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Intifada allo Stadio di Catania
venerdì 2 febbraio 2007
Colpi sotto la cintura
In questi giorni si sprecano lacrime, accuse, opzioni più o meno ardite per
fare Giustizia di un accadimento tragico, culminato con la morte di un uomo.
Ucciso a margine di una partita di pallone, volutamente a margine, per
significare la distanza che ormai intercorre tra il gioco e la realtà che
incombe.
Per dare senso a questa morte non c’è bisogno di andare a parare nelle scienze
sociali, nelle violenze di altre epoche: ove la civilizzazione è più alta, più è
certa la tragedia dietro l’angolo.
Se di disagio si tratta, non è certamente riconducibile alle regioni dello
stivale basso, per intenderci quelle dal reddito iniquo, infatti quanto ha
investito Catania, non è associabile al solito luogo comune del sud mafioso,
contaminato dalle organizzazioni criminali, perché i morti ammazzati ci sono
stati a Catania, come a Milano , Genova, Roma e Ascoli.
Ci si ostina a quantificare i commandos spaccaossa a pochi sparuti gruppi di
criminali, per cui basterebbe poco per renderli inoffensivi.
Anche questa disamina appare una sorta di sociologia spicciola, è vuoto il
calice della conoscenza di fronte a un uomo disteso sul selciato, riverso con
gli occhi increduli sulla lacerazione inferta all’umanità.
Forse per avvicinare una soluzione occorre chiederci perché le famiglie non
frequentano più lo stadio, mentre i loro figli ne riempiono le biglietterie.
Forse occorre osservare meglio dentro il nucleo famigliare, dove i grandi
corrono e i più giovani si ingozzano al Mcdonald, e domandarci se coloro che
hanno scatenato quell’intifada nostrana, non siano invece residuati di una
diseducazione reiterata ottusamente, a partire dallo spinello che fa gruppo ed è
cosa assai normale, dall’andare in tre sul motorino impennato senza casco,
all’abbandono della scuola per coma etilico, alla partecipazione al branco
cittadino, a quello periferico, nei pugni dati senza rumore, per strappare il
telefonino o altro.
Occorre il castigo esemplare, come ha sentenziato qualcuno, ma forse è anche
necessario ritrovare abitudine alla fatica della spiegazione, abitudine al
dovere dell’educare, abitudine a raccogliere i cocci, per non dover fare i conti
con la furbizia come valore assunto a norma, soprattutto nei tanti giovani
ridotti a isole solitarie, che preferiscono rimanere inglobati nelle truppe
d’assalto allo stadio.
Idioti culturali li hanno denominati, ma in quella piazza a Catania tra figli di
papà, figli di mammà, e figli di ndrocchia, si è sottoscritto un crudo
epitaffio, che non può e non deve essere ascritto ipocritamente alla inefficacia
delle istituzioni, alla inefficienza delle agenzie di controllo, allo Stato
supino, per una volta sarebbe bene fare leva sull’uso improprio delle parole
perpetrato intorno alle nostre tavole, mentre ci addormentiamo nelle nostre
sicurezze vane, in fin dei conti ai nostri figli non potrà succedere mai, perché
sono quelli degli altri a prendere a sassate la vita di un uomo.
Vincenzo Andraous
tutor Comunità
Casa del Giovane
Pavia febbraio 2007
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