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La lettera II di Seneca

Seconda Lettera a Lucilio

L’epistula II ad Lucilium è, come le altre, scritta in un registro colloquiale, ma il suo stile è altamente sorvegliato dal punto di vista retorico e della corrispondenza tra forma e contenuto. Infatti sono presenti sia espressioni con le quali Seneca richiama l’attenzione dei destinatari, il giovane amico Lucilio ed i posteri, sia numerosi artifici con la funzione di rendere chiare e penetranti le sue affermazioni in modo che risultino persuasive: metafore, antitesi, in particolare frasi lapidarie che si imprimono nella mente del lettore fisse come pietre. Anche la scelta lessicale è molto accurata: alcuni prefissi ritornano spesso perché importanti per porre l’accento sui concetti fondamentali, ed inoltre è forte la tendenza tipica di Seneca ad usare le parole, i prefissi, i suffissi, le radici nel loro significato letterale e primario, motivata dalle stesse convinzioni etiche dell’autore, impegnato nell’assidua ricerca del senso fondante delle cose.
Il primo passaggio, l’occasione che dà l’avvio all’articolata riflessione di questa lettera, è l’espressione della fiducia e della speranza che Seneca nutre nei confronti di Lucilio, che dimostra la sua saggezza attraverso la sua scarsa inclinazione a spostarsi continuamente da un luogo all’altro, nelle letture come nella vita come nelle amicizie. Da qui deriva subito la prima affermazione significativa dal punto di vista del contenuto: questo muoversi senza posa e senza meta è segno di un animo malato, volubile, incerto. Con una marcata antitesi Seneca dichiara poi che è invece indizio di una mente equilibrata sapersi fermare e raccogliere in se stessa, e rafforza con efficacia la sua tesi con la ripetizione in anafora del Cum (compositae, consistere, secum), che qui indica ordine e stabilità. Ampio spazio è dedicato alla scelta delle letture, ottimo esempio per provare il concetto prima esposto: Seneca condanna la dispersione, la lettura indiscriminata di molti libri ed autori senza conoscerne nessuno fino in fondo; ugualmente superficiale e negativo è l’atteggiamento di chi cambia molto spesso la propria sede, riducendosi così ad avere senz’altro molte conoscenze, ma a non poter coltivare nessuna amicizia. Bisogna invece fermarsi su pochi libri e tornare più volte su quelli già letti, per poter trarre sempre qualcosa di nuovo ed utile per la propria crescita da poche menti fidate. Per dimostrare con maggiore evidenza quanto la dispersione non giovi allo spirito nè al corpo, Seneca ricorre a varie metafore, immagini concrete, vive e nitide: una pianta non si irrobustisce se viene trapiantata molte volte, una ferita non guarisce se si adottano rimedi sempre diversi; inoltre, con la sentenza “Nusquam est qui ubique est” (“chi è dappertutto non è da nessuna parte”), sintetizza il concetto e lo rende universale, generalissimo, valido in ogni ambito ed in ogni tempo. Il prefisso “dis” negativo è sapientemente usato sempre allo scopo di condannare la dispersione, in contrapposizione ad In, indicante lo stato in luogo, che insieme a Cum compare in quelle parole che esortano a tentare di raggiungere l’equilibrio e la costanza propri del saggio. Interessante è la doppia funzione dell’ablativo Certis ingeniis riferito al verbo Innutriri (nutrirsi): di stato in luogo a rendere un’idea di stabilità, per la presenza del preverbo In, idea suggerita anche dal pregnante aggettivo Certis (ben determinati, sicuri, fidati) e dal verbo Immorari (fermarsi) subito prima, e di ablativo strumentale, necessario per completare i verbi con questo significato, ad indicare che questo è un mezzo definito molto consigliabile (Oportet) per arrivare alla saggezza.
Seneca suggerisce anche di cercare nei libri un aiuto per affrontare la povertà, la morte e gli altri mali che l’uomo può incontrare, e di scegliere ogni giorno, al termine di varie letture, un concetto da interiorizzare e far proprio. Notevole è qui la concretezza del linguaggio, i prefissi sono mirabilmente scelti e disposti in ordine logico: il “per”, attraversare un certo numero di libri, di pensieri, di concetti, estrarne poi uno tra questi “ex” che in quel giorno si decide di assimilare “cum”, cioè rendere tutt’uno con se stessi, farlo entrare nella mente ed elaborarlo in maniera critica, ma quasi anche nel corpo, in circolo nel sangue tanto lo si assorbe pienamente. È questa una sana abitudine, condivisa dall’autore stesso: essa, oltre a favorire la crescita e l’apprendimento individuale, ha anche il valore di una conquista sociale, perchè crea il rapporto dialettico tra le persone e tra le generazioni vitale per la trasmissione di un prezioso patrimonio di convinzioni etiche e filosofiche che, secondo l’opinione di Seneca, non appartiene al singolo autore che le ha formulate, ma a tutta l’umanità. Nel giorno in cui scrive questa lettera decide di ragionare su un saggio pensiero di Epicuro: è cosa nobile la povertà accettata con gioia. Egli condivide ed apprezza questa massima tanto da farne dono a Lucilio, ma la corregge in parte ed esprime il suo punto di vista con un efficace uso delle antitesi: quella accettata con gioia non è povertà, perchè povero non è chi ha poco, ma chi vuole di più; se si tengono sempre gli occhi sulle ricchezze altrui, non si sarà mai ricchi pur possedendo tanto. Qui il dialogo si fa più serrato, perchè Seneca ipotizza una domanda diretta del suo interlocutore su quale sia dunque la giusta misura della ricchezza, quanto dobbiamo desiderare e cercare di ottenere; la sua risposta è che bisogna prima avere ciò che è necessario, poi ciò che è sufficiente, concludendo così la lettera con una frase lapidaria di straordinaria incisività, che propone come regola essenziale e cerca di mettere in pratica in tutta la sua vita.

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