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Il colonialismo e la guerra dell’oppio

Lo sviluppo dell’industria, che si realizza a partire dalla seconda metà dell’ottocento, se da un lato faceva  sperare in un reale progresso, dall’altro, contribuiva a far emergere i profondi squilibri economici e sociali. Peraltro, le difficoltà di smercio dovute alla sovrapproduzione, ponevano in luce le contraddizioni di una economia fondata sul modello liberista e ancorata ai principi della concorrenza.

La soluzione a questa condizione di crisi, gli economisti del tempo la indicavano nell’allargamento del mercato. Tale indicazione, evidentemente accolta dagli Stati interessati dalla crisi, determinò un crescente interesse, da parte di quelli,  a espandere i propri domini territoriali e commerciali.

La corsa a tale espansione, negli ultimi decenni dell’ottocento, diventò una delle preoccupazioni principali degli stati industrializzati. Tale corsa, tuttavia, determinò un clima di sempre maggiore accesa competizione e aggressività internazionale. Nella competizione per la conquista del mondo,si trovavano in prima fila la Francia, la Gran Bretagna e la Germania le quali, loro malgrado, dovevano fronteggiare la concorrenza di altre potenze come la Russia, il Giappone e gli Stati Uniti.

Poiché la motivazione che stava alla base della sete di tale conquista, che trovava la sua unica giustificazione in ragioni puramente economico – militari, risultava difficilmente accettabile, oltre che dagli aggrediti, anche  dalla morale comune, gli aggressori  presentavano le imprese coloniali come opera di civilizzazione dei paesi “arretrati” come l’Africa, l’Asia o l’Australia. Sulla base di questa falsa verità i colonizzatori si investirono della missione di portare il progresso tra i “selvaggi”, la vera religione tra i “pagani”, la civiltà tra i “barbari”.

Tra le terre da conquistare, il continente asiatico appariva quello più appetibile ed infatti, l’Asia venne conquistata in breve tempo mediante quella che fu definita “la politica delle cannoniere”, arrivando direttamente con le navi da guerra nei porti per poi imporre l’apertura di questi ai commercianti europei.

Tra i paesi asiatici, solo la Cina  continuava ad applicare una politica di chiusura alla penetrazione dell’occidente. Ai commercianti europei era consentito operare solo nel porto di Canton. La debolezza politica del Paese non consenti, tuttavia, di resistere a lungo contro l’intromissione delle potenze straniere. Tra queste ultime quella maggiormente interessata a entrare nell’immenso mercato cinese era la Gran Bretagna.  Gli inglesi acquistavano già dai cinesi il tè che, non venendo accettate monete o prodotti occidentali, erano costretti a pagare in argento. Questa forma di pagamento rischiava di danneggiare l’economia inglese e per  arrestare  l’emorragia del metallo prezioso, gli inglesi cominciarono ad offrire al posto dell’argento, l’oppio, una droga che facevano coltivare in India e che si  diffuse ben presto tra la popolazione cinese.

Nel 1839 il governo cinese, consapevole del danno sociale che l’assunzione dell’oppio stava generando nella popolazione, ne vietò l’uso. Il commercio con la Cina, e non solo quello dell’oppio, era per gli inglesi  particolarmente lucrativo. Gli inglesi arginarono detto divieto facendo ricorso al contrabbando, condizione che portò ad uno scontro armato tra i due paesi e che diede  luogo alla cosiddetta “ guerra dell’oppio”.

A seguito di diverse e non favorevoli vicissitudini militari, oramai sconfitta, la Cina accetta di trattare e firmare il trattato di Nanchino che apre la serie dei “trattati ineguali”.

Oltre all’indennità di 21 milioni di dollari (messicani), il trattato decide la cessione perpetua di Hong Kong alla corona inglese, l’apertura di cinque porti  ( Canton, Fushou, Amoy, Ningbo, Shanghai), le tariffe doganali unitarie, la corrispondenza ufficiale su base di parità. Nei cinque porti potevano  risiedere famiglie inglesi e godere dell’extraterritorialità. Dell’oppio, che era stata la scintilla del conflitto, il trattato parla appena indirettamente.

  • dalla Tesina per scuola media La droga di Andrea Depani

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