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Criteri della comunicazione testuale

del Prof. Manzoni Luca, basato su una lezione della prof.ssa Scilla Palla della Università degli Studi di Firenze

Quanti e quali sono i criteri  della comunicazione testuale?

La comunicazione testuale è definita come “qualsiasi forma di comunicazione che avviene mediante testi, scritti o orali”; la comunicazione testuale si basa su sette criteri costitutivi che possono essere inerenti al testo stesso (= COESIONE ; COERENZA), inerenti agli utenti del testo, lettori  ascoltatori  (=INTENZIONALITA’; ACCETTABILITA’), oppure inerenti alla situazione comunicativa (=INFORMATIVITA’, SITUAZIONALITA’, INTERTESTUALITA’).

 

§ 2.1 Criteri inerenti al testo

 

1.   la coesione         (1)      

 

La coesione è l'insieme di meccanismi di cui un testo si serve per assicurare il collegamento tra le sue parti al livello profondo. Essa è paragonabile ad un muro il quale superficialmente appare come compatto grazie all’uso della tintura, ma sotto questo strato è costituito da mattoni resi uniti e compatti dal cemento: la coesione testuale è proprio questa compattezza profonda, ottenuta attraverso l’uso di “parole – collante” che rendono appunto coese (= compatte) le frasi e le sequenze / paragrafo ( = mattoni ) che formano il testo.

Il grado di coesione testuale è dato quindi dalla sintassi superficiale del testo: le ripetizioni, le unità tempo aspettuali, i parallelismi, i deittici[1] sono fenomeni che garantiscono coesione al testo.

 

Ad esempio in un testo si verificano spesso ripetizioni di elementi (ricorrenza); ciò avviene in particolare nella lingua parlata, perché non c'è il tempo di pianificare l'enunciazione e perché il testo di superficie si disperde facilmente; per evitare queste ripetizioni al livello formale esistono dei meccanismi particolari quali i FÓRICI e le ELLISSI.

           

I  FORICI sono parole che “fanno le veci” di termini o di espressioni già nominate o che devono ancora essere nominate; le parole per eccellenza che possono esprimere questa funzione fòrica sono i pronomi dimostrativi e determinativi ( Cfr. etimologia = PRO = “al posto di” + NOMEN = “nome” ).

 

Dal punto di vista della funzione testuale, i pronomi si distinguono in anaforici e cataforici, mentre il termine con cui “conferiscono” ( = a cui si riferiscono ), è detto co-referente, e questo può trovarsi prima ( = fisicamente a sinistra) o dopo ( = fisicamente a destra ) nel testo.

Si dicono pronomi anaforici quei pronomi che vengono usati DOPO il co-referente ad esempio:

c'era una volta una ragazza, ella era bionda.

Si dicono pronomi cataforici quei pronomi che vengono PRIMA del co-referente:

non so se egli avesse ragione, ma Gianni sembrava convinto

 

Le ELLISSI sono mezzi di coesione che consistono nella cancellazione degli elementi che vengono ripresi in un testo. In italiano, ad esempio, si verifica molto spesso l'ellissi del soggetto:

Lory non riusciva a seguire il film, quindi[0] si addormentò.

Hai visto nessuno? No[0](non ho visto nessuno)

Le ellissi occorrono anche in inglese:

Do you want a cup of tea? Yes I do [0] (want a cup of tea).

            Un altro mezzo di coesione è costituito dai giuntivi, ossia le congiunzioni (e), le disgiunzioni (o) le controgiunzioni (ma, però), le subordinazioni, tutte relazioni di coerenza che tengono connesse le frasi tra loro.

            Per garantire la coesione di un testo esiste anche un procedimento mediante il quale, utilizzando particolari elementi linguistici, i deittici, si mette in rapporto l’enunciato con la situazione spazio-temporale a cui si riferisce. I deittici in senso stretto possono essere personali e sociali, spaziali e temporali,

            La deissi personale riguarda la codifica del ruolo dei partecipanti all'evento comunicativo; sono deittici i pronomi tonici: la 1° persona singolare (io), indica il riferimento del parlante a se stesso, la 2° persona (tu) indica il riferimento del parlante a chi parla e la 3° persona (egli) indica un riferimento a persone assenti; e i pronomi atoni o clitici (ne, lo, la, li, ecc.) che sono usati per riprese anaforiche, a breve distanza dall'elemento cui si riferiscono nel testo come nell’esempio:

 sto preparando il caffè, ne vuoi una tazza?

Fanno parte della deissi personale anche gli appellativi (chi) e gli allocutivi (signora, ehi, lei ecc).

            I deittici sociali sono quelli che vengono usati per esprimere il rapporto di ruolo che lega i partecipanti all'interazione. Gli allocutivi naturali (tu) si usano nei rapporti paritari, mentre nei rapporti gerarchici si usano gli allocutivi di cortesia (lei, voi). Attraverso la scelta dell'allocutivo chi parla segnala la propria valutazione del rapporto di ruolo esistente fra se e l'interlocutore e del ruolo sociale dell'interlocutore e anche del grado di formalità della situazione.

            La deissi spaziale riguarda la codifica delle collocazioni spaziali relativamente alla posizione dei parlanti nell'evento comunicativo; i deittici spaziali possono essere prossimali o distali.

I principali deittici spaziali sono gli avverbi di luogo: qui, qua, lì, là, che situano l'oggetto rispetto al luogo in cui si trovano i parlanti e i pronomi dimostrativi: questo, codesto quello situano l'oggetto rispetto ai singoli interlocutori e i pronomi personali: costui, costei, colui colei coloro situano l'oggetto rispetto agli interlocutori anche se hanno connotazione negativa.

            La deissi temporale codifica in punti ed in intervalli di tempo relativamente al momento in cui viene pronunciato l'enunciato; sono deittici temporali sia gli avverbi di tempo, sia i tempi grammaticali che distinguono il tempo di codifica dal tempo di ricezione.

            Tra i tipi di deissi Levinson[3] annovera anche la deissi testuale, che concerne l'uso, all'interno di un enunciato, di espressioni che si riferiscono ad una parte del discorso che contiene tale enunciato come ad esempio, l'uso di espressioni quali: comunque, o di espressioni temporali per fare riferimento a porzioni di discorso: l'ultimo passaggio, il primo verso, la frase precedente ecc.

            Nella categoria della deissi testuale rientra anche l’articolo: la scelta fra l'articolo determinativo e l'articolo indeterminativo è definita infatti dalle caratteristiche del referente e dall'organizzazione informativa del testo. Se il referente è costituto da una categoria generale si usa l’articolo determinativo: il gatto è un felino; se invece il referente è costituito da un termine che indica un individuo specifico si usa l'articolo indeterminativo: Ho visto un gatto nero.

            Rispetto alla struttura informativa se l'articolo riguarda un referente già menzionato (dato) si usa l’articolo determinativo, altrimenti, nel caso di un referente nuovo, cioè menzionato per la prima volta in quel punto del testo e non presente nelle conoscenze condivise dei parlanti, si usa l’indeterminativo; ad esempio: c'era una volta un re...il re disse.[2]

 

2.   la coerenza        (2)

            Concerne la configurazione di concetti e relazioni tra concetti soggiacente al testo di superficie. In parole più semplici, la coerenza è la caratteristica di un testo che presenti contenuti logicamente ben collegati tra di loro, ed è pertanto il risultato dei processi cognitivi degli utenti, volti al recupero delle informazioni implicite contenute in uno scambio comunicativo.

       Alcuni testi risultano immediatamente coerenti: “Mario, quando vide le prime gocce cadere, aprì precipitosamente l’ombrello”. Altri necessitano sforzi maggiori: “Mario, quando vide le prime gocce cadere, chiuse precipitosamente l’ombrello”; in questo secondo caso, l’interprete deve compiere una serie di inferenze: deve cioè ipotizzare che nella situazione descritta dal testo Mario si trovi sulla soglia di casa, in procinto di uscire con l’ombrello aperto, e che, vedendo cadere con violenza le prime gocce, abbia deciso di rientrare.

            La coerenza, a differenza della coesione, è data invece ad un livello più profondo, cioè quello della continuità di senso che caratterizza un testo. Essa riguarda la struttura semantica di un testo e la struttura logica e psicologica dei concetti[3] espressi. Un testo produce senso se esiste una continuità di senso all'interno del sapere attivato con le espressioni testuali; un testo privo di senso è un testo in cui i riceventi non riescono a rilevare una tale continuità.

            Il testo: I passeggeri del volo BZ415 per Milano sono pregati di ritirare il loro bagaglio presso il settore 5, è coerente, perché comprensibile e organizzato secondo il rispetto puntuale di regole e modalità di uso; ciò consente ai destinatari del messaggio di capire il fine del messaggio e conseguentemente di recarsi al settore 5 per ritirare il proprio bagaglio.

            Mentre un testo come quello che segue:

                        I passeggeri del bagaglio BZ415 sono pensati di pregare il loro calzolaio nella presso volo

è incoerente perché contiene due verbi (pensare e pregare) che non hanno alcun rapporto né fra loro né col contesto in cui figurano, un nome (calzolaio) che è del tutto fuorviante, un avverbio (presso) e una preposizione articolata (nella) male adoperati; di conseguenza anche se passeggeri, bagaglio, BZ415 e volo appartengono allo stessa area di significato, il messaggio risulta incoerente ed incomprensibile perché nessuno dei destinatari riuscirà a capire il fine con il quale è stato emesso.

            La coerenza di un testo non risiede solo nelle sue caratteristiche propriamente linguistiche, ma anche nell'insieme delle conoscenze enciclopediche preesistenti con cui il ricevente elabora il testo e lo confronta; un testo risulta coerente quando nel riceverlo il destinatario è in grado di attivare (cioè di richiamare alla memoria) una serie di conoscenze già immagazzinate e condivise: l’insieme di conoscenze reciproche che il parlante e l’ascoltatore hanno di loro stessi, l’insieme delle conoscenze riguardo le eventuali precedenti interazioni comunicative che l’uno presuppone nell’altro e viceversa e  l’insieme di conoscenze della realtà esterna..

            Quando si usano espressioni linguistiche in una funzione comunicativa si attivano le relazioni ed i concetti corrispondenti in uno spazio di lavoro mentale; questo spazio, o deposito, può accogliere un numero limitato di unità da memorizzare contemporaneamente, ma  se tra le unità ci sono invece collegamenti concettuali, il deposito riesce a memorizzare un numero più ampio di concetti. Di conseguenza si presuppone che il sapere alla base dell'uso testuale sia organizzato in pattern globali, ossia in schemi che funzionano come centri di inquadramento di determinate conoscenze e che, essendo molto frequenti, permettono delle previsioni sul senso dei vari concetti[4].

            Quindi quando si analizza un testo a livello superficiale si attiva sia una analisi di tipo grammaticale, sia un’analisi di tipo concettuale, volta a ricostruire la continuità di senso all’interno del  messaggio.

 

 

 

§ 2.2 Criteri inerenti agli utenti del testo ( emittente e destinatario )

 

            I legami pertinenti alla conformazione di un testo non rappresentano una condizione necessaria e neppure sufficiente a determinare coerenza ed efficacia performativa. Ci occorrono, pertanto, anche nozioni incentrate sull’emittente e sul destinatario, i cui ruoli sono fondamentali per la buona riuscita di qualsiasi evento comunicativo:

 

III. l’intenzionalità          (3)

            Il criterio dell'intenzionalità riguarda l’intenzione di chi produce un testo coeso e coerente, ovvero l'atteggiamento del locutore rispetto al conseguimento di determinati scopi.

            Già Austin[4] e Searle[5] a partire dagli anni ’50 si erano dedicati ad analizzare e a schematizzare le intenzioni di chi produce atti linguistici. Secondo il punto di vista di Austin e Searle, chi parla compie, attraverso l’uso della lingua, una serie di atti di volontà di diverso tipo: vuole convincere, chiedere, invitare, negare e via dicendo. Quando si dice qualcosa, si possono sortire degli effetti sui sentimenti, sui pensieri e sulle azioni degli ascoltatori, del parlante o di altre persone. L'espressione può essere prodotta con il piano o con l'intenzione di suscitare qualche effetto; il parlante è dunque realizzatore di un'azione e la realizzazione di tale azione è un atto perlocutivo.

            Austin afferma che dire qualcosa equivale quindi, a compiere tre atti simultanei:

un atto locutorio, un atto illocutorio, un atto perlucotorio.

            L'atto locutorio è la produzione fisico-austica dell'atto linguistico, ma anche la sua organizzazione sintattico-semantica. E siccome parlare non si esaurisce nel dire qualcosa, perché  chi parla intende che il proprio interlocutore recepisca ciò che viene detto, l’atto locutorio è anche un atto illocutorio. Per realizzare un atto illocutorio è sufficiente che il parlante formuli un espressione con la quale si obbliga a compiere determinate azioni, l'ascoltatore la comprenda e accetti le sue condizioni.

            L'atto illocutorio sortisce un effetto sull'ascoltatore, sui suoi sentimenti e sui suoi pensieri e sulle sue azioni e per questo l’atto illocutorio è un atto perlocutorio, ossia un atto eseguito col dire qualcosa: ispirare, impressionare, imbarazzare, intimidire, persuadere..., azioni linguistiche che  sortiscono sul destinatario un effetto corrispondente ad un intenzione del parlante. La forza perlocutoria si può dedurre in base all'effetto dell'atto linguistico sull'ascoltatore.

            Inoltre Austin classificò gli atti linguistici in cinque classi:

1) verdittivi: con cui si esprime un giudizio, un verdetto (valutare, condannare, ecc.)

2) esercitivi: con cui si fa riferimento all'esercitazione di un potere (ordinare, licenziare,ecc.)

3) commissivi: con cui  ci si assume un obbligo o la dichiarazione (promettere, giurare, ecc.)

4) espressioni di comportamento: che  includono la nozione di reazione ai comportamenti degli altri (scusarsi, ringraziare ecc.)

5) espositivi con i quali si chiariscono ragioni, si argomenta (affermare, negare, spiegare, ecc.).

 

IV. l’accettabilità                        (4)

Il criterio dell'accettabilità riguarda invece, il ricevente: un testo coeso e coerente prodotto con una certa intenzionalità deve essere accettato dal ricevente sullo sfondo di un determinato contesto sociale e culturale; l'accettazione del ricevente prevede sia la tolleranza di determinati disturbi comunicativi, sia la ricerca di una coesione e di una coerenza anche dove queste potrebbero mancare. Inoltre l’accettabilità di un testo si riferisce anche alla disponibilità del ricevente di prendere parte alla conversazione.

.

§ 2.3 Criteri inerenti alla situazione comunicativa

 

V. l’informatività              (5)

Il criterio dell’informatività si riferisce al grado di prevedibilità o probabilità che determinati elementi o informazioni compaiano nel testo. L'informatività è collegata all'attenzione: testi maggiormente informativi richiedono un'attenzione maggiore rispetto a testi altamente prevedibili.

I principali fattori che contribuiscono alla informatività sono l'intonazione e la struttura dato/nuovo e tema/rema.

L’intonazione, le pause, il ritmo, la quantità, le variazioni di timbro e di velocità di eloquio, sono tutti tratti soprasegmentali che assumono un ruolo rilevante nel processo di produzione e comprensione di un enunciato. Essi segnalano le intenzioni di chi parla (in italiano la differenza tra una frase interrogativa ed una frase dichiarativa è data solo da un diverso contorno intonativo) i confini interni dell’enunciato (le pause e le variazioni della frequenza fondamentale, caratterizzano la struttura informativa del testo) e i punti di maggiore enfasi all’interno dell’enunciato. I tratti relativi alle variazioni timbriche (falsetto, sussurro, bisbiglio, voce rauca) ci forniscono invece informazioni riguardo allo stato emotivo e allo stato di salute del parlatore[7].

L’opposizione dato/nuovo riguarda l'informatività dal punto di vista dell'ascoltatore. Lo scambio enunciativo è reso possibile dal fatto che l’emittente e l’ascoltatore hanno in comune una base di conoscenze; queste conoscenze possono essere sia ricavate da porzioni precedenti dell’enunciato, sia da riinvii all’esperienza extralinguistica, per questo l’enunciato può rinviare anche a qualche cosa che sta al di fuori di esso: l’emittente in questo caso da per scontato che il ricevente possa facilmente ricostruire l’argomento di cui si sta parlando anche se l’argomento non è esplicitamente formulato. Ad esempio:

 

Ti piace Matisse?

C’è una sua esposizione a Roma

dato

nuovo

Questo enunciato dal punto di vista del ricevente è diviso in due parti: l’informazione data che rinvia ad una conoscenza già acquisita (l’emittente presuppone che il reicevente conosca l’artista Matisse) e l’informazione nuova che integra una nuova conoscenza nel ricevente.

La distinzione tema/rema non coincide con quella dato/nuovo; la prima è incentrata sull’emittente, il quale stabilisce l’argomento di cui vuol parlare, mentre la seconda è incentrata sul ricevente.

Il tema è l'argomento già noto, mentre il rema è ciò che si dice a proposito del tema. In genere il tema in italiano si trova in prima posizione nella frase e spesso corrisponde al soggetto, inoltre da un punto di vista prosodico il tema è caratterizzato da prominenza enunciativa.[8]

 

Ti piace

Matisse?

Rema

tema

 

 

VI. La situazionalità         (6)

Per situazione comunicativa si intende l’insieme delle circostanze, sia linguistiche sia sociali, nelle quali l'atto linguistico viene prodotto; pertanto in una situazione si possono riconoscere:

a) un contesto extralingusitico, vale a dire l’insieme di dati, di eventi concreti al momento della comunicazione,

b) un tempo, vale a dire il momento determinato in cui avviene l’atto linguistico

c) un luogo specifico

d) dei ruoli esibiti o attesi dal parlante e dagli ascoltatori

e) un enciclopedia, ossia un insieme di conoscenze reciproche che il parlante e l’ascoltatore hanno di loro stessi, della realtà esterna e delle eventuali precedenti interazioni comunicative che l’uno presuppone nell’altro e viceversa.

La situazione in cui un testo viene prodotto ne decide il senso e l’uso. Un testo come “Portaaaa!” ha senso se pronunciato in una stanza in cui qualcuno ha aperto una porta che dovrebbe restare chiusa; non ne ha se pronunciato in mezzo a una distesa verde e priva della pur minima struttura architettonica.

 

VII. l’intertestualità       (7)

L’intertestualità è la caratteristica di un testo di istituire rapporti con altri testi compresenti o presenti nel contesto culturale di fruizione e, dunque, depositati in qualche modo nel patrimonio mnemonico dell’interprete. Ad esempio, un testo come “Non ho capito” è strettamente dipendente da uno fruito in precedenza, così come “Ho raggiunto il mezzo del cammin di nostra vita” richiama il più noto dei testi letterari italiani.

 

[1] Dettico dal greco deìknymi, mostrare.

 

[2] Nei testi orali inoltre l'intonazione svolge una importante funzione coesiva perché fornisce indicazioni riguardo alle attese, agli atteggiamenti, alle intenzioni e alle reazioni dei parlanti.

 

[3] Il concetto è una configurazione di conoscenze, che possono essere attivate o richiamate alla coscienza con maggiore o minore unitarietà e consistenza. Il significato di un concetto è vago e varia a seconda dei contesti comunicativi. I concetti che di volta in volta si incontrano nel testo vengono elaborati in funzione del fine che si intende raggiungere con quel testo, ma globalmente l'elaborazione procede attraverso la ricerca dei centri di controllo, cioè dei punti strategicamente più importanti per capire l'unità e la continuità del testo.

Vi sono poi schemi che funzionano come centri di inquadramento di determinate conoscenze, che per la loro alta frequenza, sono memorizzati in modo tale da consentire alcune previsioni sul senso da dare ai vari concetti inseriti nel testo.

 

[4] La traccia dell'esperienza passata accumulata nella memoria lascia nella conoscenza delle tracce che  permettono di collegare le frasi di un testo tra loro, anche quando ci sono lacune di informazione

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