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UN CARCERE DIVERSO

Da anni faccio i conti con un' astrazione che é più forte del dolore, dell'indifferenza, dei tanti limiti imposti.

Innumerevoli i passi fatti in avanti in cooperazione con le Istituzioni e la società tutta, eppure....

Continuamente mi imbatto in qualcosa che non riesco a ben definire e ugualmente mi impegno per capire.

Il carcere, questo meandro oscuro del nostro conscio-inconscio, questo proiettore d'ombre, questo mondo che non appartiene a nessuno.

E' come se il carcere fosse circondato da una sorta di terra di nessuno, una specie di cortina fatta di barriere materiali e psicologiche,  dove nessuno vuole guardare e che, ai pochi che intendono farlo, appare per lo più incomprensibile, perché non é una realtà trasparente, ma un mondo sommerso che l'immaginario collettivo popola di dannati e che la coscienza collettiva rimuove, chiudendovi dentro tutto il male, la parte negativa della società, e dove ha paura di riconoscersi ( e per questo cerca di allontanarlo da sé, escludendolo, ghettizzandolo ).  Tutto ciò fa diventare la prigione una struttura fuori dal mondo, utilizzata per risolvere i conflitti, come se esistesse un punto terminale; il criminale va in gattabuia e poi basta, non si agita più.

Ma ciò non risolve il problema, la storia recente e passata insegna, e ciò sgretola l'idea che il carcere serva come unica difesa sociale. In proposito  basterebbe osservare le statistiche sulla recidiva.

Il carcere c'é, é lì, esiste con il suo volto  fisico-psicologico-culturale, come rimedio ultimo nel suo essere deterrente contro coloro che hanno trasgredito. che minacciano o che potranno minacciare la convivenza sociale.

Con questa premessa, ora vorrei parlare di un carcere che non coincida solo con la fisicità della pena intesa solamente come punizione, come espressione o modello culturale basato sull'esclusione o su una pena che finisce per alterare profondamente la percezione del tempo, dello spazio e delle relazioni.

A mio avviso, la strada da seguire non é quella della critica passiva sul fallimento del carcere come luogo di rieducazione e di recupero, è invece pressante sensibilizzare la società civile sul problema del rapporto tra pena e carcere, allo scopo di far crescere in tutti ( detenuti e cittadini ) una coscienza civile. Per questo passaggio é indispensabile un profondo e obiettivo ripensamento culturale sulle funzioni e sulla validità del carcere, sul ruolo della pena, partendo dalla dignità della persona, dalle sue capacità e risorse.

Da questa constatazione sono partito, dapprima per fare chiarezza, poi per addivenire a una scelta.

" Capire é lo scarto che fa vedere le cose in modo differente e più completo che in precedenza".

Questi passaggi sono la risultanza di concetti quali “riesame del passato e mutamento interiore” e inoltre sfociano nel passaggio conclusivo di una “nuova condotta sociale”.

Ne ho un’ulteriore conferma in questa Casa del Giovane dove sono giunto felice ed entusiasta, in questa identità collettiva, nel senso di appartenenza, che esprime la definizione interattiva e condivisa che più soggetti producono circa gli orientamenti dell'azione e il campo di opportunità in cui essa si colloca.

Interattiva e condivisa significa costruita e negoziata attraverso un processo ripetuto di attivazione delle relazioni che ci legano, per addivenire a un "noi" che ci tiene uniti, e che non dipende solo dalla logica del calcolo mezzi-fini, ma é strettamente legata alla relazione che intercorre tra noi e il significato dell'essere insieme, nella pluralità degli orientamenti e dell'altro, nel rapporto con l'ambiente che ci consente di elaborare aspettative, valutare le opportunità e i limiti delle nostre azioni rivolte a uno scopo comune.

In questo modo diviene possibile pensare e confrontare prima che agire, tanto da permettere di fare delle scelte e di muoversi  conseguentemente.

In carcere è la costrizione che impone il tempo, mentre occorrerebbe  inserire una linea mediana a misura di uomo, negli impegni e nella pazienza, basata sulla capacità di ricondurre all'ambito della nostra progettualità ciò che siamo costretti a subire.

Si parla spesso di tecniche e discipline correttive, di interventi appropriati e aspetti pedagogici innovativi. So di esser tra gli ultimi degli uomini e chiaramente lontano da qualsivoglia saccenza, ma mi chiedo se quanto sopraesposto non abbia anche un indirizzo preventivo o possa assumere, seppur con tutti i limiti del caso, un mezzo e un tramite per comportamenti e gestualità che aiutano a fare prevenzione in riferimento alle problematiche della criminalità anche giovanile, della devianza e della tossicodipendenza, confidando appunto anche nel vissuto e sulla testimonianza del detenuto.

"L'esperienza é la somma degli errori di una vita". Forse, con umiltà e in punta di piedi, anche dall'interno di una cella può nascere una riflessione che divenga un'ipotesi di lavoro su cui tutti impegnarci.

Vincenzo Andraous
Responsabile Centro Servizi Interni
Comunità Casa del Giovane
via Lomonaco 43
Pavia 27100
tel cell 348-3313386

vincenzo.andraous@cdg.it

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