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In queste solitudini inconfessabili
Articolo sulla Strage di Erba
Donne e bambini al macero, dissacrati, gettati come carta straccia senza
provare un fremito di vergogna.
Gli accadimenti tragici di Erba rappresentano i pensieri nascosti, quelli che
non si dicono, disegnano i comportamenti rivestiti di indifferenza e
imbellettati di rigetti, e quatti quatti gli impulsi sono poi mostrati senza
badare troppo al sottile, in una autocelebrazione dell’infamia senza eguali.
Nel sangue innocente che ci sbatte addosso, viene da pensare che stiamo
attraversando la fine dei giorni dedicati alla vita. In questo disperante
vagabondare tra impossibile e già accaduto, ho ricordato un altro uomo vestito
di nero, il peggiore degli assassini, che mi ha raccontato lo sfinimento degli
uomini, svelandomi l’insignificanza della vita umana, tutta dentro al proprio
delirio di onnipotenza.
Lui conosce bene il freddo di una lama, la premeditazione di uno sparo, il
dolore, la tragedia, conosce a fondo l’indicibile, ciò che sta sottotraccia, e
non si vede, ma c’è.
L’ho incontrato in questi giorni con ancora negli occhi il rumore sordo del
massacro di Erba, mi ha guardato con gli occhi bassi di chi non riesce a
spiegarsi quell’odio che nasce e si culla, imperterrito, nella mancanza di
elaborazione dell’ira, perché davvero non esiste vendetta che possa nutrirsi con
gli occhi sfiniti di un bambino.
Quanto accaduto in quel cortile sconosciuto, non ha orme di follie ereditate,
neppure strappi alla conformità che dà sonnolenza, e perciò spaventa, in quella
carneficina c’è la spinta a metterci di fronte alla nostra diffidenza nei
riguardi di chi non ci è prossimo, perché diverso, magari per il colore della
pelle.
Nessuno vede e nessuno sente nulla, questo accade quando il cuore è preso a
prestito dalla fatica a sopportare “chi e che cosa”, allora ci sentiamo presi
dentro a una inondazione anomala, quale parte di una umanità lontana, ma
improvvisamente presente, come un corpo a corpo a sbarrarci il passo.
Si, io conosco il peggiore degli uomini, mi ha raccontato il rumore del taglio,
il fragore dello sparo, lo scavo di ogni lamento, e l’insopportabilità delle
preghiere.
Infine mi ha raccontato che non è la pistola a fare di un rapinatore un uomo.
Mi chiedo quale personalità, quale coscienza, albergano in quei due armati di
coltello e spranga, entrambi protesi a rubare vite non ancora sedimentate.
Quanta rabbia incontenibile in quelle dita strette a pugno, rabbia sottopelle,
rabbia ben nascosta alla superficie, rabbia nella malattia dei deserti, che
striscia dalle periferie esistenziali delle solitudini inconfessabili, rabbia
disposta a misura, più in là del desiderio di un bimbo che non arriva, assai più
in là, tra gli iracondi ossessionati dalle proprie rese alle diversità
all’intorno, intenti a creare l’appagamento ingannevole della morte.
Vincenzo Andraous
tutor Comunità
Casa del Giovane
Pavia gennaio 2007
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