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Legge Casati

dal Viaggio nelle scuole Italiane  tra '800 e primi '900

di Libera Maria De Padova

La prima legge che  cercò di ovviare all'analfabetismo diffuso in Italia nell'ottocento fu quella che porta il nome del ministro Gabrio Casati. La secolare incuria dei governi dello stato Pontificio e del Regno delle Due Sicilie  aveva consolidato nel Mezzogiorno una condizione di ignoranza ancestrale. La scarsa sensibilità da parte delle popolazioni meridionali verso il  problema culturale, la carenza di edifici scolastici, la difficoltà di comunicazione, la mancanza di personale insegnante sono alcune delle cause che impedirono di fatto alla Legge Casati un’applicazione generalizzata su tutto il territorio nazionale.

La legge  postula un sistema unico di organizzazione nelle Scuole delle varie regioni d’Italia  ed afferma alcuni principi generali molto importanti. Questi sono:

- il principio della gratuità e dell’obbligatorietà dell’istruzione elementare,  prevedendo pene per i trasgressori (non specificando però quali siano queste pene);

- l’affermazione dell’uguaglianza dei due sessi di fronte alla necessità dell’educazione;

- la  rivendicazione esclusiva alle scuole pubbliche della facoltà di  concedere   diplomi e licenze;

- norme precise per l’abilitazione all’insegnamento.

Di fatto l’istituzione scuola in Italia ebbe all’origine un marchio che l’indusse a rispecchiare le stratificazioni sociali con l’intento di conservarle: così al ginnasio-liceo, gestito dallo stato, andavano i figli delle classi abbienti; alle scuole tecniche, gestite dalle province, andavano i figli del ceto medio, destinati a coprire ruoli subalterni nell’apparato produttivo della società; alle scuole elementari, gestite dai comuni andavano i figli del popolo proletario.

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