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LA CASA DEL GIOVANE

Da qualche tempo Don Franco Tassone mi ha portato nella Sua casa.

Una comunità ben diversa da quella in cui io vivo da tanti anni, infatti questa dimensione di vita non ha nulla a che vedere con lo spazio ristretto di un carcere.

Devo molto a quest’uomo che non parla mai troppo per evitare di non dire nulla, gli sono grato per avermi concesso una nuova opportunità esistenziale, non solo lavorativa e professionale, ma  per avermi consentito di scommettermi e di spendermi  nei confronti di tanti giovani in lista di attesa, e devo dire che molto sto imparando da questi ragazzi.

Avevo intuito che sarebbe stata un’esperienza entusiasmante, perché qui c’è davvero la possibilità di interagire e di scoprire   i limiti a cui siamo soggetti, vi è la necessità di ascoltare e osservare gli altri, per poi definire soprattutto noi stessi.

In tanti ragazzi al mio intorno rivedo parte di un inizio che ben ho conosciuto, “attimi tesi e da me  perduti”; forse perché privi di un riferimento e di una guida certa.

Un casa, dieci case, una sola “Casa del Giovane” dove tanti uomini camminano, inciampano, arrancano, si rialzano e guardano avanti.

Una casa che non ha sbarre né cancelli o meglio; ci sono e come, ma non vengono mai chiusi né sbarrati. Una casa aperta e disposta a rischiare la propria credibilità, un luogo dove ogni situazione  è a misura di uomo, persino nella concessione di interpretare il valore della propria libertà con altrettanta libertà di sbagliare o di rinascere nella fatica degli impegni e delle regole finalmente da rispettare.

Qui  convivono le differenze culturali in  binari accessibili ai viandanti  terreni che non disconoscono le difficoltà di intraprendere le salite con una diversa prospettiva.

Dove il disagio pregna e impegna chi ha scelto di immergervi le mani fino agli avambracci. Un disagio che non ha il volto specifico di una patologia dura da curare, ma più affondi nelle debolezze che prevaricano l’animo umano.

Da poco tempo sono in questo spaccato di mondo assai più vicino al reale di quanto potessi immaginare. Osservo e ascolto da vicino Don Franco, non tanto per  un dovere di attenzione per la sua indiscutibile autorevolezza, piuttosto nell’uomo al vertice di questa piramide vi intravedo il peso di una immane responsabilità.

Allora la domanda che mi sale alta è: chi deve rischiare per primo?  

Per me è difficile stabilire a chi spetta la precedenza, perché comunque sono condizionato dalla mia storia, e credo che per i ragazzi di questa grande casa valga la stessa condizione, infatti  l’aspettativa  richiesta è rivolta gli utenti, ai cosiddetti soliti ignoti, a loro è chiesto di dimostrare e di confermare un cambiamento o un tentativo di voler voltare pagina.

Ma a differenza del luogo da  cui io provengo, ove la collettività si sente in credito, perché “sono stato io a sbagliare per primo”, quindi è il detenuto a dover prendere in mano l’iniziativa affinchè gli altri lo supportino nel nuovo cambio di mentalità. In questa casa dagli obiettivi comuni e dell’agire personalizzato tra l’uno e l’altro, ciò  per attitudini e competenze, c’è ed esiste un percorso di risalita in cui non ti senti mai solo né abbandonato; sei insieme agli altri per sudare, per non cadere e farti dell’altro male.

Allora  non sono più tanto sicuro dei metodi tradizionali della  pedagogia letteraria, anche perché per ciascuno  è più facile dire ed affermare che “tocca all’altro farsi avanti per primo”.

In questo spicchio di umanità non permane inalterato il dogma della statistica dei numeri, non scorgo l’ipocrisia del sostenere una tesi per riconfermare il valore di una corrente di pensiero, non alberga in questo laboratorio di esperienze umane l’arbitrario conteggiare di adesioni e compiacenze.

E’ un  lavoro di insieme, di gruppo, un’evoluzione costruttiva di analisi e di quel sano materialismo “per non prendersi in giro e infine dichiarare ciò che si è  davvero in grado di fare”.

Trattare, accompagnare e aiutare non sottende una sola gestualità di buona volontà, in questo pensare e dare  vi è intrinseco il rischio di detrarre la propria capacità di essere all’altezza delle situazioni che si presentano.

Non c’è solamente lo schema dei numeri, delle somme a cui attingere, delle unità a formare questa comunità, bensì ci sono le persone che insieme camminano e scoprono “stupite” sempre nuove aree problematiche e nel procedere inciampano nelle confutazioni e nei tanti dubbi che sorgono  alle soglie di una nuova consapevolezza.

Persone in tanti lati obliqui del disagio, nei  pesi sulle spalle, ognuna con la propria storia e le proprie dimenticanze, ma nessuna separata o esclusa, né relegata nel suo recinto disegnato a misura.

Io, Andrea, Alessandro, Stefano e tanti altri con le nostre ottusità e sordità, nelle differenti angosce e inquietudini, incontrarci e raccontarci i giorni che sono già domani, evitando di fermarci  al gioco degli specchi, perché in tal caso si va allo stallo che non favorisce comunicazione né crescita.

Mi guardo attorno con la voglia  di pormi  a mezzo tra il detenuto che ancora sono e tanti altri uomini liberi, ma temporaneamente  al palo; dapprima mi assale un fremito e poi un pensiero: chi è dietro a questa umanità ha la grande responsabilità di “ragionare” capovolgendo il sistema e le famose griglie di partenza, ribaltando quell’ottica basata essenzialmente sul calcolo, quindi preferendo e innescando quel processo sì, difficile,  ma non irragiungibile di fiducia reciproca.

Occhi e sguardi aperti per non limitarsi alla fiducia occasionale o sporadica, inventata lì per lì per mantenere un dialogo aperto. Piuttosto si tratta di un investimento per facilitare momenti di apprendimento e di messa in discussione, non solo dimostrando, ma nella convinzione che è giusto fare così, e ciò senza oscillazioni.

Indipendentemente dai metodi assunti per curare e ripristinare in ciascuno una nuova scala di valori, nonché per consentire il riconoscimento degli strumenti adatti per metterne in pratica le finalità, in questa comunità e negli sforzi di  Don Franco è palpabile il messaggio che ne fuoriesce.

Fin troppo scontato affidarne il compito alle pure scienze umanistiche, psicologiche  o alla fede che ognuno di noi professa, forse in questa accoglienza forte e sana, in questo operare per  riuscire a  riportare un senso,  non occorre neppure affannarsi  al richiamo per molti versi ancora lontano di una fratellanza allargata. Qui e ora, c’è un sentimento da trasmettere: un dovere alla solidarietà che non è sollecitata da  un retroterra di risarcimento e di sacrificio della libertà, ma con un nuovo impiego di questa, con una prestazione di questa in favore della comunità e quindi della stessa collettività tutta.

In  questa comunità sto imparando molto, disattendendo fortunatamente le perversioni che il carcere incarna e propone al ripetersi ciclico di  tutte le stagioni.

Da questi ragazzi, dalle loro contraddizioni e stati d’animo sto imparando che ogni società farebbe bene a trattenere le proprie reazioni ed istinti, tralasciando il bisogno di rigetto, di abbandono, la stessa e più pericolosa indifferenza, perché questi ragazzi piegati come fusti di quercia corrosa,  stanno ritornando alla vita, e non intendono costituire  una presenza inerte e degradante, ma una costante positiva e costruttiva per rafforzare il concetto che con il bene si vince il male, e ciò   grazie anche a  chi non  ha mai inteso rimanere alla finestra, mostrando loro il sentiero  per fare ricorso alle  proprie energie interiori.

Da parte mia vi è una grande attenzione e un profondo amore per quanto mi circonda e sto infine conoscendo. Mi auguro che questa esperienza così intensa e così vivida possa perseverare nel suo come nel mio cammino, perché solamente con  questo entusiasmo mai stanco sarà possibile essere di aiuto agli altri e far si che la collettività tutta colga a fondo la possibilità di un mutamento dei  cuori in una solidarietà attiva e costruttiva. 

Vincenzo Andraous
Responsabile Centro Servizi Interni
Comunità Casa del Giovane
via Lomonaco 43
Pavia 27100
tel cell 348-3313386

vincenzo.andraous@cdg.it

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