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Arthur Schopenhauer

Il mondo come volontà e rappresentazione

All’idealismo romantico di cui Hegel è capostipite, Schopenhauer contrappone la tesi che la vita sia eterna sofferenza, al di là di qualsiasi ingannevole apparenza.
Il punto di partenza della sua filosofia è la distinzione kantiana fra fenomeno e noumeno (cosa in sé).
A differenza del filosofo tedesco considera il fenomeno come sogno, illusione, mentre concepisce il noumeno come una realtà nascosta dietro l’ingannevole trama fenomenica.

Un altro autore a porre l'attenzione su cosa siano la realtà e l’apparenza  è stato Schopenhauer che della frammentazione della realtà e della personalità dell'individuo ha fatto il centro del suo interesse.
Schopenhauer analizza la contrapposizione tra realtà (volontà) e apparenza (rappresentazione) nella sua più grande opera: “Il mondo come volontà e rappresentazione”.
La rappresentazione è ciò che noi vediamo, non ha alcun fondamento oggettivo quindi quello che noi riteniamo che sia la realtà è un semplice inganno, un’illusione.
La rappresentazione è come il velo di Maia:
Maia era una divinità buddista che utilizzava il velo come strumento per far credere reali delle semplici illusioni.
Schopenhauer vuole fuoriuscire dalla dimensione illusoria strappando il velo di Maia per giungere alla realtà.
Per strapparlo, egli usa l’immagine del castello circondato dall’acqua con il ponte levatoio sollevato: il viandante può osservare il castello da tutti i lati ma ne rimarrà sempre fuori.
Allo stesso modo noi possiamo esaminare la realtà da tutti i lati ma ne rimaniamo sempre fuori.
Il cunicolo che ci consente di andare al di là delle illusioni è il nostro corpo, l’unica realtà che non ci è data solo come immagine poiché noi viviamo il nostro corpo anche dall’interno.
La corporeità è il modo per andare al di là della rappresentazione e afferrare l’essenza delle cose.
Schopenhauer non è interessato all’introspezione ma utilizza il corpo solo come un mezzo metafisico per arrivare alla realtà.
Percorrendo questa strada si individua una realtà sostanziale: la volontà di vivere, che ha un valore universale.
La volontà di vivere è una forza tragica apportatrice di dolore, è il fondamento del reale, la brama, il desiderio di esistere, è la vera essenza delle cose.
Essa presenta quattro caratteristiche:
1) è inconscia: non riguarda solo le creature dotate di coscienza ma riguarda tutto il mondo animato e inanimato;
2) è unica perché si colloca al di là della categoria dello spazio (cioè la prima categoria della razionalità), la divisibilità e la molteplicità comportano lo spazio;
3) è eterna perché è oltre il tempo (cioè la seconda categoria razionale), c’è sempre stata e sempre sarà;
4) è incausata e senza scopo: non ha né una causa né un fine, è oltre la causalità (cioè la terza categoria della razionalità).
Da ciò ne deriva che Schopenhauer ha un pensiero irrazionalistico: il fondamento della realtà è irrazionale, egli nega la presenza di qualunque realtà nelle cose, di qualsiasi carattere razionale nella realtà (contrariamente a Hegel, secondo il quale tutto è razionale), nega qualsiasi efficacia riconosciuta alla ragione.
L’irrazionalismo è applicato alle categorie della razionalità: la razionalità non è in grado di cogliere la realtà quindi essa non può essere colta con le categorie della razionalità. Per afferrare la conoscenza bisogna fuoriuscire dal campo della razionalità.
Dalla concezione di Shopenhauer della volontà di vivere emerge un certo pessimismo: la volontà di vivere produce sofferenza perché volere significa desiderare, cioè mancare di qualcosa. Questo senso di mancanza produce sofferenza quindi la volontà di vivere è portatrice di sofferenza.
Alcuni desideri possono essere soddisfatti ma il soddisfacimento del desiderio è momentaneo perché poi si trasforma in noia, quindi si arriva alla medesima condizione di sofferenza a causa della noia.
Ne consegue che il fondamento dell’esistenza è il dolore.
Schopenhauer approda dunque allo stadio della sofferenza universale: tutto soffre.
Nella globalità della sua filosofia, una via di liberazione apparentemente sicura dal dolore potrebbe essere il suicidio, condannato invece fortemente dal filosofo perché è un’emblematica affermazione della Volontà stessa di vivere.
La vera risposta al dolore del mondo non consiste nell’eliminazione di una o più vite, bensì nella stessa liberazione dalla Volontà di vivere; l’iter salvifico delineato da Schopenhauer consta di tre momenti essenziali:
1. l’arte: è la conoscenza libera e disinteressata, che si rivolge alle idee ed ha un carattere contemplativo.
La sua funzione è però temporanea e parziale, come  un incantesimo;
2. l’etica della pietà (morale): la morale implica un impegno nel mondo a favore del prossimo. L’etica è un tentativo di superare l’egoismo compatendo il prossimo e identificandoci con il suo tormento.
La morale si concretizza in due virtù cardinali:
· giustizia: rappresentata dal principio “neminem laede”, consiste nel non fare del male agli altri e perciò costituisce il carattere “negativo” della pietà.
· carità: riassunta nel principio “omnes, quantum potes, juva”, coincide con la volontà di fare del bene al prossimo, ossia con l’aspetto “positivo” della pietà.
l’ascesi: è l’esperienza per la quale l’individuo, cessando di volere la vita ed il volere stesso, si propone di estirpare il proprio desiderio di esistere, di godere e di volere mediante una serie di accorgimenti (castità, umiltà….) il cui culmine porta al raggiungimento del Nirvana.

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