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Liberare la libertà
Articolo di
Vincenzo Andraous
Morti sulle strade, morti sul lavoro, morti per droga, morti per soldi e
morti per legge di sangue, morti tutti per non curanza.
Un paese piagato dall’ingiustizia della violenza, prepotenza, arroganza,
incapace di valorizzare ciò che è bene, disattento a smitizzare quanto è
virtuale, ma assolutamente reale.
Ogni tragedia appare come una sequela di errori sfornati in serie, tutti uguali
per quantità e qualità.
Un paese dalle interpretazioni sfumate, una società bullistica che non ha più
niente da con-dividere, se non parole prive del Dna, atteggiamenti fotocopiati e
impolverati.
E’ tutto così scontato e banale, che l’abitudine alla fatica, quella che
accompagna il pensare al fare, ha cambiato residenza, non abita più la nostra
struttura mentale, s’è dislocata altrove, a debita distanza.
Un paese di spari e di rapine, di morti per un’offesa che non scalfisce il viso,
ma il portafoglio, di feriti e di umiliati dal primo venuto, un treno merci di
prassi, di moventi, di simulazioni.
Un paese alla berlina nell’umanità disintegrata, nelle preghiere accartocciate
ai piedi di una croce resa invisibile al pentimento, che non ha più voce
interiore, eppure è il nodo della questione sotto il profilo culturale e anche
da un punto di vista politico.
Promesse, lanci pubblicitari, matite spuntate e racconti inefficaci di uomini e
donne presi per il bavero, derubati della propria dignità che sta nel sudore
della speranza.
Donne e bambini messi all’angolo, per vigliaccheria, per gelosia, per invidia,
per un potere dominante acquistato a basso costo, al mercato del silenzio,
quello più infamante.
Vite disperse nella disattenzione, peggio nel disamore, come fotografie da
scegliere, da scartare, da nascondere, mentre a ogni sussulto di coscienza,
interviene la preparazione di un palco per mostrare gli attributi, e magari una
buona dose di follia per volere cambiare il mondo.
Eppure il nostro futuro è tutto adagiato nella nostra capacità di rivedere il
passato, di rielaborare i nostri trascorsi, per andare oltre il disincanto
vissuto dai tanti giovani, per non essere costretti a vivere l’uno accanto
all’altro come “sordi”.
Non c’è più bisogno di scuse, di giustificazioni, il gioco è allo scoperto, alla
mercè delle intelligenze che non si sottraggono al dazio da pagare per avere
concesso un uso smodato delle proprie debolezze, fragilità, inadeguatezze.
Ma ancora una volta in nostro soccorso giungono gli esempi di uomini autorevoli
e di cittadini sconosciuti, che non lasciano spazio alla resa, affidandosi ai
piccoli gesti quotidiani, come ha detto don Enzo Boschetti, per liberare la
libertà, quella libertà che non si raggiunge mai in solitudine, ma insieme, non
accettando questa emorragia di felicità verso la morte, dove il male e il dolore
crescono e sono pochi i malati che guariscono.
Riferimenti importanti che ci insegnano la sola ricetta possibile, l’ascolto,
avendo cura che giovi a qualcuno ne ha bisogno, senza badare a quanti poco amano
le voci scomode, gli impegni eroici, come don Franco Tassone che ci viene
incontro e ci costringe ad avere fede di guardare “oltre”, ce lo dice per darci
coraggio, e dare a nostra volta speranza a chi ha difficoltà anche solo a
pensarla.
Vincenzo Andraous
tutor Comunità
Casa del Giovane
Pavia maggio 2008
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