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La dea Diana

di Irene Rigoldi - 1° liceo scientifico A - Istituto S. Ambrogio Milano

supervisione del professor Luca Manzoni

 

La dea Diana

Diana, una dei dodici dei olimpici col nome di Artemide), è una dea italica, latina e romana, signora delle selve, protettrice degli animali selvatici, custode delle fonti e dei torrenti, aiutante delle donne, cui assicurava parti non dolorosi, e dispensatrice della sovranità. Più tardi fu assimilata alla dea greca Artemide, protettrice delle Amazzoni, come lei guerriere e cacciatrici, e come lei indipendenti dal giogo dell’uomo, attraverso la mediazione delle colonie greche dell’Italia meridionale, assumendone il carattere di dea della caccia e accostamento alla Luna. La radice si trova nel termine latino dius (“della luce”, da dies, “ luce del giorno”), arcaico diviso per cui il nome originario sarebbe stato Divina. La luce a cui si riferisce il nome sarebbe quella che filtra dalle fronde degli alberi nelle radure boschive, mentre viene respinta quella della Luna perché tale associazione con la dea fu molto tarda. Diana veniva anche chiamata Orthia (retta) e Ligodesma (legata al salice) perché si diceva che un’immagine della dea si trovasse in un boschetto di salici dove era sostenuta dalle fronde degli alberi che la avviluppavano. Diana era Agrotera (cacciatrice), Corifea (della cima), Limnea (del lago), Dafnia (dell’alloro), Licea (simile al lupo), Eginea (delle capre), Cariatide (del noce), Arista (ottima), Callista (bellissima). Il suo titolo più celebre era quello di Polimastide (dalle molte mammelle) e in questa forma compare, come statua, a Efeso. Ha anche assimilato culti barbari, come quello di Tauride, caratterizzato da sacrifici umani.

La sua origine è preellenica e da collegare con la minoica “Signora degli animali”, parallela ad altre figure divine adorate anche in Asia Minore. Nell’età classica, inoltre, Diana è costantemente collegata, nel mito e nel culto, ad Apollo, di cui è considerata sorella; ma l’accostamento ad Apollo è tardivo: le due divinità sono originariamente distinte e autonome. Nonostante questo uno degli Inni Omerici ne esalta l’apetto di gemella al dio della musica: “Dea della sonora caccia, vergine riverita, che uccide i cerve,saettatrice,sorella di Apollo della spada d’oro, che tra le colline ombrose e le cime ventose, godendo della caccia, tende il suo arco d’oro e scagli dardi dolorosi. Tremano le vette delle alte montagne, la scura foresta terribilmente risuona del fragore delle belve, si scuote la terra e il mare pescoso”.

Nell’arte del periodo arcaico Diana è spesso raffigurata con le ali, circondata di animali; nell’età classica prevale il tipo della giovane dea cacciatrice. Gran parte degli artisti  rappresentano Diana e le Ninfe sorprese alle fonti dai Stiri, creature mitologiche metà uomini e metà capre. In realtà questo tema, che non ha riscontri nella mitologia, è allegorico e allude al prevalere del vizio della lussuria sulla castità.

La dea Diana, identificata nella sua manifestazione lunare, è stata oggetto nel culto della stregoneria della tradizione italiana. Come riporta Charles Leland nel “Vangelo delle streghe” Diana è adorata come dea dei poveri, degli oppressi e dei perseguitati dalla Chiesa Cattolica. Per far sì che il culto della stregoneria andasse avanti mandò sua figlia Aradia per liberare dagli oppressori gli schiavi e per divulgare il culto della dea.

Diana è figlia di Zeus e Latona, sorella gemella di Apollo, divenuto poi dio e personificazione del Sole. Nasce a Delo e, appena nata, aiuta la madre a mettere al mondo il fratello. A soli tre anni la dea chiese al padre Zeus l’eterna verginità; tanti nomi quanti ne ebbe Apollo; un arco e delle frecce come i suoi; il compito di portare la luce; una tunica da caccia color zafferano con un bordo rosso, lunga sino alle ginocchia; sessanta giovani Ninfe oceanine, tutte della stessa età, come sue damigella di onore; venti Ninfe dei fiumi, provenienti da Amniso in Creta, perché si curassero dei suoi calzari e dei suoi cani quando lei non era impegnata nella caccia; tutte le montagne del mondo; e infine una città a scelta del padre. Naturalmente le donne la invocarono spesso, poiché sua madre Latona la partorì senza dolore, e le Moire (il fato/ il destino), poco dopo la nascita, la fecero diventare patrone dei parti.

Diana rimase vergine, eternamente giovane, il tipo di ragazza selvaggia che si compiace soltanto della caccia, nonostante questo si innamorò di un giovane chiamato Endimione. Si serve del suo arco contro i cervi, che insegue correndo per i boschi, e anche contro gli umani. Ella manda alle donne che muoiono di parto il dolore che le porta via. Si attribuirono alle sue frecce le morti improvvise, soprattutto quelle indolori. Diana è vendicativa, e numerose furono le vittime della sua collera. Uno dei suoi primi atti fu, col fratello, di mettere a morte i figli di Niobe[1]. Mentre Apollo uccideva, uno dopo l’altro, i sei ragazzi, che erano a caccia sul Citerone, Diana uccideva le sei figlie, rimaste a casa. Questo atto era stato dettato alle due divinità dal loro amore per la madre, che Niobe aveva insultato. Ancora per difendere Latona, i due figli, appena nati, uccisero il drago che veniva ad attaccarli. Ancora per lei attaccarono e misero a morte Tizio, che cercava di violentare Latona. Diana partecipò al combattimento contro i Giganti. Suo avversario era il Gigante Grazione, ch’ella uccise con l’aiuto del semidio Eracle. Causò in tal modo anche la perdita di altri due mostri, gli Aloadi[2] . Le si attribuisce anche la morte del mostro Bufalo, il mangiatore di Buoi, in Arcadia[3]. Fra la vittime di Diana figura ancora Orione, il cacciatore gigante. Il motivo che la spinse ad ucciderlo differisce secondo le tradizioni: ora Orione meritò la collera della dea per averla sfidata al disco, e ora per aver cercato di rapire una delle compagne, Opide, che essa aveva fatto venire dalla regione degli Iperborei. Ora, infine, Orione avrebbe cercato di violentare la stessa Diana. Ella mandò uno scorpione che lo punse e lo uccise. Un altro cacciatore, Atteone, figlio d’Aristeo[4], avendo visto la dea nuda a una fonte d’acqua, fu trasformato da Diana in un cervo e venne divorato dalla sua stessa muta di cani. Sempre lei è all’origine della caccia di Calidone[5], che doveva provocare la fine del cacciatore. Dato che Eneo[6] si era dimenticato di sacrificare a Diana, allorché offriva le primizie dei suoi raccolti a tutte le divinità, ella inviò contro il suo paese un cinghiale di dimensioni eccezionali. Infine, una delle versioni della leggenda di Callisto le attribuisce la morte della giovane donna, ch’ella uccise con una freccia, su richiesta di Era, o per punirla d’essersi lasciata sedurre da Zeus, quando Callisto fu trasformata in orsa. Tutte queste leggende sono racconti di caccia, che mettono in scena la dea selvaggia dei boschi e delle montagne, la quale fa delle belva feroci la sua compagnia ordinaria. Un episodio delle fatiche d’Eracle racconta come l’eroe avesse ricevuto da Euristeo l’ordine di riportargli il cervo dalle corna d’oro, consacrato a Diana. Eracle, non volendo né ferire né uccidere questo animale sacro e prediletto da Diana, lo inseguì un anno intero. Alla fine, lo uccise. Subito, Diana e Apollo si posero davanti a lui, chiedendogli spiegazioni. L’eroe riuscì a calmarli scaricando su Euristeo la responsabilità di quella caccia. Lo stesso tema appare nella storia di’Ifigenia: la collera della dea era già antica contro la famiglia, ma fu ridestata da un’ infelice frase d’Agamennone[7], che, avendo ucciso un cervo a caccia, nel momento in cui aspettava il momento favorevole per partire contro Troia, esclamò: “Artemide stessa non avrebbe potuto ucciderlo così!”. Diana mandò allora una bonaccia che immobilizzò tutta la flotta; l’indovino Tiresia rivelò la causa di quel contrattempo, aggiungendo che il solo rimedio consisteva nell’immolare a Diana Ifigenia, la figli vergine del re. Ma Diana non gradì quel sacrificio. All’ultimo momento, ella sostituì una cerbiatta alla giovane, che rapì e trasportò il Taurine, come assistente al culto che le si attribuiva in quel paese lontano.

  Diana era onorata in tutti i paesi montagnosi e selvaggi della Grecia: in Arcadia e nel paese di Sparta, in Laconia, sulla montagna del Taigeto; in Elide ecc. Il suo santuario più celebre nel mondo greco era quello d’Efeso[8], in cui Diana aveva assimilato una vecchissima dea asiatica della fecondità. Il principale luogo di culto di Diana italica si trova presso il piccolo lago laziale di Nemi, sui colli Albani, e il bosco che lo circondava era detto nemus aricinum per la vicinanza con la città di Ariccia. Il santuario di Ariccia potrebbe essere stato il nuovo santuario federale dei latini dopo la caduta di Alba Longa[9]. Ciò è desumibile da quanto riportato da Catone il Censore nelle “Origines”, cioè che il dittatore tusculano Manio Egerio Bebio officiò una cerimonie comunitaria nel nemus aricinum insieme ai rappresentanti delle altre principali comunità latine dell’epoca. In seguito Servio Tullio fonde il nuovo tempio di diana sull’Aventino e lì sposta il centro del culto federale con il consenso dell’aristocrazia latina. Inoltre molti altri santuari erano situati nei territori del Lazio antico e della Campania e di recente è stato scoperto un santuario dedicato a Diana Umbronensis all’interno del Parco Regionale della Maremma. Era in questi luoghi che si celebravano, in onore della dea, le feste dette Artemisie.

 

Bibliografia

Hans Bidermann, Enciclopedia dei simboli, Garzanti, Milano 2004.

Luisa Biondetti, Dizionario di mitologia Classica- dei, eroi, feste, Baldini e Castaldi, Milano, 1997.

Gerhard J. Bellinger, Enciclopedia delle religioni, Garzanti, Milano 2004.

Michael Stapleton- Elizabeth Serven- Schreiber, Il grande libro della mitologia greca e romana, Arnoldo Mondadori, Milano 1979.

Robert Graves, I miti greci, Longanesi & C, Milano 1983.

 

Sitografia

La dea Diana, www.wikipedia, consultato il 22 aprile 2011.

Dipinti e statue Artemide, www.wikipedia, consultato il 27 aprile 2011.

 

Note

 


[1] Niobe, donna della mitologia greca, si vantò di avere più figli di Latona.

[2] Aloadi, due giganti gemelli dall’aspetto mostruoso.

[3] Arcadia, prefettura della Grecia.

[4] Aristeo, libico educato da Chitone nell’arte della caccia e della guerra.

[5] Calidone, cinghiale dalle enormi dimensioni.

[6] Eneo, re della mitologia greca.

[7] Agamennone, re di Argo e Micene.

[8] Santuario di Efeso, m 59 per 109, 135 colonne, considerata una delle 7 meraviglie del mondo.

[9] Alba Longa, antico centro laziale, che fu a capo della confederazione dei popoli latini e venne distrutta da Roma sotto il re Tullo Ostilio, dopo l’anno 673 a.C.

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