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Vince, mia figlia, non c’è più
“Vince, mia figlia non c’è più”.
Al telefono queste parole risuonano da lontano, come fossero lanciate sotto
carico, non sferzano lo spazio, non corrono appresso al tempo, sono parole che
giungono incespicando.
Il telefono crea alleanza, non separa, come invece fanno queste parole non più
riconoscibili, perché posseggono il suono della smemoratezza, scompaiono i
segni, le linee, i numeri dei tanti giorni trascorsi insieme, è l’ammasso dei
ricordi, dei sentimenti, della gioia mutata a detriti sparsi qua e là, macerie
scomposte sulla miseria umana, che toglie, che accorcia, che non consegna altro
sostegno.
“Vince mia figlia non c’è più”, come una spirale che penetra con furore
all’orecchio, c’è difficoltà a immaginare, a raccontare, il volto devastato di
un padre inchiodato ai legni di questo presente, dove c’è paura di incontrare la
pazzia.
I pensieri sbandano, cozzano sulla ragione, forse è un diritto gridare a nostro
Dio di tutti i giorni, di quelli belli e di quelli brutti, nostro Dio da quando
sono nato, cos’hai fatto di me in questa figlia che non c’è più.
Forse è giusto ritenere furfanti le domande quanto le risposte, pronte e
imbellettate, destinate a non resistere al taglio della disperazione.
La morte disorienta come le stagioni che sono state promesse e non sono state
mantenute, senza una riga di scuse, con ritardo mal pagato.
Quando qualcuno lascia la mano stretta alla tua, e le orme scompaiono, è nel
dolore che assale l’interrogativo, con quale diritto Dio rende così povero
l’uomo, con quale pretesa ridurre a demente il lago, la montagna, il mare, nella
famiglia di ieri, nel lutto incomprensibile di oggi.
“Vince mia figlia non c’è più”, con quale diritto Dio prende la mia rosa e la
mette da parte, come può esser giusto l’ingiusto.
In quanti pezzi il cuore può esser spezzato, quanta disperazione può essere
umana, quanto amore c’è nel chiedere conto a Dio di questa fretta che non
consente al filo di erba di crescere.
Eppure in quel padre spaccato in due su tutti i ricordi, su tutte le mani tese,
c’è Dio, c’è Fede, c’è Speranza, sopra un abbandono che diventa attesa viva,
occorre pregare, e credere che nulla è vano, perdutamente incomprensibile, è
necessario pregare per ricordare: “quando sei nato stavi piangendo, e tutti
intorno a te sorridevano.
La rosa di lassù, ora, è l’unica che sorride e ognuno intorno piange”.
Vincenzo Andraous
tutor Comunità
Casa del Giovane
Pavia luglio 2007
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