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La dislocazione dell'attenzione
Sul carcere italiano non si odono più lamenti sospetti, né si consumano
notizie scandalistiche per tentare di restringerlo a una sorta di terra di
nessuno.
Da qualche tempo è stato studiato un progetto di eccellenza per renderlo
inanimato, per cui la tutela del cittadino detenuto, la salvaguardia della
società, l’interesse collettivo, sono incentrati sul principio della sicurezza,
la quale rafforza la propria efficienza e susseguente efficacia attraverso uno
strumento a dir poco sbalorditivo: il silenzio.
Tutto è possibile e tutto è accettabile a fronte di un paese messo alle corde
dall’incertezza, tutto è legalitario, anche l’ingiustizia programmata, per non
fare trasparire un disagio economico che aggredisce i più deboli.
Il problema microcriminalità investe da vicino in tutta la sua fisicità il
cittadino, che percepisce la città tagliata a metà da furfanti e belligeranti
antisociali, e ogni ruberia e atto sanguinario come risultato di un buonismo
inaccettabile.
Ma occorre fare i conti con la realtà paradossale che ci incalza, da una parte
la politica da palco che pungola gli stati emotivi, dall’altra parte le armate
mediatiche drogano a piacere l’informazione, per cui le coordinate tracciate
indicano nelle tribù di stranieri il pericolo debordante e incombente, mentre i
delinquenti medagliati dall’indulto fanno spargere lacrime e sangue, per cui è
con il carcere che occorre compensare il gap, mobilitando la confusione e
moltiplicando le iniziative a senso unico.
E’ chiaro che il delitto offende e umilia, niente è perdonabile nel suo
immediato, ma forse occorre più parsimonia dell’ascolto, in una quotidianità
allarmante, che richiede capacità di intervento ma soprattutto equità di
giudizio.
Scippi, rapine, morti ammazzati, sono la tragedia di un paese, ma dislocare
l’attenzione su un versante piuttosto che su un altro, non favorisce giustizia,
sottende ipocrisia nei numeri taroccati a dovere, nei morti sul posto di lavoro,
provocati da coloro che fanno ressa al botteghino della sicurezza.
Nelle case, nei focolari domestici, pedofili e violenti imbrattano le
adolescenze, mentre sull’uscio alzano la voce per avere maggiori garanzie.
Il carcere finisce con l’essere non più luogo e tempo di ricostruzione umana,
bensì spazio adibito a chiudervi fobie e inculture, permanenze esistenziali
disadattate in progettazioni a costo zero.
Eppure il silenzio avvolge l’area problematica carceraria, nel silenzio alla
rieducazione si sostituisce la pratica del mero contenimento fine a se stesso,
nel silenzio si muore a ripetizione, in un carcere svuotato come in molti si
sono affrettati a gridare, dove non c’è più sovraffollamento e gli operatori
possono dimostrare capacità professionali e umane: ebbene la somma della
detrazione alla vita, incredibilmente è andata aumentando, ma forse si tratta di
suicidi poco importanti, che non scompongono il senso di sicurezza.
Il carcere che non c’è, anzi sì, in tutto il suo fisico fisiologico, mentre
scompare l’ideale, irrompe il mutamento, la pratica che non guarda più alla
persona detenuta, all’individualità da reimpostare, piuttosto a un evento, a
comportamenti, che sono un pericolo diffuso.
Ecco che la galera non ha più senso come luogo di speranza, ove riconsegnare
all’uomo dignità, il contenitore e i numeri sono la sintesi per indurre
illusoriamente a un’efficienza a minor costo, con grande soddisfazione di quelli
che guardano al carcere senza porsi interrogativi, e di quegli altri che non
guardano al carcere ma si fanno tante belle domande.
Vincenzo Andraous
tutor Comunità
Casa del Giovane
Pavia agosto 2007
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