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Implicazioni culturali della rivoluzione scientifica

di Alissa Peron

RIVOLUZIONE SCIENTIFICA: Nella Storia della Filosofia e in quella della scienza, il termine R.S. viene impiegato per indicare il grande mutamento nei quadri del pensiero, nelle teorie scientifiche, nelle pratiche della tecnologia e del controllo della natura, che ebbe luogo fra l'età di Niccolò Copernico e quella di Isaac Newton (fra la metà del Cinquecento e i primi anni del Settecento.

Nel corso della rivoluzione astronomica vennero infatti abbandonati una serie di presupposti e di credenze che erano stati operanti per due millenni: per esempio, il presupposto della immobilità della Terra e della sua centralità nell'universo, la distinzione fra una fisica celeste (nella quale domina il moto perfettamente circolare) e una fisica valida solo nel mondo sublunare e sulla terra; la credenza nella finitezza dell'universo chiuso entro l'ultimo cielo delle stelle fisse; la convinzione che per spiegare il perdurare dello stato di quiete di un corpo non ci sia bisogno di addurre alcuna causa, mentre al contrario ogni movimento viene spiegato da un motore che lo produce e lo conserva durante il movimento.

Nicolaj Kopernik e Galileo Galilei sono alla base di tutto il moderno pensiero scientifico.

In contrapposizione alla teoria tolemaica, l’astronomo Niccolò Copernico, riprendendo una teoria di Aristarco (III sec. a.C.), fu il divulgatore della teoria eliocentrica, in base alla quale il Sole è immobile al centro dell’universo, mentre la Terra e i pianeti ruotano su orbite circolari intorno ad esso. La teoria eliocentrica spiega i moti retrogradi con il fatto che i pianeti vengono osservati dalla Terra in movimento. Anche Copernico, come Tolomeo, fu costretto ad introdurre gli epicicli per interpretare i fatti sperimentali osservati. Nella sua più famosa opera, De revolutionibus orbium coelestium, vi è un segno evidente del timore che si aveva in quell’epoca di contraddire la Sacra Scrittura urtando la Chiesa che riteneva la Terra al centro dell’universo. Indubbiamente la teoria di Copernico provocò una crisi profonda, non solo nel campo teologico, ma anche nel mondo della scienza. Infatti la teoria geocentrica era molto più vicina all’opinione comune in base alla quale, osservando il cielo, siamo portati istintivamente a ritenere il Sole e le altre stelle in rotazione intorno alla Terra. Tuttavia l’applicazione della teoria eliocentrica semplifica i calcoli delle orbite celesti. La disputa tra i sostenitori delle due teorie divenne sempre più accesa, soprattutto quando l’intervento di Galileo a sostegno della teoria eliocentrica, mirato a convincere gli esponenti della Chiesa cattolica, sortì l’effetto opposto. Infatti ben presto le opere a favore dell’eliocentrismo furono considerate eretiche e condannate dalla Chiesa. Quindi Copernico fece crollare il millenario castello della filosofia aristotelica e dimostro' che il senso comune e' spesso in contraddizione con la realta' del mondo. Galileo Galilei scopri' come applicare il metodo astratto di Euclide a una disciplina che non era astratta come la Geometria, ma era invece pratica come la Fisica, postulando in tal modo che la natura sia interpretabile con leggi matematiche.

 

Conseguenze sul pensiero: l’umanesimo

La rivoluzione copernicana si inserisce nel complesso periodo dell’umanesimo ed è in accordo con alcuni dei suoi più importanti ideali:  la visione dell'uomo come microcosmo e centro unificatore della realtà, libero artefice del proprio destino per divina elezione, instauratore di un nuovo colloquio con gli altri uomini e con le cose e assertore della decisiva importanza dell'esperienza. La dignità dell'uomo è riposta, sì, nella potenza del suo pensiero, veramente infinito perché capace di estendersi all'universo e di comprendere in sé il tutto, sollevandosi all'Uno; ma è pensiero che tutto comprende e sa, facendosi tutto, e in questo farsi tutto fa se stesso quale egli liberamente decide di essere (Pico della Mirandola). Nell'assolvere il compito della sua libera autoformazione, l'uomo non può chiudersi in se stesso, nei limiti della sua individualità. L'uomo afferma e attua la sua dignità in un continuo colloquio. Colloquio con gli uomini, cioè celebrazione corale di ciò che negli uomini è veramente degno, e tutta l'umanità pensante si affratella;   Colloquio con le cose, cioè risposta che l'uomo dà al muto appello che esse gli rivolgono per attuare in lui e per suo mezzo il loro senso interiore.

 

Conseguenze sul pensiero: il barocchismo

Tuttavia la rivoluzione copernicana fu anche uno dei fattori all’origine della corrente successiva, il barocchismo. Questa più ampia conoscenza della natura pesò enormemente sulla cultura e sull'arte tra la fine del XVI secolo e l’inizio del XVII: Da un lato essa spingeva a rappresentare minuziosamente la realtà , anche nei suoi aspetti più turpi e morbosi: è il fenomeno del realismo barocchista (si veda un dipinto come quello di B.E. Murillo, "Ragazzi che mangiano meloni e uva", 1645- 55). Dall'altra toglieva all'uomo l'illusione, tipica del rinascimento del XVI secolo, di essere al centro dell'universo e di poter dominare spazi chiaramente definiti e delimitati. Di qui l'inquietudine dell'artista barocchista, il suo senso di precarietà e di insicurezza, che era poi funzionale al potere: trasmettere l'insicurezza significava invitare ad appoggiarsi ai poteri forti, l'intreccio di gerarchia ecclesiastica e feudale, l'unica in grado di "proteggere" e assicurare una catarsi (mistica e nell'aldilà , quella della chiesa cattolica); un altro dei fattori che determinarono il barocchismo fu infatti la Controriforma. All'origine delle nuove forme di espressione c'è un nuovo modo di sentire e interpretare la realtà . Un modo inquieto, contraddittorio, angoscioso, in netto contrasto con la prospettiva armoniosa e razionalistica prevalente nel XVI secolo. Uno sconvolgimento gnoseologico interessa sia la letteratura che il pensiero scientifico e filosofico, domina un relativismo prospettico che altera la visione del reale e impronta lo stile.

 

 

Conseguenze in letteratura: Giacomo Leopardi

La personalità di Giacomo Leopardi è una delle più complesse e poliedriche di tutta la letteratura italiana. La produzione letteraria del poeta di Recanati è stata oggetto di analisi ed approfondimenti a tutti i livelli, con pubblicazioni italiane e straniere che si sono succedute dai primi decenni dell’ottocento fino ai giorni nostri. C’è però un aspetto di Leopardi meno conosciuto, più inedito, ma non meno importante, che è quello della sua profonda formazione scientifica. Anzi, secondo alcuni autori che si sono interessati all’argomento in modo sistematico, la scientificità di Leopardi permea tutta la sua produzione letteraria e poetica costituendo la base su cui egli costruisce, fin dalla sua prima adolescenza, una solidissima e spessa formazione culturale.  Il giovane recanatese, all’età di soli sedici anni, aveva letto buona parte dei 12.000 volumi che il padre conte Monaldo aveva raccolto nella sua biblioteca privata, ed era in grado di dar ragione delle sue letture. I volumi che Leopardi fu in grado di consultare, e che gli fornirono gli strumenti necessari a costruire e forgiare la sua complessa formazione culturale, riguardavano non solo classici greci e latini ed opere filosofiche, ma una gran varietà di libri di argomento scientifico: dalle scienze naturali alla matematica, dalla chimica alla fisica. Il caso del giovane poeta non era isolato, egli era perfettamente integrato nella cultura illuministica del suo tempo. Come ricorda Giuseppe Petronio:"Indipendentemente dalle riforme scolastiche gli intellettuali della seconda metà del settecento erano intinti di filosofia, nel duplice senso della philosophia naturalis e della filosofia inglese e francese… Questa egemonia della scienza, cioè questo senso della sua importanza quale componente essenziale della cultura di un uomo moderno, fu vivace e diffuso tanto da divenire un fatto di costume e di moda", (Giuseppe Petronio, Letteratura e scienza nell’età dell’illuminismo, in "Problemi", maggio-agosto, 1976). A tutti i giovani di famiglie aristocratiche, o comunque agiate, veniva offerto un tipo di formazione che aveva alle sue radici una solida base scientifica; il giovane Leopardi seppe approfittare di queste occasioni in modo magistrale, essendo dotato di un’intelligenza ed una volontà di apprendere fuori del comune. La prima traccia del vasto interesse scientifico del poeta di Recanati si ha con la compilazione delle Dissertazioni filosofiche, scritte tra il 1811 e il 1812, all’età di 13-14 anni. In cinque quaderni manoscritti sono contenute ventitré dissertazioni, tra le quali ben dieci di argomento fisico. Nel 1812, mentre finisce le Dissertazioni, Leopardi scrive il Compendio di Storia naturale, nel quale egli descrive i tre regni della natura, dimostrando una vasta conoscenza naturalistica, appresa in buona parte dalla lettura della Histoire naturelle, in 36 volumi, di Georges Louis Leclerc Buffon. Nel 1813, il recanatese scrive una Storia dell’astronomia riprendendo il sapere astronomico degli antichi ed arrivando fino alle conoscenze del suo tempo

("Oh, gran potere della scienza, aver già fatto giungere a sì interminabili distanze l’occhio e l’intelletto di un atomo ragionatore, che rampa intorno ad una gran massa di fango!", pp.339-40).

I principali punti di riferimento della formazione scientifica leopardiana possono considerarsi i seguenti: l’adesione al sistema newtoniano della Natura; l’interesse profondo per il rapporto tra scienza e tecnologia; l’attenzione, anche linguistica e metodologica, alla nascita della chimica moderna;  la predilezione per il sapere astronomico; l’acquisizione per il ragionamento sillogistico come unica espressione della logica della scienza e della conoscenza;

la scarsa dimestichezza con il linguaggio matematico, specie l’analisi (nonostante la sua attenzione al concetto d’infinito).

Nel dialogo “Copernico” Leopardi immagina gustose battute tra l’ora prima e il sole, il quale, dopo la rivoluzione copernicana, si vuole sottrarre al suo doveroso lavoro quotidiano di sorgere e tramontare, visto che è stato declassato dall’astronomo Copernico ("Ora prima: La diana è venuta fuori da un pezzo. Sole: Bene, venga o vada a suo agio. Ora prima: Che intende di dire vostra Eccellenza? Sole: intendo che tu mi lasci stare. Ora prima:Vostra Eccellenza vuol dire, se io intendo bene, che quello che per lo passato ha fatto ella, ora faccia la terra? Sole:

sì: ora e per l’innanzi!…" (pp. 234-35).

Conseguenze in letteratura: Luigi Pirandello

- … io debbo ripetere il mio solito ritornello: Maledetto sia Copernico!

- Oh oh oh, che c'entra Copernico! - esclama don Eligio, levandosi su la vita, col volto infocato sotto il cappellaccio di paglia.

- C'entra, don Eligio. Perché quando la Terra non girava …

- E dalli! Ma se ha sempre girato!

- Non è vero. L'uomo non lo sapeva, e dunque era come se non girasse. Per tanti, anche adesso,

non gira. L'ho detto l'altro giorno ad un contadino, e sapete come m'ha risposto? ch'era una buona scusa per gli ubriachi. Del resto, anche voi, scusate, non potete mettere in dubbio che Giosuè fermò il Sole. Ma lasciamo star questo. Io dico che quando la Terra non girava, e l'uomo, vestito da greco o da romano, vi faceva così bella figura e così altamente sentiva di sé e tanto si compiaceva della propria dignità, [...] Siamo o non siamo su un'invisibile trottolina, cui fa da ferza un fil di Sole, su un granellino di sabbia impazzito che gira e gira e gira, senza saper perché, senza pervenir mai a destino? Come se ci provasse gusto a girar così, per farci sentire ora un po' caldo, ora un po'

freddo, e per farci morire - spesso con la coscienza d'aver commesso una sequela di piccole sciocchezze - dopo cinquanta o sessanta giri? Copernico, Copernico, don Eligio mio, ha rovinato

l'umanità, irrimediabilmente. Ormai noi tutti ci siamo a poco a poco adattati alla nuova concezione dell'infinita nostra piccolezza, a considerarci anzi men che niente nell'Universo, con tutte le nostre belle scoperte ed invenzioni …

(Pirandello - Il fu Mattia Pascal)

"Una delle poche cose, anzi forse la sola ch’io sapessi di certo era questa: che mi chiamavo Mattia Pascal". Con questa frase ad effetto inizia "Il fu Mattia Pascal", che negli anni si è rivelato il romanzo più caratteristico di Luigi Pirandello. Mattia, il protagonista del racconto, è figlio della rivoluzione copernicana, è un uomo senza più vocazioni né certezze. Pirandello mette in scena la singolare e grottesca vicenda di un personaggio sospeso tra la vita e la morte, tra essere e apparire, utilizzando il metodo dell’umorismo che permette di scomporre la realtà scoprendone la parte più nascosta e dolorosa.

Mattia, dal paesino della Liguria dove è nato e dove conduce un’esistenza monotona, per un caso fortuito e per un beffardo scherzo del destino, viene identificato in un cadavere ritrovato suicida. Si ritrova così a trasferirsi a Roma e a cambiare identità "seppellendo" Mattia Pascal e "creando" un altro se stesso

Adriano Meis. Libero della propria condizione anagrafica e degli schemi sociali che essa impone, si illude di poter costruire una nuova vita. Ma la disillusione è subito alle porte, egli, semplicemente, non esiste. La sua vitalità è quella di un fantasma senza volto, costretto a vivere, paradossalmente, di quell’identità che gli altri gli hanno accuratamente cucito addosso e di cui è impossibile liberarsi. Inscenando un nuovo suicidio torna, quindi, al suo paese di origine,

per riappropriarsi di una vita che ormai gli è stata tolta per sempre. Il cerchio, finalmente, si chiude. Mattia ha rinunciato definitivamente a cercare una propria realizzazione e ha accettato una volta per tutte di rimanere sospeso tra la vita e la morte.

La sconfitta di Mattia assurge a sconfitta universale, nel momento stesso in cui ci accorgiamo che è condizione comune dell’uomo il tentativo di districarsi dalle maschere artificiali che dominano i rapporti sociali. E ci rendiamo inesorabilmente conto dell’immobilità della nostra condizione "così, sempre, fino alla morte, senz’alcun mutamento, mai…"

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