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Indulto e progetti inevasi

 articolo sul carcere di Vincenzo Andraous

L’indulto è stato da poco concesso, ed è subito diventato terreno di scontro politico e sociale.

Ciò avviene perché spesso sono ingannevoli le percentuali date in pasto all’opinione pubblica, sugli effetti negativi di questo atto di clemenza.

Infatti quando siamo investiti da accadimenti tragici, si fa ricorso alla critica più feroce, attribuendo fatti eclatanti di criminalità organizzata a quanti hanno potuto godere di questo istituto.

Si può essere o meno d’accordo con quanto richiesto esplicitamente da Papa Giovanni Paolo II quel giorno memorabile in parlamento, si può dissentire da un sentimento di perdono, che appartiene certamente alla sfera più intima di una persona, ancor più è necessario e possibile obiettare di fronte a forme di buonismo che fanno perdere la pazienza al cittadino inerme, e che peraltro sono deleterie persino per il cittadino detenuto, poiché condurre in un progetto di ricostruzione e di rinascita attraverso il solo strumento dei buoni sentimenti, risulterà un atteggiamento non solamente sterile, ma soprattutto assai pericoloso.

L’indulto è stato concesso e la domanda che assilla la mente è: ma chi è uscito dal carcere? Pericolosi delinquenti pronti a tutto per assicurarsi una nuova impunità, oppure schiere di senza fissa dimora, di disperati senza un riferimento certo, né capacità di riconquista della propria dignità personale?

I reati sono davvero aumentati perché riconducibili alla concessione della misura in questione? O più semplicemente c’è una manifesta ricerca di giustizia a salvaguardia della collettività, quando si prospetta l’imminente uscita in libertà del Chiatti pedofilo e assassino, ben sapendo che le sue stesse dichiarazioni e la riprovata pericolosità sociale ne impediranno sicuramente l’accesso a qualunque beneficio meritocratico.

Si tratteggiano orde di criminali incalliti nuovamente nelle nostre strade, pronti a invadere con la violenza le nostre case, plotoni di fuori di testa che non scontano la propria condanna, mentre in carcere per i reati più gravi ci si rimane per trenta anni e oltre, soprattutto si continua a morire per inumanità dentro una cella.

Forse sulla funzione del carcere, sulla deterrenza della pena, sulla trasparenza della sicurezza, occorre guardare al futuro senza incancrenirsi sul passato, sul già accaduto.

Gridare allo scandalo per la non proposizione di una pena certa, senza esprimere una proposta coerente, sottende disconoscimento per l’inusitato alzo verso l’alto del tetto delle pene erogate dai nostri tribunali: in Europa abbiamo le più alte.

Il carcere ridotto a mero contenitore di numeri, ove l’espediente sta nel sopravvivere, non nel tentare di vivere nella speranza di rinascere davvero.

Misure alternative, istituti di recupero, prevenzione e risocializzazione, ridotti a colabrodo per mancanza di fondi, di materiale umano professionale, e sebbene in alcune carceri le celle si siano svuotate, rimangono da approntare gli investimenti per rendere comprensibile un percorso di retribuzione e di reinserimento sociale.

Sull’indulto molto si sta discutendo, ma assai di più si sta disattendendo; di per sé l’uscita dal carcere di tanta umanità derelitta e sconfitta perché tuttora priva di strumenti di condivisione sociale, spinge a chiedersi se dal carcere escano persone ristrutturate o piuttosto individui infantilizzati.

Questo carico di umanità lacerata è stata posta in libertà, senza predisporre piani di recupero oggettivamente attuabili, di sostegno con progetti a breve termine.

Forse non è l’indulto il pericolo pubblico, forse occorre meglio osservare i ritardi per quelle riforme e quelle scelte, che rimangono sbilanciate a favore dei grandi numeri reclusi, con i ragazzi alla ricerca della dose quotidiana, ora usciti ma non ancora ospitati nelle comunità terapeutiche, e le colonie extracomunitarie disperse sul territorio.

Nell’impegno sul futuro sta il contributo che ognuno di noi vorrà dare per creare un ponte per una riconciliazione, perché come è detto nelle Sacre Scritture: chi non sa perdonare, spezza il ponte sul quale egli stesso dovrà passare.

Vincenzo Andraous
tutor Comunità
Casa del Giovane
Pavia ottobre 2006

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