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Docenti e garbo

Un binomio problematico?  (1)

 di  A. Lalomia

“L’umiltà è la vera prova delle virtù cristiane:

in sua assenza conserviamo tutti i nostri difetti,

camuffati soltanto dall’orgoglio che li nasconde  

agli altri, e spesso anche a noi stessi.”

(François de la Rochefoucauld)

  

Tra le esperienze più frustranti  -ma anche più tristi-  che possono capitare

ad un docente, vi è senza dubbio quella di avere a che fare con colleghi 

i quali mostrano purtroppo di possedere un’idea del tutto personale

dell’educazione e dei rapporti con gli altri, un’idea che si manifesta in tempi

e in forme che alla lunga incidono inevitabilmente sulle buone relazioni

all’interno della scuola e sull’immagine della stessa scuola tra gli studenti

e all’esterno.

Se un docente saluta con un  “Buongiorno”, rispettoso e spontaneo,

un collega, sarebbe lecito attendersi da questo collega, quantomeno, una risposta

nello stesso stile con cui il saluto è stato rivolto  (ossia, appunto, Buongiorno”),  

non un “Salve”, biascicato, tirato fuori con le tenaglie, quando non rancoroso

e stizzito mentre si continua a leggere o, peggio, un grugnito incomprensibile

seguito da un’occhiataccia truce perché si è costretti ad interrompere

di chiacchierare con un amico  (in presenza degli allievi, i quali

vedono, ascoltano, giudicano e riferiscono ai compagni e all’esterno). 

 

Il  “Salve”  -ma espresso con aria serena, limpida, cortese e di disponibilità- 

si può impiegare tra amici, oppure se il docente  (non amico)  usa la stessa

formula, non, appunto,  “Buongiorno”. 

 

Per non parlare del silenzio totale che segue talvolta al “Buongiorno”

e che qualifica il  ‘muto’.  (2)

 

Tutto questo, come accennavo sopra, è molto triste, soprattutto se si verifica

diverse volte, in modo sistematico, provocatorio, obbligando

il docente che si comporta sempre in modo gentile ed affabile

ad abbassarsi allo stesso livello di un suo collega che un celebre autore

avrebbe preso forse come modello per i suoi testi (3) , con buona pace

della miriade di progetti di rinnovamento della scuola.  Episodi di questo

tipo, infatti, anche se riguardano una parte minima del corpo insegnante,

non possono che nuocere all’immagine dell’istituzione scolastica, alimentando

la serie di critiche  -già numerose-  da parte di settori non trascurabili

della società civile  (politici; media; studenti; genitori; quegli stessi docenti

i quali conservano ancora il culto del garbo e che per fortuna

rappresentano la maggioranza).

 

E il quadro è tanto più triste se a comportarsi nel modo sopra descritto

è una figura a cui è stato affidato un determinato incarico  -sulla base

di criteri che non sempre è dato conoscere  (4)-, un incarico che dovrebbe

richiedere, tra l’altro, il pieno possesso di qualità, sul piano dei rapporti

umani, particolarmente efficaci rispetto allo svolgimento del compito, malgrado

le ‘allergie’ personali  (che d’altronde rappresentano una costante nella vita

di ciascuno di noi).

 

Un DS, se un docente gli rivolge il saluto di “Buongiorno” o “Buongiorno, Preside”,

risponde sempre con “Buongiorno” o “Buongiorno, Professore”,

non certo con un “Salve”.

 

Se lo fa un DS, non si capisce per quale motivo non possa farlo anche un docente.

È troppo difficile?  Può darsi che per alcuni sia così  (5) ;  ma perché

non sforzarsi almeno un po’ ?

 

Che senso di terribile desolazione si avverte, quando ci si deve preoccupare

anche di queste minuzie  (6).

 

                   ---------------------------------------

 

                                                    Note

 

(1)  Il titolo di questo testo non dovrebbe indurre ad equivoci.

Qui ci si riferisce alle buone maniere  -meglio, al garbo, un termine con un campo

semantico su cui varrebbe la pena riflettere attentamente-  non alla professionalità,

al senso del dovere e ad altri elementi che caratterizzano la figura del docente.  D’altronde, i docenti  ‘chiamati in causa’  rappresentano una minoranza 

(per fortuna).

 

(2)  Per inciso, i docenti che si comportano nel modo descritto sopra, sono poi quelli

che pretendono l’immediata risposta al loro saluto  (le rare volte in cui si degnano

di salutare), un saluto formulato peraltro in modo ostentato, stentoreo, quasi urlando.

Penso ad esempio a certe professoresse che entrano in sala docenti come invasate,

senza curarsi minimamente del rumore assordante che provocano con i tacchi

delle scarpe e dello ‘stile’ che usano per spostare sedie, aprire cassetti, ‘scaraventare’

borsa, chiavi e libri sui tavoli, sbraitando come ossesse, incuranti di chi si trova

in sala.

In fondo, siamo di fronte ad una delle tante dimostrazioni del principio secondo cui

solo chi viola sistematicamente le norme è sempre pronto, ogni volta che questo

gli fa comodo, a pretendere l’immediata applicazione delle stesse norme  (che spesso, inoltre, interpreta secondo i suoi interessi personali e il suo grado di equilibrio

psichico, un aspetto, quest’ultimo, che spesso si sottovaluta).

 

(3)  “O quanta species…..cerebrum non habet”.

 

(4)  Per cui sarebbe il caso di osservare: “Quis custodiet custodes?”.

 

(5)  D’altronde: “Natura non facit saltus”.

 

(6)  Che per la verità, a ben vedere, tali non sono, per cui sarà utile ritornarvi,

nella convinzione  (o nella speranza)  che  “Repetita iuvant”.

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