disse Diego”.

Diego intende dire che Pizzuco è infame, a tal punto che la sua infamità lo inzuppa completamente e lui la assorbe come fosse una spugna. Per i siciliani infame e chi rivela fatti che, pur meritando una giusta punizione dalla legge, non dovrebbero mai essere rivelati. Il capitano lo sa e si trova d’accordo con Marchica: Pizzuco ha appena finito di parlare ed il maresciallo ha portato i fogli con la sua confessione. Diego giudica tutto ciò un’immensa infamia.

“Forse che la vita non era un carcere? Una continua tribolazione era la vita: i soldi che ti mancano, le carte della zecchinetta che ti  chiamano, l’occhio del maresciallo che ti segue, i buoni consigli della gente;”

Marchica ha espresso una confessione durante il suo interrogatorio ed ora sente di stare per rientrare in carcere. Tuttavia la prospettiva non lo affligge ma anzi, è per lui quasi positiva: in fondo la sua vita fuori è terribile, con tutti i problemi che la caratterizzano e la complicano. È brutta come un carcere per il Marchica: non sente quasi nessuna differenza tra dentro e fuori. Ora è rassegnato al suo destino e quasi sereno: sta per tornare a prendere fiato dopo la fatica del periodo trascorso fuori dalle prigioni.

“Il Pizzuco girava gli occhi lacrimosi in uno sguardo da sordo e apriva e chiudeva la bocca come se non trovasse voce per parlare.”

Pizzuco è al cospetto del capitano e sta per rispondere alle sue domande. È in uno stato pietoso e si sente completamente smarrito. Il suo sguardo sembra quello di un sordo perché lui si sente così perso da atteggiarsi come se non sentisse nulla, come se non sapesse dove si trova o perché ci è arrivato.

“”Sono fatto così: se vedo che ad uno gli scivola il piede, io sono lì a dargli una mano.””

Pizzuco ha detto a Bellodi di aver dato dei consigli a Colasberna, per amicizia, poiché i suoi affari non procedevano bene. Dal momento che il capitano sa che tra Pizzuco e Colasberna non vi è poi una così salda e profonda amicizia, gli chiede il motivo dei suoi consigli. Così Pizzuco spiega che per natura, quando si accorge che una persona è nei guai o ha problemi, è sempre pronto ad aiutarla, a tendere una mano affinchè non cada per aver messo un piede in fallo.

“Qui ci vuole discrezione, naso, tranquillità di mente calma… e mandano uno che ha il fuoco di Farfarello…”

In una conversazione telefonica con un suo complice, un esponente della mafia sta discutendo e cercando un modo per tirare fuori dai guai i suoi compagni mafiosi fermati dai carabinieri. Osserva che Bellodi è stato per lui una presenza funesta: sostiene che il suo comportamento non sia quello giusto da tenere in una zona come la Sicilia. Dice che il capitano ha il fuoco di Farfarello per la sua attività, rapidità e prontezza nel ricostruire i fatti pari a quella del fuoco nel propagarsi. La metafora vuole evidenziare una forza presente in Bellodi che questo esponente mafioso non vede di buon occhio e condanna.

“Se Mariano comincia a cantare il suo rosario, la catena si allunga, si allunga tanto che mi ci posso trovare impigliato anch’io, e il ministro e il Padreterno…”

I mafiosi riflettono sulle informazioni in possesso dei carabinieri per risalire a tutti gli esponenti di questa complessa organizzazione che è la mafia. La lista di questi esponenti viene paragonata ad una catena perché il fermo di uno da parte dei carabinieri dipende in gran parte dal comportamento e dalle parole degli altri. Se Mariano, il capo, decide di parlare apertamente, la lista diventa lunghissima. Così osserva uno dei mafiosi, e questo significa che quella zona è davvero avvolta da una coltre di mafia, e che le persone coinvolte sono tante e tutte pericolose.

“Poi il procuratore del re fu trasferito e l’acquazzone passò”.

Questa metafora si riferisce a ciò che è successo al fascicolo contenente gli atti punibili dalla legge compiuti da Mariano Arena. Alcuni abili mafiosi lo avevano tolto dalle mani della giustizia, suscitando grande rabbia al procuratore del re. Poi il procuratore fu trasferito e tutto tornò alla normalità, come se fosse stato solo un acquazzone che imperversa furibondo, ma passa. Così intendono i mafiosi riguardo al fascicolo di Arena.

“E intanto preparate per –Diego un alibi di quelli che a tentare di morderli ci si rimettono i denti…”

I complici di Marchica stanno cercando un modo per scagionare lui e gli altri caduti nelle mani dei carabinieri. Progettano di preparargli un alibi solido ed incontestabile come la parola di persone di tutto rispetto; un alibi che nessuno potesse infrangere. La metafora dà un’idea di forza ed indistruttibilità notevole.

“E tutte quelle volpi, vecchie e nuove, che stanno a sprecare il loro fiuto dietro alle idee politiche e agli incontri dei membri più inquieti di quella grande famiglia che è il regime, sarebbe meglio si mettessero ad annusare intorno alle ville, le automobili, le mogli le amanti di certi funzionari. E confrontare quei segni di ricchezza agli stipendi.”

Il capitano Bellodi è immerso nei suoi pensieri durante l’interrogatorio di Don Mariano. Quelle che lui chiama volpi sono gli uomini incaricati di far rispettare la legge che si distinguono per la loro abilità come le volpi per il loro fiuto. Riflette che se esaminassero i segni di ricchezza dei funzionari e li confrontassero con i loro stipendi, si eviterebbero evasioni fiscali come quella di don Mariano.

“E noi ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento...”

Secondo don Mariano non esiste l’umanità, quindi ritiene la parola “umanità” vuota e senza senso come una folata di vento. Secondo lui esistono diverse categorie di uomini molto differenti.

“Era una massa irredenta di energia, una massa di solitudine, una cieca e tragica volontà.”

Il capitano Bellodi accosta direttamente l’immagine di don Mariano quasi ad un’entità astratta: è l’espressione della propria energia, solitudine e volontà. La dimensione umana in lui è quasi scomparsa: sono rimasti solo i suoi tremendi propositi, quella forza immensa che possiede, quella volontà irrazionale che lo spinge ad agire per il suo interesse. Per Bellodi è da classificare nella categoria degli uomini, ma in realtà di umano non ha quasi più niente.

“La sinistra, che era ormai fitta di deputati, levò un tuono di protesta.”

A Roma, durante un discorso in Parlamento, i deputati di sinistra levano un’alta protesta alle parole di uno spettatore. La protesta è forte e tutti la esprimono all’unisono, tanto da farla sembrare un tuono.

 

3. Il capitano Bellodi, emiliano di Parma, si trova a svolgere una difficile inchiesta in una terra molto diversa dalla sua: la Sicilia. Dalle sue riflessioni sembra che la consideri uno stato nello stato, con il proprio regime e le convinzioni dei siciliani. Essi si sentono staccati dallo stato in sé e, riflette il capitano, per loro il vero stato è la famiglia; lo stato in sé è creato unicamente dalla forza.

Il capitano considera la Sicilia bellissima e terribile. Ama tutto dell’isola: l’ambiente, soprattutto le zone più aspre e nude, le persone, la letteratura. Tuttavia è la regione in cui organizzazioni complesse come la mafia hanno il loro centro ed i loro principali esponenti. Bellodi lo sa e ne tiene conto durante tutti i passaggi della sua inchiesta. Nel corso delle indagini si dimostra attento ad osservare la psicologia dei personaggi, a cercare di capire i loro pensieri e la loro mentalità diversa dalla sua. Questa inclinazione lo aiuta molto ad ottenere dei risultati: nell’interrogatorio di don Mariano ad esempio capisce ben presto che non estorcerà alcuna informazione utile da un uomo come lui; quindi verifica la sua influenza nel mondo della mafia trattando di argomenti diversi dal recente delitto, come l’umanità.

La Sicilia gli lascia un ricordo positivo nonostante tutte le difficoltà che ha dovuto affrontare e gli rimane la voglia di conoscerla più a fondo in tutti i suoi aspetti.

Alissa Peron

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