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CASA DEL GIOVANE = PROPOSTA di vita

A volte gli scritti, ritrovati per caso tra le mani, si vestono di sacralità, giungono come per sottolineare tracce di vita che vengono incontro, lungo il cammino del cercare e del chiedere. Righe vergate dal fondatore di questa comunità Don Enzo Boschetti, nella voce del suo successore Don Franco Tassone. Mi tornano in mente le parole del Profeta Michea, uno dei profeti cosiddetti minori: “Ti è stato fatto conoscere, o uomo, ciò che è bene e ciò che da te richiede il Signore. E’ questo: pratica la giustizia, ama la misericordia, e vivi in umiltà al tuo Dio”.

Don Franco dice: “affrontare il cambiamento è una necessità, come affrontarlo è una sfida per i comunitari e le comunità”.

Se la comunità è un sistema chiuso gestirà i problemi del cambiamento e dell’aggiornamento tentando di mantenere lo status quo ripiegandosi su stessa; se invece è un sistema aperto diventa luogo di testimonianza.

La vita comune è di per sé ambivalente: un ambiente di apprendimento che può favorire la crescita nei valori, l’accompagnamento personale, la fiducia, oppure un rifugio per personalità che non vogliono crescere o che hanno paura di crescere.

Mi guardo attorno e davvero qui esiste uno spazio mai chiuso, né separato, in cui i ragazzi, gli uomini, le donne, tutte le persone coinvolte, possono diventare

protagonisti attivi della loro rinascita.

In questo laboratorio di esperienze  la persona conta molto di più delle parole, delle statistiche, degli investimenti, pochi o tanti che siano.

Ma ciò non sottenderà mai la nascita  “dell’individualismo, tante persone intoccabili e suscettibili che appena messe difronte a ciò che non nasce dalle loro iniziative, saltano. Io sto insieme con te purché tu sia per me. I valori non sono più lo scopo della vita comune ma l’occasione e il pretesto per costruire gruppi esclusivi e selettivi”, invece Don Franco Tassone sottolinea: “ un buon punto di partenza per fare Comunità è dire che la Comunità è per i valori cioè è un luogo che serve per interiorizzare, far propri  i valori per i quali vale la pena di vivere. La Comunità è efficace nella misura in cui favorisce CONTINUITA’ e SOLIDARIETA’.

Mi chiedo allora: cosa intendo io per comunità?

Non è facile rispondere, perché solo da poco sono in questa casa comune, ma a mio favore giocano gli anni vissuti in  gruppo nel Collettivo Verde del carcere di Voghera.

Posso farlo guardando al carcere da dove provengo,  alla cella chiusa, alla noia imposta, alla inoperosità che pare studiata a tavolino. Per questi motivi il pianeta carcere è inteso dai suoi abitanti come una macchina per l’esclusione di una umanità a basso registro formativo, piegata da problemi sociali che paiono insormontabili per qualsivoglia integrazione.

Infatti nell’esubero di carne umana cosiddetta avariata e ristretta, c’è il rivelatore di come la nostra società risponde alla tossicodipendenza e all’immigrazione illegale: è come se il filo spinato sparso all’intorno delle galere ci proteggesse dalle nostre paure.

E’ incredibile come, al di là di quel muro, e all’interno di questa comunità, le cose cambino di prospettiva e poi di contenuto.

Qui, ti rendi conto di cosa significa un atteggiamento attivo e propositivo, non tanto e non solo per il  fare lavorativo o  produttivo, di per sé già tanto importante, ma anche nella capacità di riconoscere quelle che sono le proprie potenzialità personali ed i propri interessi, e tradurli in un progetto di autorealizzazione, assumendosi la responsabilità di un nuovo stile di vita.

Cosa intendo io per comunità? Un servizio? Formazione? Solidarietà? Amore? Dignità? Giustizia? Fortezza che deriva dal ritorno alla fede che ognuno di noi professa? Libertà liberata nel rispetto reciproco e nel bisogno di credere nella persona, nella consapevolezza che nessuno ha ragione da solo e nessuno si salva da solo?

Questa  comunità mi infonde questi sentimenti,  ma anche una spinta ad una nuova analisi del mio essere a sentirmi comunitario: perché parte di un insieme.

Tossicodipendenza, alcolismo, trasgressione minorile e devianza criminale, sono percorsi riconducibili a un disagio esistenziale che persiste caparbiamente a  creare sempre nuove vittime.

In contesti e circostanze diverse, ricordo cosa sono stato e cosa ero diventato, mentre oggi comprendo chi sono e soprattutto cosa voglio.

E mentre mi avventuro in questa “Casa del Giovane”, m’accorgo che tante risposte mancanti, qui,  trovano conforto.

Ragazzi a perdere in carcere, ragazzi a entrare in questa o altre comunità: a migliaia con lo stesso disagio.

Rammento Socrate nel Gorgia, penso alla sua teoria della confutazione, alla sua ironia sulla punizione come medicina per l’anima.

Penso che a volte, e sono tante, il portare in carcere tante persone che hanno sbagliato non giovi alla sicurezza della collettività né alla Giustizia degli uomini.

Socrate nell’Apologia, afferma: quale senso ha colpire e punire, ( ed io aggiungo tradurre in carcere ) chi sbaglia involontariamente, cioè per ignoranza. Non sarebbe meglio “confutarlo”?

E’ chiaro che questo argomentare se correttamente applicato delegittima molti dei castighi di cui si avvale la Giustizia penale: da una cella di prigione, a una camera per l’iniezione letale.

Ancor più sono consapevole dell’ingiustizia delle ideologie, così come del dolore di chi riceve il danno, ma è poi così improponibile creare spazi e laboratori esistenziali, affinché all’ignoranza del proprio disagio subentri consapevolezza dei propri limiti e delle proprie capacità?

Siamo in un tempo ove la Pietà e la Misericordia sono scarabocchi di un libro impolverato e dimenticato. Ove l’intelligenza e le scelte politiche rimangono paralizzate nell’incertezza tra Stato etico e Stato mediatore. Ove vendetta, castigo, punizione, prevalgono su un  equo concetto di espiazione-riparazione.

Siamo sprofondati in un tempo in cui alla richiesta di Giustizia e di Amore, di risposte quanto meno chiarificanti il disagio dilagante nei giovani,  delle loro inquietudini, incertezze e fragilità, contrapponiamo a questa malattia dell’anima non tanto e non solo: odio e rivalsa, ma purtroppo indifferenza.

Persiste il diritto di amministrare questa situazione con la  gestione delle norme, costruendo il consenso e reprimendo il dissenso.

Sto facendo politica? Sociologia spicciola? Eppure i pensieri camminano, scavano e scoprono vie di emergenza.

Sono pensieri che non dimenticano il male fatto nel passato che pesa come un macigno sulle spalle.

Feedback che non vive di ricordi, ma attraversando questa vita ripercorre ciò che è stato, elaborando quanto è avvenuto.

Nella comunità “Casa del Giovane” leggo negli sguardi di tanti ragazzi la voglia e la forza per non arrendersi all’ultima battaglia.

Qui dentro, siamo tanti uomini alla ricerca di qualcosa, soprattutto di noi stessi attraverso gli altri.

Per anni non abbiamo pensato né capito quanto male facevamo agli altri e quanta libertà di “essere” perdevamo.

Abbiamo lasciato agli altri il compito di etichettarci, inquadrarci, di stabilire la nostra irrecuperabilità dalla droga, dall’alcol, dalla devianza criminale e dal carcere quale maggior riproduttore di subcultura.

In questa “Casa del Giovane”, c’è la possibilità di rendere forte chi ancora non sa di esserlo: perché la fortezza è inespugnabile se la guarnigione è ben addestrata.

Ognuno ha la sua storia, le proprie lentezze e stanchezze, le proprie ferite ed i propri crateri da colmare, ma in questa dinamica di gruppo, dove gli obiettivi sono comuni ad un agire comune, persino a chi rimane supinamente aggregato al lavoro dei tanti è consentito di vivere.

Guardando agli altri, ti accorgi che spesso è  troppo facile rimanere in silenzio, non esporsi, non sbilanciarsi:  ma quando rimango aggrappato alla mia passività, non solo non esprimo le mie opinioni, ma addirittura rischio inconsapevolmente di non averne.  Di più: rischio di non essere in grado di chiedere aiuto e di mostrare la mappa delle mie esigenze.

Non divento navigatore, né esploratore di ciò che voglio essere e di ciò  che ho intorno, non mi vesto da protagonista per il mio progetto di vita.

Invece comprendo i limiti entro cui stare, se posso fare delle esperienze con cui confrontarmi, ampliando la possibilità di scelta qualsiasi sia la situazione di partenza.

Tutto ciò non cancella le difficoltà, tanto meno può indurre chicchessia   a farsi prendere la mano dagli assoluti salvifici di onnipotenza o dalle “strette “ delle risorse sovente precarie.

Allora non bisogna sfuggire a  quel “nuovo” di cui Don Franco è fautore,  inteso come presenza in questa comunità, oppure nella cella di un carcere, ma occorre avere il coraggio di “rischiarsi”, per  assumersi la responsabilità della propria crescita personale e umana.

21-8-2000 Pavia

Vincenzo Andraous
Responsabile Centro Servizi Interni
Comunità Casa del Giovane
via Lomonaco 43
Pavia 27100
tel cell 348-3313386

vincenzo.andraous@cdg.it

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