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Bullismo

una vera e propria contrapposizione culturale

di Vincenzo Andraous

Bullismo in percentuale accettabile, sento dire da qualche tempo, trasgressione da ragazzi, devianza che non è ancora diventata un dato esponenziale, insomma si tratta di una violenza addomesticabile, è tutto sotto controllo, come se la scuola innanzitutto e la famiglia in coda, avessero deciso di stendere un velo su questo argomento.

Bullismo che non è più riconducibile al solo disagio relazionale che assale gli adolescenti e pure qualche adulto idiota, ormai bisogna parlare di una vera e propria contrapposizione culturale: una parte non troppo marginale dei nostri giovani ha deciso di intraprendere un tragitto di vita senza servirsi degli strumenti salvavita che la prudenza e la pazienza impongono, l’esperienza che il  mondo adulto gli mette a disposizione.

E’ pesante la sensazione che di bullismo non si debba più parlare, quasi non si trattasse di  un cancro, una metastasi culturale da estirpare.

Qualcuno cita inopportunamente altri paesi, altre realtà e altri organigrammi sociali per fare intendere come si dovrebbe operare per risolvere definitivamente l’epidemia; durezza e galera, come in Inghilterra, in America, omettendo però di dire che si tratta di parallelismi assurdi. Infatti sono situazioni e problematiche che non è possibile fotocopiare, e soprattutto in questi paesi, dove si è cercato di “ridurre il danno” attraverso una dose robusta di castigo e punizione statuale, s’è venuta a creare una situazione insostenibile, minori morti ammazzati ai bordi delle strade, carceri stracolme di giovanissimi pronti a morire alla prima occasione.

Atti di bullismo zero, ma allora  come è possibile che a ogni corridoio di scuola,  angolo di classe, al centro di una piazzetta, dentro un raduno, l’odore della prepotenza si respira senza possibilità di errore.

Come è possibile dialogare sulle problematiche giovanili con un fare e dire sempre più isterico, sempre meno professionale, e di rimando con un uso improprio delle regole  e delle civicità calate dall’alto, autoassolvendo il mondo dei grandi da una responsabilità imperdonabile.

Chissà se forse non occorrono meno effetti speciali, mettendo davanti a quanti sono già futuri “carcerati”, persone lacerate dalla sofferenza, da quel  dazio pagato e ancora da pagare, testimoni senza più parola che potrebbero spiegare ciò attende coloro che si sentono stoltamente i più furbi.

Opporre alla violenza di un’età bloccata, la storia raccontata in prima persona da chi è diventato vecchio da giovane per quella prepotenza perpetrata, per il male fatto e per  la tragedia colpevole che ne è seguita, e non avrà a disposizione un’altra vita per provare a riconsegnare dignità alla propria esistenza.

Insegnanti assenti, educatori distratti, genitori dall’arringa aggressiva, disposti a sferrare schiaffi e gomitate pur di difendere a spada tratta i propri pargoli: forse è il caso di riformare il mondo della maturità diplomata e laureata, quella maturità raggiunta senza troppe fatiche, che quindi  reclama   altrettante  facilità operative, forse è più urgente “insegnare” dapprima ai grandi: per poter arrivare senza fraintendimenti ai più piccoli, l’importanza del rispetto per se stessi e per gli altri. E questo rispetto non è possibile impararlo attraverso la solita formuletta disegnata alla lavagna, semmai con l’esempio autorevole di chi rimane un protagonista positivo del proprio destino.

Vincenzo Andraous
tutor Comunità
Casa del Giovane
Pavia febbraio 2009

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