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Terzo canto del Purgatorio

del professor Franco Caristo

Chi si accosta  alla lettura del Purgatorio -  che resta per il lettore non specialista  un’esperienza fascinosa e un percorso  affascinante -  nota  con immediata impressione  le  tante diversità rispetto alla cantica precedente: non solo strutturali -  la montagna che si staglia dal mare già rappresenta  simbolicamente uno dei temi fondamentali  costitutivi  del Purgatorio, ovvero l’ascensione  del peccatore verso il Paradiso celeste, ultima meta per il cristiano, che passa attraverso l’espiazione e il recupero della originaria purezza -  ma anche tonale, poetica, topografica, dialogica, paesaggistica, relazionale, oltre che morale. Nel Purgatorio  scopriamo anzitutto  il personaggio/poeta  Dante, viandante meno incerto, meno icastico, meno  disposto al risentimento,meno legato alla dimensione individualistica e perciò meno conflittuale con le anime, più razionale  e  umile, come si addice al discepolo che ha chiari gli scopi del suo viaggio  e segue senza  atteggiamenti sconvenienti il maestro ( Virgilio ). 

Ritengo perciò che  siamo in presenza di una dimensione e disposizione morale e di uno stile poetico nuovi, laddove  l’atmosfera e il paesaggio sono i primi indicatori del  passaggio tra i due regni –  l’alba, il sole che sorge dal mare rosseggiante, il rito dell’abluzione, la piccoletta barca dell’angelo che conduce le anime sulla spiaggia, la preghiera delle anime obbedienti e umili ( a differenza dei dannati trasportati da Caron dimonio )  -  e sono elementi sostanziali  che si riverberano sullo stato d’animo  del  pellegrino Dante  che comunque, al di là di una inevitabile affettuosità terrena che dimostra verso le anime purgatoriali, non giustifica i peccatori  e non  arretra rispetto al suo codice morale ed etico che ha già definito nell’Inferno. 

Il III canto  è, a mio parere, la sintesi di tutti i piani narratologici che trovano una consona  organizzazione nella  Cantica e diventeranno vere e proprie  matrici  narrative dentro cui si snoda  il racconto post eventum del viaggio compiuto in 7 giorni dal poeta.                                 Il canto interseca in tal modo  il piano  descrittivo - narrativo, il piano argomentativo- dottrinario, il piano lirico - evocativo, il piano polemico, il piano morale : ma l’unità del canto, pur nella molteplicità degli elementi che lo compongono, è fuori discussione, ed è data  certamente dalla funzione dello stesso Dante che personaggio vivo tra anime di morti,  diventa protagonista  del racconto ( se pure condividendo il ruolo con Manfredi ).

L’inizio del canto, nella scena della dispersione delle anime nella “ campagna”  è strettamente correlato alla fine del II canto, laddove Dante descrive l’improvvisa apparizione di Catone che sollecita le anime, ferme ad ascoltare Casella, ad avviarsi verso il monte  del Purgatorio per la purificazione.  

Dante  avverte il peso di quell’invito e si avvicina a Virgilio ( che  nello snodo del canto assume la funzione di contrappunto rispetto alla dichiarata posizione dottrinaria di Dante sul mistero che governa i piani di Dio )  che gli appare preso dal rimorso per aver indugiato nell’ascoltare la canzone di Casella (  allegoria della dimensione terrena che  scandisce inevitabilmente il tempo del Purgatorio ). Mentre il sole si alza sull’orizzonte ( la notazione paesaggistica è importantissima perché  diventa simbolo di uno stato d’animo rinnovato, più fiducioso – a differenza del buio infernale - ) Dante si guarda intorno tornando a riflettere sul viaggio e sul luogo in cui si trova e  vede riflessa a terra la propria ombra, per questo si spaventa e crede di essere stato abbandonato da Virgilio che lo rimprovera benevolmente e in un pacato monologo  gli chiarisce uno dei primi dubbi che il poeta fiorentino gli espone: perché le anime pur senza corpo soffrono pene che richiedono un corpo?  ( vv.13 -31 ). La scena narrata attraverso  ritmi narrativi lenti – l’endecasillabo è  estremamente frammentato -  condensa i due piani: quello descrittivo e quello dottrinario. L’intervento del maestro Virgilio  è risoluto da magister  scholae delle Universitas e riguarda uno dei problemi più discussi della dottrina della chiesa: l’imperscrutabilità delle decisioni di Dio  che non implicano atteggiamenti razionalistici ma fideistici ( la fede smantella ogni ipotesi di approccio razionale ai fenomeni e alle vicende  che la scienza umana provvisoriamente non riesce a comprendere ) . Il verso “ State contenti umana gente al quia “ ( v. 36)  è la sintesi di questa subalternità della ragione rispetto alla fede  e lo stesso Virgilio ( simbolo della conoscenza )  manifesta chiaramente i limiti  e le incertezze  per tutta l’ascesa alla vetta  del monte, tanto che quella sicurezza dimostrata nell’Inferno  comincia a vacillare ( “ Or chi sa da qual man la costa sale “ v.51 ), riaffermata  dall’ immagine romantica di un Virgilio dubbioso, che non può avere consiglio da se medesimo, e tiene il viso basso e si interroga su quale  strada prendere per salire il monte del Purgatorio, segno indubitabile della sofferta accettazione della limitatezza della conoscenza umana  che mi sembra  essere  uno dei  motivi conduttori del canto.

Improvvisa, mentre  i due pellegrini sono fermi, appare un schiera di anime  che procede lentamente verso i due poeti, anime che, alla vista di Dante vivo perché  proietta la sua ombra in terra, si ammassano spaventate lungo la parete rocciosa ( “ si strinser tutti ai duri massi  de l’alta ripa, e stetter fermi e stretti “ vv. 60-61): sono esse ad indicare la via da prendere.   L’incontro con la prima schiera di anime – gli scomunicati -  costrette a camminare continuamente a passi lenti attorno alle pendici del monte,  la rappresentazione iconografica attraverso la similitudine delle pecorelle mansuete e “ timidette”,  l’incedere lento di  “ quella mandra fortunata”,  il tono  allocutivo cortese di   Virgilio ( “ O ben finiti, o già spiriti eletti..” v. 72 )  sono senza dubbio la spia di un altro elemento tematico del canto: l’umiltà  cristiana (  la relazione  semantica tra la mansuetudine delle pecorelle, pregnante   nella simbologia cristiana, e gli scomunicati che non ebbero umiltà in vita  è il dato più significativo  nella prospettiva morale di Dante, il quale lascia intendere come anche nel Purgatorio  domini la legge del contrappasso;  su un piano più generale voglio far notare anche il valore palesemente  polemico dei versi 72 -87; non vi è dubbio infatti che Dante  nel suo integralismo evangelico- religioso  intenda qui  condannare  certa chiesa contemporanea  nella sua  dimensione  temporalistica  e mondana, articolata in un sistema di potere che ha tradito  lo spirito del cristianesimo primitivo ; d’altra parte  la vicinanza di Dante  al francescanesimo conferma proprio una scelta morale e religiosa scomoda, provocatoria e anticonformista rispetto allo spirito dei tempi ).  

Umile è Dante pellegrino e discepolo, pacato e cortese  è Virgilio, umili sono le anime degli scomunicati,  umile si mostrerà Manfredi :  l’umiltà resta per il poeta fiorentino la prima virtù per il  cristiano ( in opposizione  anche alla cultura e alla mentalità classico-pagana laddove  prevalevano altre virtù )  che  riesce a  sconvolgere  consolidati  ruoli  sociali  e  cristallizzate  posizioni individuali  ( Francesco d’Assisi resta l’insegnamento più efficace ) . Ma chi pratica l’umiltà, se il male prevale sul bene, se le  città italiane sono continuamente in briga tra loro, se l’arrivismo e la sete dei guadagni  della borghesia hanno distrutto l’ordine sociale e civile ? 

Così quelle anime rimasero impietrite  quando “ vider rotta la luce in terra dal mio destro canto, si che l’ombra era da me a la grotta “ (vv.89-90 )  e, dopo aver indicato con il dorso della mano il cammino da prendere, una di esse dice  a Dante : “ chiunque tu se’, così andando volgi l’ viso: pon mente se di là mi vedesti unque” (vv 101-102).  Il poeta si ferma e lo guarda attentamente : non lo riconosce  ( umilmente disdetto d’averlo mai visto “) così l’anima dichiara di essere Manfredi, figlio di Federico II, ucciso da Carlo d’Angiò nella battaglia di Benevento nel 1266 che pone fine al dominio svevo in Italia.

I versi 105 -145   raccontano  l’incontro con quest’anima scomunicata – quindi emarginata dalla comunione con la Chiesa, fatto grave se considerato all’interno della società medievale - e in una alternanza di parti  evocative, descrittive,  storiche, liriche, polemiche, dottrinali, - proposte al lettore con  la dovuta  pacatezza e senza le asprezze lessicali della prima cantica – Dante  rimarca ulteriormente la sua posizione  di intellettuale cristiano non dogmatico, non ipocrita, autonomo nei suoi giudizi morali. Manfredi di fatto descritto come un demonio dalla propaganda guelfa –  ma qui  il personaggio diventa  exemplum  in ossequio alla regola dell’arte come strumentum aedificationis-  è l’alter ego di  Dante, colui che  attraverso il racconto della propria travagliata e deprecata vicenda esistenziale ( il disaccordo politico con il papa,  la scomunica, la morte , l’assenza di sepoltura cristiana, la dispersione delle ossa per volontà di Clemente IV e per azione del vescovo Pignatelli di Cosenza )  afferma  un principio  cardine della teologia :  la misericordia di Dio che imperscrutabile nei suoi  fini  ( ritorna il tema del mistero circa l’intervento di Dio nella storia degli  uomini )  agisce verso chiunque si penta della propria scellerata condotta,  perdonando  anche il peggiore dei peccatori ( Manfredi dice :  ”  orribili furono li peccati  miei” ) :  al Dio biblico punitore fa largo il Dio giusto e misericordioso.

Ma  nelle stesse parole di Manfredi  è scoperta la polemica di Dante  contro la presunzione della Chiesa  che è  pronta a sanzionare il peccatore  con la “ maledizione”  basata molto spesso su ragioni terrene e politiche ( come nel caso di Manfredi); è evidente allora  che tale giudizio e il conseguente castigo ( la scomunica ) sono  spesso arbitrari e  nascono da odio personale  e da una errata interpretazione delle scritture.  Dante  così  rivaluta il personaggio di Manfredi  e lo consegna alla memoria  dei lettori immerso in un’aura di sublime compostezza regale, seducente nella sua nostalgia per la terra, per la figlia, per la sua stessa memoria da difendere,  (  rivela a la  mia buona Costanza come m’hai visto e anche esto divieto” )  nell’attesa della espiazione  e dell’ascesa in Paradiso.

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