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Il fascismo nella storiografia del XXI secolo

di Sandro Borzoni

La parola «fascismo», con il trascorrere del tempo, si è convertita in un termine di uso corrente che designa condotte marcatamente autoritarie, è diventata un sinonimo di totalitario, conservatore, reazionario. In realtà, il fascismo italiano non fu un movimento restauratore, e neppure fu segnato da quei caratteri tipicamente tradizionalisti e marcatamente religiosi che caratterizzarono la dittatura di Franco in Spagna, un uomo profondamente unito alla Chiesa cattolica. La storiografia contemporanea riconosce che il fascismo fu un movimento nuovo, di carattere rivoluzionario, che si aprì il cammino fra il socialismo e il liberalismo e che siglò una rottura con il passato.

Il lavoro di Renzo de Felice su Mussolini fu immenso, i suoi otto tomi sulla vita del Duce continuano ad essere un materiale indispensabile per scrivere e comprendere la storia del fascismo[1]. Pier Giorgio Zunino affermò che «la sua opera era più grande del suo autore[2]», e con queste parole lo sforzo di De Felice si tinge di chisciottismo. Ad oltre dieci anni dalla morte del biografo di Mussolini, la storiografia italiana è entrata in una nuova tappa che ha posto fine alla rigida e sterile alternativa fra comunismo/anticomunismo o fascismo/antifascismo ed ha permesso una più profonda y più penetrante efficacia in termini di comprensione e analisi. Anche nei settori di quella sinistra che negli anni settanta ed ottanta bollò De Felice con il crisma del revisionismo[3], è riconosciuta oggi la grandezza della sua opera storica. Alcune delle sue tesi continuano ad essere oggetto di dibattito, ma finalmente si avanzano obiezioni molto articolate e ben argomentate che non hanno più una matrice ideologica, ma sono di carattere scientifico, e la linea interpretativa marcata da De Felice e successivamente dal suo alunno Emilio Gentile è – con le dovute riserve – quella rispettata ed accattata dalla comunità scientifica[4].

Tralasciando quelle tesi “defeliciane” che solo una parte della comunità scientifica accetta, possiamo ricordare qui le conclusioni che oggi tutti gli storici condividono: 1) la divisione tra il fascismo come movimento e il fascismo come regime; la periodizzazione che fissa nel 1926 il giro totalitario; il carattere moderno e non conservatore del fascismo; 2) la tesi che giudica impensabile il fascismo senza l’esperienza della Prima Guerra Mondiale; 3) la necessità condurre le ricerche sul fascismo attraverso gli archivi di Stato ed i documenti prodotti dal regime e non esclusivamente mediante i memoriali della critica antifascista; 4) finalmente, il suo carattere rivoluzionario.

Parlando di fascismo, perciò, mi riferisco ad un fenomeno storico che ha una propria autonomia di fronte al liberalismo e al socialismo; un fenomeno che ha delle caratteristiche definite che lo separano dal pensiero autoritario, dagli altri totalitarismi del XX secolo, ma anche dal pensiero reazionario e conservatore in generale.

Fascismo, nazismo, comunismo sono fenomeni dotati di una specifica originalità storica; sono irriducibili a un denominatore co­mune. E ciò non solo per la diversità delle tradizioni storiche e del­le condizioni sociali dei paesi in cui si sono formati, o per la diver­sità delle classi sociali che hanno coinvolto, ma anche per la diversa prospettiva del mito rivoluzionario[5].

Il fascismo in poco tempo fu capace di involucrare le masse con i suoi slogan e le sue cerimonie. Si presentò come un movimento che continuava la rivoluzione del Risorgimento, promuovendo la partecipazione di tutte le classi sociali alla vita dello Stato. Gli intellettuali dovevano contribuire a riempire il vuoto fra società civile e cultura, scrivendo una nuova costituzione morale che favoriva una partecipazione attiva di tutti i cittadini alla politica del regime. L’interpretazione marxista del fascismo come fenomeno esclusivamente borghese non permise di valutare in tutta la sua complessità la portata avuta dal fascismo sulla società italiana. vorrei citare qui un paragrafo di un articolo di Croce che lo storico Renzo de Felice riproduce nel suo famoso saggio Il Fascismo. Le interpretazioni dei contemporanei e degli storici:

Ciò lascia supporre che il fascismo sia stato il movimento di una classe o di un gruppo di classi sociali contro un’altra classe o gruppo. E questo è del tutto erroneo.

Chi rammenta le origini e il primo prorompere del fascismo in Italia, e ne ha seguito con attenzione lo svolgimento o piuttosto le vicende e le avventure, sa che il fascismo trovò i suoi fautori e sostenitori in tutte le classi e in tutti gli ordini economici e intellettuali, in industriali e in agrari, in clericali e in vecchi aristocratici, in proletari e in piccoli borghesi, in operai e in rurali; ma trovò del pari oppositori ardentissimi in tutte queste classi.

Insomma, anche innanzi al fatto del fascismo, è ingenuo credere di averne trovato la radice nei superficiali e meccanici concetti delle classi economiche e delle loro antinomie, ma bisogna scendere molto più in fondo: nei cervelli degli uomini; e scoprire il male, e colà (ed è certamente difficile) esercitare la sola cura che abbia speranza di riuscire salutare[6].

In questo caso, il giudizio di un filosofo di antica scuola hegeliana come Croce, risulta esemplare per dimostrare che già negli anni immediatamente posteriori alla dittadura una delle interpretazioni classiche del fenomeno fascista, quella marxista, offriva il fianco a numerose critiche. La Terza Internazionale aveva definito il fascismo come una contro-rivoluzione borghese, come una reazione del grande capitale che si trova minacciato dalle nuove classi emergenti, però queste generalizzazioni sono pericolose[7]. Emilio Gentile, con molta ironia, sottolinea che se il fascismo si potesse ridurre a questo, ad una reazione della borghesia minacciata dalle nuove classi emergenti, perciò non varrebbe la pena continuare a svolgere delle ricerche su questo tema, perché non sarebbero di nessun interessere storiografico, dal momento che il fascismo manca totalmente di una fisonomia propria:

Certo, chi adatta al fascismo la teoria alla Barruel[8] della cospirazione, ed è convinto che la storia d’Italia sia soltanto una continua epifania della reazione, può agevolmente trascurare il problema e considerare ormai chiusa, dal punto di vista dell’interpretazione, la questione del fascismo, non essendo il fascismo altro che una tecnica di dominio escogitata dal grande capitale in crisi. Anzi, a rigore di logica, si dovrebbe concludere che un problema storico del fascismo in quanto fascismo non esiste, perché, come sostenne Giuseppe De Falco, il fascismo «non è un movimento storico, che può reclamare diritto di cittadinanza nella critica storica, è appena milizia, niente affatto disinteressata, a disposizione di una classe contro un’altra». Se questa conclusione fosse rispondente alla realtà sarebbe opportuno allora scuotere gli studiosi, che ancora studiano il problema del fascismo, per avvertirli che il problema è stato già risolto; che la ricerca di nuovi documenti per conoscere una realtà già nota, è lavoro vano, e l’elaborazione di nuove interpretazioni è inutile o piena di insidie[9].

Il Partito Nazionale Fascista è così vincolato al suo leader carismatico, che la domanda con la quale Emilio Gentile apre il suo saggio sulla storia e l’interpretazione del fascismo: «È esistito il fascismo?» che significa, detto in altre parole: sarebbe stato possibile il fascismo in Italia senza Mussolini? Nel fascismo, infatti, erano compresenti numerose sfaccettature ideologiche profondamente differenti, ed il modus operandi del fascismo, per arrivare al controverso «consenso di massa» non fu il medesimo in tutta la penisola italiana. In ultima analisi, ci troviamo dinanzi ad un paradosso, il fascismo, che viene semplificato troppo dalle interpretazioni generaliste che cercano di uniformare le trasformazioni di venti anni di regime in pochi tratti stereotipati, può essere definito meglio nei termini di una dialettica negativa:

Un’ideologia a carattere antiideologico e pragmatico, che si pro­clama antimaterialista, antiindividualista, antiliberale, antidemocrati­ca, antimarxista, tendenzialmente populista e anticapitalista, espressa esteticamente più che teoricamente, attraverso un nuovo stile politico e attraverso i miti, i riti e i simboli di una religione laica, istituita in funzione del processo di acculturazione, di socializzazione e d’integra­zione fideistica delle masse per la creazione di un “uomo nuovo”[10].

Finalmente, le tre interpretazioni «storiche» del fascismo sorte negli trenta (quella liberale, quella radical-democratica e quella marxista), che identificavano il fascismo con il suo regime, e non con la sua ideologia, e come prodotto e conseguenza di altri movimenti sociopolitici di maggior portata, come l’irruzione delle masse nella politica, la crisi dei valori (malattia morale), o la reazione borghese, sono relegati al mondo del passato dalla storiografia del XXI secolo. Non è nemmeno possibile, se vogliamo comprendere il fascismo a fondo, la teoria posteriore dei totalitarismi, che agglutina tutti i movimenti che conquistano il potere per esercitare un controllo autoritario ed assoluto della società, perché questa linea interpretativa finisce per identificare tutte le dittature del XX secolo.


 

[1] Renzo de Felice. Mussolini, Torino, Einaudi, 8 voll. (1966-1997).

[2] P.G. Zunino, La Repubblica e il suo passato, Bolonia, Il Mulino, 2003, pp. 216 e ss. Cit. in Danilo Breschi, «Nuova ricognizione sul fascismo. Ultime notizie dalla storiografia italiana», Annali della Fondazione Ugo Spirito (Roma). XIV-XV, 2002-2003, p. 132.

[3] De Felice fu criticato violentemente soprattutto per le affermazioni contenute nel terzo volume della biografia del Duce intitolato Mussolini, il Duce: gli anni del consenso. 1929-1936 (Toríno, Einaudi, 2007. 1ª ed. 1974).

[4] Non è possibile offrire qui una bibliografia articolata sul dibattito storiografico dei 50 anni che precedeno la tappa «post-defeliciana», pertanto mi limito a segnalare in ordine cronologico i saggi di carattere generale più importanti: Naissance du fascisme. L’Italie de 1919 à 1922 di Angelo Tasca (1938); Storia d’Italia nel periodo fascista di Luigi Salvatorelli e Giovanni Mira (1956); Le origini del fascismo di Paolo Alatri (1956); Storia del fascismo di Giampiero Carocci (1959); L’organizzazione dello Stato totalitario di Alberto Aquarone (1965); Il dopoguerra in Italia e l’avvento del fascismo di Roberto Vivarelli (1968). Cfr.: Francesco Traniello, «Historiografía italiana e interpretaciones del fascismo», Ayer, n. 36, 1999, pp. 177-200.

[5] Emilio Gentile; Fascismo, storia e interpretazione. Bari, Laterza, 2002, p. 108.

[6] Benedetto Croce; «Chi è fascista?». Il Giornale (Napoli), 29 ottobre 1944. Ora in B. Croce; Scritti e discorsi politici. Bari, Laterza, 1963. Cit. in: Renzo de Felice; Il Fascismo. Le interpretazioni dei contemporanei e degli storici, Bari, Laterza, 1970.

[7] Nemmeno Palmiro Togliatti, il lider indiscusso del Partito Comunista Italiano (fu segretario del partito dal 1927 al 1964, anno della sua morte), era conforme con l’idea del fascismo data dal Komintern. Nella Terza Internazionale rifiutò l’uso “generalista” dell’aggettivo fascista (che si stava utilizzando per designare ogni tipo di reazione politica) e negava che la complessità storica del fascismo venisse ridotta ad una semplice «reazione capitalista».

[8] La paternità della «teoría della cospirazione» è attribuita all’abate Augustin Barruel (Mémoires pour servir à l'Histoire du Jacobinisme, V voll. Amburgo, 1798-1799).

[9] Gentile, op. cit. p. 109-110.

[10] Gentile, op. cit. p. 72.

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