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Brigate rosse e amnesie generazionali
Sono tempi che non consentono cadute all’indietro, vuoti di memoria, amnesie
culturali e generazionali.
Rivoluzione e brigate rosse, risoluzioni e comunicati.
Tanti anni fa, esisteva il ruggito proletario che mieteva vittime e speranze
all’insegna di un ipnotismo collettivo, sì, delirante, ma anche condiviso dalle
masse più influenzabili, lacerate da aspettative disattese.
Un brigatismo forgiato nelle scuole, nelle fabbriche, nelle periferie
dimenticate.
Persino nelle celle di un carcere, si esorcizzava la paura della sconfitta,
dubitosa all’inizio, più certa nel corso della battaglia.
Anche nella libertà perduta, l’assolutismo ottuso era vinto nell’alcol delle
parole, degli slogan inebetiti e inebetenti, nei volti inchiodati alle sbarre
delle finestre, in attesa di una liberazione che non sarebbe mai avvenuta.
Era l’utopia a fare da conduttrice ai sentimenti, a fare da maschera alle
proprie inadeguatezze.
Questi tempi odierni sono diversi, non solo sono cambiate le condizioni per gli
inarrestabili mutamenti intervenuti, soprattutto sono cambiati gli uomini, le
persone, le generazioni.
Queste nuove brigate rosse, questi nuovi avamposti del ferro e del fuoco, fanno
intravedere una simbiosi scombinata di ben altra realtà.
Si è parlato molto delle babygang, di come fanno o meglio pensano di fare
collettivo, di come recintano un’area dove tutto può essere condiviso.
Giovani per-bene perché finanziariamente approvvigionati, giovani con poche
monete nelle tasche, ma tutti disagiati, perchè senza idee, sprovvisti di
tecniche dialettiche e politiche, di estremismi pseudo-solidali.
Il presunto terrorista che oggi si presenta sul palcoscenico nazionale, è
qualcuno che ha perso il suo tempo, che veste abiti mentali vetusti e tarlati da
un decennio di vita a vivere, e non di vita da combattere a tutti i costi.
E’ qualcuno, sì, fornito di cultura, di nozioni tecniche economiche, ma solo in
apparenza è un conduttore autorevole, perché nonostante il suo carico di
terrore, di metriche logorroiche, tradisce la propria identità di educatore di
anime delittuosamente ingenue, di anime purtroppo già derelitte e sconfitte.
E’ qualcuno che tradisce una identità non libera né liberante, che non possiede
edificio da ricostruire sulle ceneri del passato, proprio perché chi rifiuta le
scelte, tutte, in blocco, non conosce libertà, né può essersi mai sentito un
uomo libero.
Allora, e con sorpresa, non ci sono solamente le babygang a scorrazzare sulle
strade, c’è un nuovo soggetto che irrompe nella nostra società, sparuto gruppo
dell’ultima fila, ospiti fissi dei rifugi del comodo silenzio, interrotto dalla
frazione di uno sparo, attori inconsapevoli della propria patologia di Peter
Pan, confermata nelle miserie esistenziali di uomini infantilizzati dal
disimpegno, dal rifiuto del dialogo, del confronto.
Uomini sempre più soli, destinati al macero, come le parole rubate sui libri di
storia, distorte fino a farle diventare replicanti di se stesse, in un remake
degli anni di piombo, che nessuno vorrà rivedere.
Mai più.
Vincenzo Andraous
tutor Comunità
Casa del Giovane
Pavia febbraio 2007
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