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La desertificazione di ogni riservatezza
Come è possibile in un paese progredito, dove a democrazia sta giustizia,
dove a società sta solidarietà, che un fatto di cronaca, sebbene assordante per
disumanità, ammutolente per indicibilità, possa diventare uno spazio ove fare
convergere le attenzioni più morbose, a tal punto da relegare di lato quelle
doverose garanzie di tutela appartenenti a ogni cittadino?
I mostri pedofili di Rignano Flaminio sono stati tutti scarcerati,
“inspiegabilmente “ sono ritornati in seno alle proprie famiglie, vicino ai
propri figli.
Donne e uomini liberati dalle catene, e soprattutto, dalla infamia più grande,
quella di avere abusato di bambini inermi.
Processi di piazza così ben elaborati da divenire programmi da prima serata,
format così ben confezionati da dirottare opinioni e giudizi.
Articoli su carta stampata disegnati senza la fatica dell’indagine svolta sul
campo, verifica necessaria per poi formulare eventuali convinzioni o dubbi, non
per narrare trame romanzate infettate dalla dietrologia più spicciola.
C’è un paese che rimane preso dentro, non dalla sofferenza di una vita malamente
al macero, bensì dall’emozione scatenata dall’eventuale ipotesi da affiancare e
supportare ideologicamente, per crocifiggere o assolvere repentinamente.
Il risultato in ogni caso è di alterare le condizioni di equità, di pari dignità
tra accusa e difesa, soprattutto di mettere al bando, fuori dalle coordinate
sociali, persone innocenti fino a prova contraria, quella prova contraria di
pertinenza esclusivamente del giudizio di un tribunale, moltiplicato per tre
volte, non certamente abortito dalle urla di strada.
La spettacolarizzazione di un evento tragico non consente di esprimere
sentimenti di compassione, bensì di vendetta a priori, il che è anche peggio.
Questa desertificazione mediatica della riservatezza è iniziata con ferocia
durante tangentopoli, con l’ossessione delle catene ai polsi, delle celle
stracolme di corpi piagati, della gogna penitenziaria, depredando la dignità di
qualsiasi persona incappata nelle maglie della giustizia, maglie larghe e di
larga intesa, dove ore e luoghi erano ben circostanziati, per poter riprendere
le scenografie dell’arresto.
Oggi come allora il lavoro ai fianchi della folla è svolto con seria
professionalità, al digrignare di denti si alterna il battito di mani, alla
dialettica di alto registro si oppone la festa degli aggettivi inopportuni,
consentendo a ognuno di ritirarsi senza troppo rumore, tranne dimenticare
qualche vita umana, innocente, frantumata sul terreno.
Comunque è roba di poco conto, al cospetto di una informazione che è
innanzitutto servizio.
Gran bel servizio davvero.
Vincenzo Andraous
tutor Comunità
Casa del Giovane
Pavia maggio 2007
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