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Eros

di Beatrice Federici - 1° liceo scientifico A - Istituto S. Ambrogio Milano

supervisione del professor Luca Manzoni

EROS

I Greci videro nell’Amore soprattutto una forza unitiva e armonizzatrice e la intesero sul fondamento dell’Amore sessuale, della concordia politica, dell’amicizia. Secondo Aristotele, Esiodo e Parmenide, l’Amore è la forza che muove le cose e le mantiene insieme.

Furono proprio i grandi filosofi greci a dare a questo lemma tre tipologie diverse di significato: con il termine Eros s’intende l’amore sensuale caratterizzato dal voler possedere l'altro, rispecchia la Sensualità; Filia, invece, si riferisce all’amore che si fonda su un rapporto relazionale libero, paritario, senza alcuna velleità di possesso, ossia l’Amicizia; e infine l’Agape, l’amore fraterno, che diventa totale dono di sé: la Carità.

Al termine, tuttavia, venne attribuito un altro significato collegato alla mitologia e alla religione greca; infatti Eros è il dio dell’Amore, il medesimo dio a cui i latini conferirono il nome stesso di Amore o Cupido, o che gli indiani chiamano Kama[1].

La sua personalità, molto complessa, si è evoluta molto dall’età arcaica fino all’epoca alessandrina e romana. Originariamente non era considerato divinità, ma pura forza ed attrazione; per Omero, infatti, rappresentava quel richiamo irresistibile che due persone sentono uno per l'altro e che può portarli a perdere il lume della ragione.

Esiodo, poeta greco dell’VIII secolo a.C., per primo, nella Teogonia, descrive Eros come una divinità, e in particolare come il più bello fra gli immortali che rompe le membra, e doma nel petto il cuore e il saggio consiglio di tutti gli dei e di tutti gli uomini. Nelle più vecchie teogonie, infatti, Eros è considerato come un dio nato, contemporaneamente alla Terra, dal Caos originario che tiene unito l’universo, e, in quanto tale, era adorato a Tespie, dove si trovava il più celebre tempio a lui dedicato. Difatti, gli abitanti di questa città, i Beoti, lo veneravano sotto forma di una pietra grezza, e celebravano ogni cinque anni delle feste in suo onore, dette Erotica, con giochi e gare sportive.

Gli Orfici, tuttavia, ci presentano un’altra versione dello stesso mito pelasgico, in cui si avverte l’influenza della più tarda dottrina mistica dell’amore (Eros) e delle teorie sorte a proposito dei rapporti tra sessi. Secondo questa leggenda, la Notte, dalle ali nere, fu amata dal Vento e depose un uovo d’argento[2], nel grembo dell’Oscurità; ed Eros, chiamato anche Fanete, nacque da quell’uovo e mise in moto l’Universo. Eros fu un ermafrodito dalle ali d’oro, e poiché aveva quattro teste[3], di volta in volta ruggiva come un leone, muggiva come un toro, sibilava come un serpente e belava come un ariete. La Notte, che chiamò Eros con il nome di Ericepeo e di Fetonte Protogeno, visse con lui in una grotta e assunse il triplice aspetto di Notte, Ordine e Giustizia. Dinanzi a quella grotta sedeva l’inesorabile madre Rea che battendo le mani su un bronzeo tamburo costringeva gli uomini a prestare attenzione agli oracoli della dea. Eros creò la terra, il cielo, il sole e la luna; mentre la triplice dea governò sull’Universo, finché il suo potere passò nelle mani di Urano.

Altri miti ci riportano genealogie differenti, talvolta il dio dell’amore è considerato il figlio dell’Ilizia, la dea della nascita, “colei che aiuta le donne in travaglio”, a simboleggiare che non vi è legame più forte di quello materno; oppure nato dall’unione di Iris, l’Arcobaleno, e del Vento dell’Ovest, anche se, tuttavia, molti la identificano come una fantasia lirica. Altre volte viene considerato il figlio di Ermes e d’Artemide Ctonia, oppure d’Ermes e d’Afrodite; quest’ultima ipotesi è la più generalmente accettata, anche se le speculazioni dei mitografi hanno stabilito distinzioni. Infatti, così come esistono varie Afroditi, così si distinguono diversi Amori (Eros): uno sarebbe il figlio d’Ermes e dell’Afrodite Urania, un altro Amore, chiamato Antero (l’Amore Contrario o Reciproco) sarebbe nato da Ares e da Afrodite, sebbene, nella mitologia greca, egli è il fratello di Eros[4].

Un terzo sarebbe il figlio d’Ermes e d’Artemide, figlia di Zeus e Persefone, e quest’ultimo, più particolarmente, sarebbe il dio alato familiare ai poeti e agli scultori.

Un’altra teoria è riportata nel Simposio di Platone[5], dove la sacerdotessa da Mantinea, Diotima, interrogata da Socrate, afferma che Eros è nato dall’unione di Poro, l’Espediente, e di Penia, la Povertà, nel giardino degli dei, al seguito di un grande festino al quale erano state invitate tutte le divinità. Alla sua doppia parentela deve caratteri assai espressivi: sempre alla ricerca del suo oggetto, come Povertà, e, come Espediente, sa sempre ideare un modo per giungere al suo scopo. Ciò nonostante, lungi dall’essere un dio potentissimo, è una forza perpetuamente insoddisfatta e inquieta. Lo stesso Platone, tuttavia, cita un’ulteriore leggenda dove Eros non nasce dall’unione di queste due divinità, ma da Polinnia, una delle nove Muse, la Musa dell’orchestica, della geometria e della storia.

Al contrario del Convito, dove Eros è considerato un “demone”, aspro e incolto, nell’Antigone[6], Sofocle ci dà del dio da una delle più suggestive immagini: «Eros negli assalti mai vinto, Eros che su animali piomba, che insonne su carezzevole guancia di fanciulla passi le notti… Nessuno ti sfugge, non gli dei immortali, non gli effimeri uomini. Dei e mortali lo temono, lo invocano e spesso sembrano ingaggiare scontri fisici con lui; persino Apollo rimane percosso, come Deiastra, la quale dice che chi prende a pugni Eros non è sano di mente. (…) »   Il dio resterà sempre, anche al tempo degli abbellimenti “alessandrini” della sua leggenda, una forza fondamentale del modo. Proprio lui assicura non soltanto la continuità della specie, ma la coesione intera del Cosmo; infatti, secondo alcune fonti, le frecce scoccate dal dio hanno differenti poteri: quelle d’oro infondono amore in chi viene colpito, mentre quelle di piombo suscitano avversione nel cuore dell’amante. Eros era un giovane ribelle, che non rispettava né l’età né la condizione altrui, ma svolazzava con le sue ali d’oro scoccando frecce a caso e infiammando i cuori con le sue terribili torce; infatti, proprio a causa di questa sua irresponsabilità, il dio alato non fu mai considerato degno di figurare nella famiglia olimpica dei Dodici Dei.

Eros compare nella mitologia greca in particolari occasioni, talvolta ferisce gli altri dei, con una delle sue frecce, così che la furia omicida si trasformi in brama lussuriosa; altre volte, invece, è Afrodite stessa a pregare Eros di scagliarle nel cuore di altre divinità, in modo da manipolare l’avvenire e riuscire a raggiungere il suo obiettivo. Nel mito di Giasone e Medea, per esempio, è la bellissima dea a chiedere al figlioletto di scatenare un’improvvisa passione amorosa da parte della figlia del re Eete verso l’eroe, offrendogli come ricompensa una palla d’oro adornata di cerchi di smalto azzurro, che un tempo era stata di Zeus bambino e, quando questa veniva lanciata in aria, lasciava dietro di sé una scia luminosa, come una piccola stella cadente.

Una delle leggende più celebri dove Eros interpreta una parte centrale è l’avventura romanzesca di Psiche, questo racconto ci viene riferito da Apuleio, nelle Metamorfosi. Il mito narra di tre fanciulle, figlie di un re, di queste le maggiori erano andate in spose a pretendenti di sangue reale, ma la più piccola, di nome Psiche, era talmente bella che nessun uomo osava corteggiarla, tutti la adoravano come fosse una dea. Alcuni credevano che si trattasse dell’incarnazione di Venere sulla terra, e per questo motivo la onoravano al punto di trascurare gli altari della vera dea. La quale sentendosi offesa a causa di una mortale, pensò di vendicarsi con l’aiuto di suo figlio Amore e delle frecce amorose. La vendetta d’Afrodite consisteva di far innamorare Psiche dell’uomo più sfortunato della terra, con il quale doveva condurre una vita di povertà e di dolore. Amore accettò subito la proposta della madre ma, appena vide Psiche rimase incantato della sua bellezza. Confuso dalla splendida visione, fece cadere sul suo stesso piede la freccia preparata per Psiche cadendo cosi, vittima del suo stesso inganno. Egli iniziò così ad amare la ragazza, nel frattempo i genitori di Psiche erano preoccupati poiché un gran numero di pretendenti veniva ad ammirare la figlia, ma nessuno aveva il coraggio di sposarla. Il padre, decise così di consultare un oracolo d’Apollo per sapere se la figlia avrebbe trovato un marito, ma questo gli rispose di agghindare la figlia come per un matrimonio e di esporla su di una roccia dove un mostro orribile sarebbe venuto a prenderne possesso. I suoi genitori si disperarono, ma malgrado questo, non volendo disubbidire alle predizioni dell’oracolo, portarono Psiche sulla montagna prescelta vestita di nozze, e la lasciarono lì sola al buio. Solo in quel momento, venne uno Zefiro che la sollevò e la trasportò in volo su un letto di fiori profumati; quando si svegliò, si trovò nel giardino di un magnifico palazzo interamente di marmo. Penetrò nelle stanze che si aprivano d’innanzi a lei e qui fu accolta da delle voci che la guidarono e dichiararono di essere schiave al suo servizio. Di stupore in stupore, giunse la sera, Psiche avvertì vicino a lei una strana presenza: era il marito di cui le aveva parlato l’oracolo, che ella non vide, ma che non le parse così mostruoso come le era stato predetto. Per tutta la notte si scambiarono parole d’amore, ma prima che l’alba arrivasse, il misterioso marito sparì, promettendole che sarebbe tornato appena la notte fosse nuovamente calata. Psiche attendeva con ansia la notte, e con questa l’arrivo del suo invisibile marito, ma i giorni erano lunghi e solitari, quindi decise, con l’assenso del marito, di fare venire le sue sorelle, sebbene fosse stata avvertita da Amore che sarebbero state causa di dolore e d’infelicità. Il giorno seguente, un leggero vento le portò a palazzo, ma mentre Psiche era felice di rivederle, negli animi delle due sorelle accresceva l'invidia per la felicità e le ricchezze della fanciulla. Ogni volta che le due facevano domande sul marito, Psiche sviava sempre la risposta, al punto che le sorelle s’insospettirono delle strane risposte che dava, e, invidiose, ingegnarono a far sorgere nella sua mente il dubbio che l’amato fosse un mostro. Quella notte, pertanto, dopo essersi amati, la fanciulla prese una lampada per vederlo; è così scoprì che dietro al mistero si celava un giovane dalla bellezza indescrivibile, ma emozionata dalla scoperta fece cadere una goccia di olio bollente sulla spalla del dio.

Svegliato di soprassalto, Amore balzò in piedi e capì quello che era successo e disse che aveva rovinato il loro amore, siccome sarebbero stati costretti a separarsi per sempre. Non più protetta, la povera ragazza si mise a errare nel mondo, ove la seguì la collera di Afrodite, indignata per la sua bellezza. Quando la dea riuscì a farla prigioniera, la tormentò in vari modi e le impose diversi incarichi. Tra i vari la dea la obbligò a discendere agli Inferi, dove avrebbe dovuto chiedere a Persefone una boccetta d’acqua di Giovinezza. Sebbene la dea le avesse raccomandata di n on aprirla Psiche, durante il viaggio di ritorno, annusò la magica crema e cadde addormentata in un sonno profondo. Frattanto, Amore era disperato: non poteva dimenticare l’amata; così quando la vide, volò verso di lei, la svegliò con una puntura delle sue frecce e, risalendo all’Olimpo, chiese a Zeus il permesso di sposarla. Il dio gliel’accordò volentieri, così lo stesso giorno fu allestito un banchetto nuziale per festeggiare la nuova coppia: Amore e Psiche avevano trovato la felicità.

approfondisci:

  • Eros nell'arte di Beatrice Federici - 1° liceo scientifico A, supervisione del professor Luca Manzoni

 

BIBLIOGRAFIA

Robert Graves, I miti greci, Longanesi, Milano 2000;

Hans Biedermann, Enciclopedia dei Simboli, Garzanti, Milano 2004;

Luisa Biondetti, Dizionario di Mitologia classica. Dei, eroi, feste, Baldini&Castoldi, Milano 1997;

Michael Stapleton, Elizabeth Servan, Schreiber, Il grande libro della mitologia greca e romana, Arnoldo Mondadori, Milano 1979;

Anthony S. Mercatante, Dizionario universale di miti e leggende, Newton&Compton editori, Roma 2001;

Pierre Grimal, Mitologia, Garzanti Editore, Milano 2004;

Eugenia Dossi, Antichità classica. Volume 1, Garzanti Editore, Milano 20047;

Eugenia Dossi, Arte. Volume 1, Garzanti Editore, Milano 20047;

Eugenia Dossi, Universale, Garzanti Editore, Milano 20037;

J. C. Cooper, Enciclopedia illustrata dei simboli, Franco Muzio Editori, Roma 2001;

N. Abbagnano, Dizionario di Filosofia, Utet, Torino 19802;

Paola Crescini, Luigi Peruta, Franco Fava, Dizionario illustrato della Mitologia Classica, Meravigli, Milano 20053;

Lucia Impelluso, Eroi e Dei dell’Antichità. Dizionario dell’Arte, Mondadori Electa, Milano 2008;

Stefano Zuffi, Grande Atlante della Pittura. Dal Mille al Duemila, Electa, Milano 20032;

Lucia Fornari Schianchi, Sylvia Ferino, Pagden, Parmigianino e il Manierismo Europeo, Silavna Editoriale, Milano 20031;

Giuseppe Pavanello, L'opera completa del Canova, Rizzoli, Milano 1976.

 

 

NOTE
 


[1] Kama o "Kamadeva", nella religione indiana è il dio del piacere sessuale, dell'amore carnale e del desiderio. Come Eros, così Kama è rappresentato da un giovane con arco di canna da zucchero e frecce che suscita l'amore nelle persone che colpisce. Raffigurato a cavallo di un pappagallo, con un vessillo rosso raffigurante un delfino, è attorniato da musici e danzatrici.

[2] Secondo alcune leggende, l’uovo generato dalla Notte simboleggia la Luna, poiché l’argento era il metallo lunare; altre, invece, ci presentano un’altra versione, per cui le due metà dell’uovo originario, dividendosi, formarono la Terra e il suo coperchio, il Cielo.

[3] Fanete era per gli Orfici il simbolo di luce spirituale e le sue quattro teste corrispondono ai quattro animali delle stagioni, Elio veniva identificato come il leone e rappresentava l’estate; Dioniso, il toro, era l’anno nuovo; Ade, il serpente, era l’inverno; mentre Zeus, l’ariete, simboleggiava la primavera.                         

[4] Temi disse ad Afrodite che Eros sarebbe diventato adulto solo se avesse avuto un altro fratello. Nato Antero, allora, Eros cominciò a crescere, diventando sempre più forte, ma appena la giovane divinità si trovava distante dal fratello, questo ritornava piccolo.

[5] Contro la tendenza a considerare Eros come uno dei grandi dei s’innalza la dottrina presentata sotto forma di mito da Platone nel Convito, e che egli pone in bocca a una sacerdotessa: Diotima. L’autore è stato uno dei più importanti filosofi greci antichi. Egli, infatti, assieme al suo maestro Socrate e al suo allievo Aristotele ha posto le basi del pensiero filosofico occidentale.

[6] Antigone è una tragedia di Sofocle, rappresentata per la prima volta ad Atene nel 442 a.C.

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