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Quel silenzio che fa rumore
Sul malandato carcere italiano è sceso il silenzio, da qualche tempo non se
ne parla più, come se improvvisamente ogni suo problema fosse andato a
soluzione, c’è davvero da sbalordire per tanta efficienza e efficacia.
Qualsiasi misura sia stata messa in atto per giungere a tanto, merita davvero
apprezzamento, persino il famoso e vituperato indulto.
Le nostre carceri si sono accettabilmente svuotate, il sovraffollamento è solo
un brutto ricordo, gli operatori penitenziari finalmente sono nella possibilità
di prendersi delle meritate ferie, i detenuti, per intenderci quei pochi
rimasti, sono nelle condizioni di iniziare un percorso di
destrutturazione-ristrutturazione, vivendo e non più sopravvivendo, e cosa non
di secondo piano, i suicidi sono drasticamente calati………….. se non addirittura
scomparsi.
Insomma; l’Amministrazione Penitenziaria non ha più alcun problema endemico, non
c’è più irrisolvibilità né tragicità, ogni cosa è andata al suo posto.
Decenni di brutture, di incomprensibili invivibilità, di drammi inascoltati, di
inciviltà giuridica e sociale, in un battito di ali: tentennamenti e ambiguità
cancellati.
La conferma di tutto ciò il blackout dei signori della comunicazione e dei
riferimenti istituzionali, mutamenti vocali per costruire una condizione
solidarmente costruttiva.
Se il carcere non fa parlare più di se in termini negativi, vorrà dire che ha
raggiunto un grado di maturità tale, che il mero assistenzialismo ha lasciato il
posto a quella sinergia di intenti, tutti improntati all’individuazione degli
strumenti di lavoro, che sanno riordinare le coscienze.
Forse nelle celle non si muore più di silenzi strangolanti, di solitudini
imposte, umiliati e dimenticati, nei corridoi ci si incammina per andare al
lavoro, perché finalmente è possibile chiedere aiuto, soprattutto è giunto il
momento dell’accompagnamento alla consapevolezza.
Eppure………… in questo panorama disinformato e disinformante, che pretende un
carcere non più oppresso da carichi di disumanità indicibili, in questo silenzio
istituzionalizzato, c’è davvero il cambiamento culturale auspicato?
Chissà se è così, ma quando il silenzio cala come una mannaia, anche le grida
più disperate perdono suono, rumore, interesse.
Questa è politica, anzi è pratica della politica, che non ha più titoli da
spendere per dare senso alle occasioni che si presentano per un cambiamento
reale.
Riforme, innovazioni, progresso, vuote parole in enormi parole valigia, neppure
tanto leggibili nelle pagine che rimangono bianche, impregnate di panico a fare,
a dire, a dare finalmente un senso vero alla pena, affinché non tolga ancora e
ancora dignità alle persone, nella pretesa di riconsegnare uomini migliori alla
collettività
Vincenzo Andraous
tutor Comunità
Casa del Giovane
Pavia giugno 2007
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