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A Silvia

da “Canti” di Giacomo Leopardi

Parafrasi di Emiliano Ventura

Introduzione

Il poeta Giacomo Leopardi dedica questa poesia ad una giovinetta, chiamandola Silvia, che di solito viene identificata con Teresa Fattorini, figlia del cocchiere di casa Leopardi, morta in giovane età di mal sottile.
Il canto è scritto a Pisa, in un momento in cui il poeta si trova in una lieta condizione interiore (come lui stesso scrive) e l’immagine di Silvia si confonde con quella della sua giovanile speranza nella dimensione del ricordo e della nostalgia.

Testo

Silvia, rimembri ancora

Quel tempo della tua vita mortale,

Quando beltà splendea

Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,

E tu, lieta e pensosa, il limitare

Di gioventù salivi?

Sonavan le quiete

Stanze, e le vie dintorno,

Al tuo perpetuo canto,

Allor che all'opre femminili intenta

Sedevi, assai contenta

Di quel vago avvenir che in mente avevi.

Era il maggio odoroso: e tu solevi

Così menare il giorno.

Io gli studi leggiadri

Talor lasciando e le sudate carte,

Ove il tempo mio primo

E di me si spendea la miglior parte,

D'in su i veroni del paterno ostello

Porgea gli orecchi al suon della tua voce,

Ed alla man veloce

Che percorrea la faticosa tela.

Mirava il ciel sereno,

Le vie dorate e gli orti,

E quinci il mar da lungi, e quindi il monte.

Lingua mortal non dice

Quel ch'io sentiva in seno.

Che pensieri soavi,

Che speranze, che cori, o Silvia mia!

Quale allor ci apparia

La vita umana e il fato!

Quando sovviemmi di cotanta speme,

Un affetto mi preme

Acerbo e sconsolato,

E tornami a doler di mia sventura.

O natura, o natura,

Perché non rendi poi

Quel che prometti allor? perché di tanto

Inganni i figli tuoi?

Tu pria che l'erbe inaridisse il verno,

Da chiuso morbo combattuta e vinta,

Perivi, o tenerella. E non vedevi

Il fior degli anni tuoi;

Non ti molceva il core

La dolce lode or delle negre chiome,

Or degli sguardi innamorati e schivi;

Né teco le compagne ai dì festivi

Ragionavan d'amore.

Anche peria fra poco

La speranza mia dolce: agli anni miei

Anche negaro i fati

La giovanezza. Ahi come,

Come passata sei,

Cara compagna dell'età mia nova,

Mia lacrimata speme!

Questo è quel mondo? questi

I diletti, l'amor, l'opre, gli eventi

Onde cotanto ragionammo insieme?

Questa la sorte dell'umane genti?

All'apparir del vero

Tu, misera, cadesti: e con la mano

La fredda morte ed una tomba ignuda

Mostravi di lontano.

Parafrasi

Il poeta si rivolge a Silvia, morta da tempo, per chiederle se ricorda il tempo dell’adolescenza, quando nei suoi occhi, dallo sguardo allegro e pudico, risplendeva la sua bellezza, e con gioia e trepidazione stava per varcare la soglia della gioventù.
Ella, intenta ai lavori tipici delle donne e sedendo al telaio, era solita cantare e la sua voce risuonava nella tranquillità delle stanze e delle contrade, mentre fantasticava sul bello e dolce avvenire che l’aspettava.
Era maggio e nell’aria si spandevano i profumi della primavera.
Il poeta tralasciava i suoi studi piacevoli e quelli faticosi, sui quali soleva trascorrere la maggior parte della sua giornata, e si affacciava al balcone della casa paterna per ascoltare quel canto e il rumore della spola che si muoveva velocemente sul telaio. Da lì il poeta ammirava il cielo azzurro, le stradine e i giardini illuminati dal sole, da una parte il mare Adriatico, dall’altra il monte Tabor, e sentiva dentro di sé una dolcezza difficile da descrivere.
Quali piacevoli pensieri, sogni e palpiti provava in quel momento! A lui, come a Silvia, allora la vita e il destino, che erano loro riservati, sembravano felici.
Ora, con il fluire di quelle loro giovanili speranze, il poeta si sente oppresso da un’ansia pungente e disperata ed è ripreso dal dolore della sua sfortuna.
Colpevole di tanto dolore è la Natura che in gioventù promette gioia, poi nell’età matura non tiene fede a quanto promesso, inganna, e getta gli uomini nella disperazione.
Silvia, prima che l’inverno bruciasse del tutto la verde campagna, morì in giovane età, sconfitta da un male inesorabile, e non ebbe modo di sentire i complimenti degli innamorati per i suoi bei capelli neri, né le fu possibile parlare d’amore con le amiche nei giorni festivi.
Di lì a poco anche la speranza di un benigno avvenire scomparve dal cuore del poeta, perché il destino ingannò la sua giovinezza come aveva causato la morte della sua cara amica dell’adolescenza, suo rimpianto, senza più sogno.
Questo ricordo dà sconforto al poeta che si chiede perché il destino sia tanto crudele da distruggere gli svaghi, l’amore, le fatiche e gli avvenimenti di cui tanto parlò con la sua giovane amica.
Silvia, quando le apparve la realtà della vita e fu spoglia ormai di tutti i suoi sogni, morì, e per lei non restò che il conforto terreno di una tomba solitaria.

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