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QUELLI DALLA FACCIA VOLTATA INDIETRO

“Quelli dalla faccia voltata indietro”, li ha chiamati Adriano Sofri. Riferendosi a quelle persone che, scontata la propria condanna, escono da un carcere e tornano a delinquere, e nuovamente varcano il cancello blindato di una prigione.
Sofri ben conosce la situazione carceraria italiana, altrettanto bene conosce le malattie dell’anima: egli ci vive in mezzo ( forse è meglio dire sopravvive ), nel sopra e nel sotto, ogni giorno, ogni minuto della sua vita.
Anch’io non sono estraneo a questa condizione, per molti anni mi sono imbattuto in me stesso sconosciuto, in me stesso solo tra mille volti indifferenti. Ho trascorso ventotto anni in una cella, mi ci sono voluti troppi anni per comprendere che un me stesso esiste, se negli altri riconosco il mio presente e il mio futuro, se negli altri rispetto quel me stesso ritrovato.
Sofri ha guardato a quel detenuto, che dopo aver scontato dieci anni è uscito, e trascorse poche scarne ore di…..libertà, ha commesso una rapina ed è ripiombato nella cella di un penitenziario.
In questi casi la reazione più comune è: ben gli sta, i delinquenti vanno perseguiti, chi sbaglia paga. Eppure in queste enunciazioni qualcosa stride, manca quella sicurezza e quella pietà che rendono umane le sconfitte più tragiche.
Sofri ha guardato alle tante celle, ai perimetri di filo spinato, alle tante carceri che si innalzano nei vicoli, nelle strade, nelle case, alle tante guerre conseguenti.
Il suo è un pensiero che spazia e vaga da vicino e da lontano, come la sua indole di navigatore del pianeta. Io non ho la sua capacità prospettica, né la concettualità del ricercatore instancabile. Ho troppe lentezze, stanchezze, troppi “nulla” con cui fare ancora i conti, ma forse posso contribuire a cercare un antidoto, che non è panacea per tutti i mali del pianeta carcerario.
La mia riflessione mi porta a pensare alla galera non come a un lazzareto disidratato, o un mero contenitore per incapacitare ed espellere definitivamente dal contesto sociale, perché in carcere si va, ma prima o poi si esce, e allora bisognerebbe evitare la pratica dell’induzione a diventare peggiori di quando si entra, per tentare di vincere, da una parte, quell’infantilizzazione galoppante che partorisce tanti uomini bambini, e dall’altra, quella subcultura criminale che trasforma il poveraccio in un uomo bomba.
Potrebbe essere utile non accontentarci dell’osservazione, della conoscenza scientifica, che non privilegia azione e pensiero, e quindi soluzione reale dei problemi.
“Quelli dalla faccia voltata indietro”, Sofri li chiama così, invece per me sono il risultato del carcere che non cambia, che, se non può cambiare, neppure intendiamo migliorarlo. Come se osservare il carcere fosse sufficiente a stabilirne le utilità e gli scopi (mai raggiunti). Invece, per riappropriarsi delle proprie funzioni di castigo e recupero, il carcere avrebbe bisogno dello sviluppo di teorie e pratiche interne alla pena, e alternative ad essa. Avrebbe bisogno di una decongestione sistemica del sovraffollamento, della carenza di personale e di fondi, ma sarebbe ingenuo non affiancare a questi problemi endemici, un ripensamento culturale, che sottolinei il valore umano della pena, perché in carcere si va perché puniti, e non per essere puniti.
A mio avviso non esiste e non potrà mai esistere un carcere a misura di uomo: un carcere che priva della libertà, ma che rispetti la persona, e soprattutto la sua dignità, se ci si esime dal postulare concretamente e veritieramente, a monte di esso, un pensiero di trasformazione.
Finchè il carcere sarà inteso come un momento fermato per sempre, esso rappresenterà una fotografia….solo una fotografia. Un’immagine che non svela la vera essenza-assenza di ciò che vi è ritratto. Ecco perché nelle tante parole-valigia che si sprecano sul mondo penitenziario, più che altro per farci stare “dentro” tutto e più di tutto, esse non ci permettono di vedere il tutto nella sua complessità.
Sappiamo che, ogni volta che terminiamo di elaborare un progetto, un’analisi, un’idea, il nostro pensiero continua a tracciare nuove vie di emergenza, trasformandosi e migliorandosi, e può succedere che, domani rileggendo il mio pensiero, possa anche non condividerlo più, perché superato, o divenuto insufficiente. Ebbene nei riguardi del carcere, di quelli della faccia voltata indietro, neppure si prende in considerazione l’opportunità di pensare che occorre rivedere qualcosa, che manca qualcosa, oltre al potenziare il sistema di sicurezza.
Un autorevole personaggio, tanti anni addietro, riferendosi ai giovani ed al loro disagio, ebbe a dire schematizzando che” nella stanza giovane non ci sono finestre (non si vede il mondo ), e non ci sono uscite ( per andare dove?). Perciò la festa rancida diventa droga, e la droga fa male, tutto fa male. Ma senza gioia”.
Pensando allora a quelli dalla faccia voltata indietro, imbruttiti e inebetiti da un carcere che rappresenta solo il confine tra il bene e il male, l’antidoto non può essere sintetizzato nella sola richiesta di più educatori e figure relazionali tra il dentro e il fuori, né nel concedere più spazi e momenti di confronto. L’antidoto sta tutto nella consapevolezza da acquisire, che è in atto un plagio fisiologico operato da chi vuole mantenere il carcere nella sua inutilità e antitesi a ogni riabilitazione, nell’indifferenza che cancella ogni forma di prevenzione e dunque di interesse collettivo.Forse occorrerebbe un po’ di sbalordimento, affinché non ci sentiamo rassicurati e lontani dagli accidenti, relegando all’interno di una prigione tutte le nostre contraddizioni, come se tutto acquistasse un equilibrio normale, dove il calcolo, la corrispondenza e il tornaconto giocano decisamente a discapito di chiunque, innocenti e colpevoli.

Vincenzo Andraous
Responsabile Centro Servizi Interni
Comunità Casa del Giovane
via Lomonaco 43
Pavia 27100
tel cell 348-3313386

vincenzo.andraous@cdg.it

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