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Orazio, libro III, ode 30

appunti di latino di Alissa Peron

Introduzione

Una delle più celebri odi di Orazio, che conclude il libro III e quindi la raccolta poetica pubblicata nel 23 a. C., ha come tema centrale il potere della poesia di conferire l’immortalità: essa infatti è in grado di resistere al trascorrere del tempo e di conservare il ricordo dell’autore e mantenerlo quindi in vita attraverso la lode dei posteri. Il verso utilizzato è l’asclepiadeo minore, introdotto dal poeta Asclepiade di Samo: come Orazio afferma in questo stesso componimento, egli è stato un innovatore, un vate ed un maestro per i suoi contemporanei per quanto riguarda il modo di far poesia, poiché ha introdotto temi nuovi e quotidiani trattandoli con la sua consueta cura formale e servendosi di metri greci, che i poeti lirici antichi usarono per trattare temi più aulici. É un intento che Orazio si era proposto fin dall’inizio, dalla poesia giambica, e che costituisce una sorta di ossimoro tra forma e contenuto.

Nel componimento prevale la coordinazione rispetto alla subordinazione e numerosi sono i parallelismi e le coppie di elementi (nomi, aggettivi, frasi) coordinati per polisindeto; la sintassi è tanto bilanciata da conferire alla poesia un’apparenza di semplicità.

 

Testo originale:

Exegi monumentum aere perennius

regalique situ pyramidum altius,

quod non imber edax, non aquilo impotens

possit diruere aut innumerabilis

annorum series et fuga temporum.

non omnis moriar multaque pars mei

vitabit Libitinam; usque ego postera

crescam laude recens, dum Capitolium

scandet cum tacita virgine pontifex.

dicar, qua violens obstrepit Aufidus

et qua pauper aquae Daunus agrestium

regnavit populorum, ex humili potens,

princeps Aeolium carmen ad Italos

deduxisse modos. sume superbiam

quaesitam meritis et mihi Delphica

lauro cinge volens, Melpomene, comam.

 

Traduzione letterale:

Ho innalzato un monumento più duraturo del bronzo\ e più alto della regale maestà delle piramidi\, che né la pioggia che corrode, né il vento impetuoso\ potrà abbattere né l’interminabile corso degli anni e la fuga del tempo.\ Non morirò del tutto, anzi una gran parte di me\ eviterà la morte; per sempre\ io crescerò rinnovato dalla lode dei posteri\ finché il pontefice salirà in Campidoglio\ con la processione silenziosa delle vergini.\ Si dirà che io, dove strepita scrosciante l’Ofanto\ e dove Dauno povero d’acque regnò su popoli agresti\ da umili origini fatto potente, per primo\ ho portato a ritmi italiani la poesia eolica.\ Assumiti questo traguardo\ conquistato per tuo merito e con l’alloro di Delfi,\ Melpomene, di buon grado cingimi i capelli.\

 

Commento:

Fin dai primi versi appare chiara la consapevolezza del poeta dell’imponenza della sua opera, più eterna del bronzo, materiale considerato molto resistente e adatto per le statue, ed ancora più maestosa della mole delle piramidi, ritenute monumento regale; anzi considerando i versi successivi sembra che la poesia sia posta in antitesi al metallo che può invece essere corroso dall’acqua e spazzato da un vento impetuoso. Gli aggettivi perennius e altius, che esprimono quest’idea di immortalità e maestà, sono collocati in posizione di rilievo alla fine del verso, in modo che i primi due versi, nei quali i sintagmi sono disposti nello stesso ordine, terminano anche con lo stesso suono. Il componimento si apre con il verbo exegi al perfetto a sottolineare che l’opera è stata appena conclusa; la maggior parte dei verbi che seguono sono al futuro indicativo, come se l’autore prevedesse qualcosa di certo, e la sicurezza diventa assoluta alla fine come evidenzia l’uso dell’imperativo. La ricerca dell’equilibrio formale, già presente come si è visto nei versi di apertura, diventa quasi ossessiva nelle due proposizioni relative consecutive che concludono il primo periodo: il predicato possit diruere è proprio nel mezzo, incastonato tra le due coppie di soggetti ciascuno dei quali è accompagnato e caratterizzato da un aggettivo o da un complemento di specificazione o da entrambi. La congiunzione aut, al centro del verso e del periodo stesso, funge come da cerniera tra un primo livello, quello delle intemperie del clima, ed un secondo, quello della corsa del tempo, più definitivo ed ineluttabile del primo: il plurale temporum vale gli istanti che corrono via uno dopo l’altro; “innumerabilis” alla fine del verso, con gli accenti metrici che coincidono con quelli tonici, suggerisce l’idea dell’eterno, inesorabile passare del tempo cui la poesia riesce a sottrarsi, e lo stesso effetto hanno i numerosi enjambement: le parole sembrano voler oltrepassare la misura del verso, incalzando come il tempo.

Il secondo periodo si apre con il verso che contiene il concetto centrale del componimento enunciato con chiarezza e con tono solenne, come evidenziano la litote e l’allitterazione in M.

Anche qui le parole sono disposte in ordine non casuale, il nome e l’aggettivo in ablativo che costituiscono il complemento di mezzo sono alternati ai due verbi, e questo suggerisce che il complemento sia riferito sia al futuro crescam sia al participio presente recens, e che i verbi assumano un significato affine, ma con un progressivo crescendo nella forza e nell’intensità: il poeta crescerà, si rinnoverà continuamente grazie alla fama che in eterno avrà presso i posteri; enfatizza di più il concetto esprimendo il pronome ego, spesso sottinteso.

Al tempo di quest’ode è già avvenuta la conversione politica di Orazio ed è consolidata la sua fiducia nelle istituzioni; per questo egli crede che il pontefice massimo per sempre salirà in Campidoglio con la processione delle vergini; questo cammino porterà Orazio a cantare, nell’ultima parte della sua vita, il prestigio di Roma, su commissione di Augusto.

Nei versi successivi sono numerosi i tratti autobiografici dell’autore: le sue umili origini, in un territorio arido e dal clima inospitale come l’Apulia e in una famiglia non nobile, l’importanza che si è conquistato grazie alla sua opera poetica, il valore preciso della sua poesia e di nuovo la sua consapevolezza di essere un innovatore: è il primo ad aver trasmesso contenuti propri della cultura latina in metri greci. Si ha qui una sorta di sintesi, ed Orazio spiega per quale motivo il monumento che ha innalzato non solo resisterà a tutto, ma renderà lui immortale: egli è presente nella sua poesia, in particolare in quella lirica, e questo suo monumento non è altro da lui, ma contiene molto di lui (multa pars mei); lo capiamo dai precisi riferimenti autobiografici, dall’ampiezza delle perifrasi che lo identificano e che sceglie di usare in luogo del suo nome: il ritmo sembra rallentare, costringere a fermarsi su di esse e prestarvi attenzione, e inoltre, anche se il pronome ego non è espresso, il poeta si mette in posizione di rilievo aprendo il periodo con dicar e costruendo personalmente il verbo. Il periodo è dunque il più complesso ed articolato anche se simile agli altri come struttura, ed è l’unico il cui termine coincide con la cesura del verso; gli altri periodi si concludono alla fine del verso stesso.

Nelle due invocazioni finali Orazio usa l’imperativo, indice di sicurezza crescente; anche l’ultimo periodo è formalmente equilibrato, ma la prima invocazione sembra rivolta sia a Melpomene, musa della lirica e della tragedia, come la seconda, sia a se stesso; sa di aver raggiunto un traguardo elevato ed arduo, il termine “Superbiam” non ha significato negativo ma quello neutro o positivo di “altezza”, traguardo appunto, che costituisce anche una responsabilità. Questa  poesia ed il libro III delle Odi si concludono con la richiesta della suprema incoronazione poetica da parte di Melpomene, cui Orazio chiede che le sue tempie siano cinte dall’alloro dei poeti lirici di Delfi, sede di un tempio del dio Apollo protettore delle arti; una conclusione solenne, ma anche vivace per la presenza degli imperativi e del participio “volens”, posto al centro del verso prima della cesura e subito prima del vocativo Melpomene, a sottolineare che Orazio è sicuro che la sua richiesta sarà accolta di buon grado dalla musa.

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