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La doppia tragedia che attraversa le coscienze
Ci sono metropolitane che sembrano vicoli senza uscita, sentieri dimenticati
di ogni giorno qualunque.
Ma quel che è accaduto a Vanessa, non è il risultato di un luogo abbandonato a
se stesso, di una zona rossa da scansare, di uno spazio ove non esiste
sicurezza.
Quel che è successo là sotto, poteva accadere nel bel mezzo di un viale
cittadino, il problema non sta nella poca o assente illuminazione, o
nell’insufficienza di tutori dell’ordine.
Abbiamo un’Italia che sta conoscendo il fondo senza bisogno di raschiarlo con le
unghie, un paese che ulula per la troppa immigrazione, ma rimane silenziosamente
in disparte, a fronte della troppa subcultura che dilaga.
Mi viene in mente come gli zingari, i sinti, i rom, definiscono una persona di
razza differente, o meglio di altra origine, dal momento che la razza umana è
una sola: la chiamano “gagio”, per sottolineare erroneamente la totale
diversità, tutta dentro una supposta supremazia razziale.
C’è una intolleranza che si insinua sottotraccia, fino a diventare una forma di
razzismo capovolto, per cui non è più il cittadino italiano a rifiutare o
addirittura a rigettare l’altro, ma è colui che s’avventura in terra straniera a
incalzare per tenere a distanza.
Vanessa morta, le due ragazze dell’est in prigione, rappresentano la doppia
tragedia che ci attraversa la coscienza: la vita umana cancellata senza un
fremito e il comportamento che ne ha prodotto il gesto folle.
C’è davvero una insofferenza imbracciata come un mitra, dentro una prossimità
fatta di bisogni, di necessarietà, di tensioni, che confondendosi si urtano
vicendevolmente fino a creare ulteriore disagio, fino a far straripare la misura
delle accettazioni ospitali, sotto la pressione di nuove e incombenti
intolleranze, le quali non sono più riconducibili alle differenze religiose o
culturali, bensì alle miserie umane, che disconoscono accoglienza e
accompagnamento, e non riconoscono il valore della propria dignità nel rispetto
dell’altro.
Vanessa è morta, due ragazze sono in carcere, giustizia è fatta, ma per qualcuno
il bene, la solidarietà, la giustizia, sono solo simboli altisonanti, quel che
conta è il resto, che è appunto di più.
Nel disagio che solitamente attribuiamo a questa invasione di umanità, c’è solo
un aspetto del disagio che viviamo tutti, che potrà trovare soluzione
all’interno di un ripensamento culturale, proprio perché l’assenza eterna di
Vanessa è fardello di tutti, e non è possibile scaricarla sul dolore solitario
provocato dalla vittima di turno.
Vincenzo Andraous
tutor Comunità
Casa del Giovane
Pavia febbraio 2007
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