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Le figure retoriche

NON ACCESSORI PER ABBELLIRE IL DISCORSO,

MA

VEICOLI” DI SIGNIFICATI NASCOSTI

  PER SORPRENDERE IL LETTORE

Si chiamano figure retoriche i diversi aspetti che il pensiero assume nel discorso per trovare efficace e viva espressione.

Considerate nel mondo classico come modi di espressione lontani da quelli della comunicazione ordinaria e quotidiana e per questa ragione ascritti solamente al campo della poesia in virtù del loro peculiare “ornato”, oggi le figure retoriche vengono intese in un'accezione più vasta come “VEICOLI” DI SIGNIFICATO che permettono cioè al lettore di cogliere i significati nascosti “dietro le parole”, cioè di scoprire tratti semantici nuovi rispetto all’uso comune delle parole stesse.

Da questo punto di vista, dunque la funzione delle figure diventa essenziale all'interno di un discorso, non tanto per abbellirlo, quanto piuttosto per comunicare ad esso una particolare carica emotiva che consiste nel sorprendere il lettore e non lasciarlo indifferente (= effetto dello straniamento o, come dicevano gli antiche greci, dellaprosdòketonon).

A evidenziare il particolare valore, da esse, di volta in volta, veicolato, la Retorica, che è la scienza che studia le proprietà del discorso, le ha distinte, tradizionalmente, in:

-          figure di PAROLA = SI BASANO SULLA FORMA DELLE PAROLE (allitterazione, anacolùto, chiasmo, climax,);

-          figure di PENSIERO = SI BASANO SUL SIGNIFICATO DELLE PAROLE (antonomàsia, analèssi, apòstrofe, eufemismo, ipèrbole, ironia, litote, metàfora, ossìmoro, similitudine, sinèddoche / metonìmia, sinestesia );

 

INDICE

1) ALLITTERAZIONE (fig. di parola)

2) ANACOLUTO (fig. di parola)

3) ANALESSI (O FLASHBACK) VS PROLESSI (fig. di pensiero)

4) ANTONOMASIA (fig. di pensiero)          

5) CHIASMO (fig. di parola)

6) CLIMAX (La climax) (fig. di parola)

7) EUFEMISMO (fig. di pensiero)

8) IPERBOLE (fig. di pensiero)

9) IRONIA (fig. di pensiero)

10) LITOTE (fig. di pensiero)

11) METàFORA (fig. di pensiero)

12) OSSìMORO (fig. di pensiero)

13) RETICENZA (fig. di pensiero)

14) SIMILITUDINE (fig. di pensiero)

15) sineddoche (Cfr. > METONìMIA) (fig. di pensiero)

16) SINESTESIA (fig. di parola)

 

1.ALLITTERAZIONE

L'allitterazione è una figura retorica di parola che consiste nella ripetizione di una lettera, di una sillaba o più in generale di un suono all'inizio o all'interno di parole successive (Coca Cola, Marilyn Monroe, Deanna Durbin, Mickey Mouse).

Pone l'attenzione sui rapporti tra le parole fonicamente messe in rilevanza, al fine di “catturare” l’attenzione del lettore su quella catena fonbica di suoni ed evocare così determinate idee o emozioni.

Esempio: l’allitterazione dei suoni f / sc riproduce la sensazione del fruscio del fogliame agitato dal dolce vento, paragonato alla dolcezza delle parole del poeta:

"Fr/e/sche le mie parole ne la s/era
ti sian come il fruscìo che fan le foglie
del gelso ne la man di chi le coglie
silenzioso...

(G. D’Annunzio)

Allitterazione deriva dal latino adlitterare, che significa appunto "allineare le lettere".

 

2.ANACOLUTO:

Figura retorica di parola in cui non è rispettata volutamente la coesione tra le varie parti della frase. È quindi una rottura della regolarità sintattica della frase. E' un effetto della mimesi (=imitazione) del parlato, per cui chi se ne serve nello scritto, come il Manzoni, intende riprodurre le irregolarità comuni della lingua parlata, al fine di rendere la lingua letteraria il più realistica possibile, ovvero attinente alla lingua viva, parlata dal popolo (VS lingua ricercata e difficile Barocca).

Non a caso, il Manzoni “mette in bocca” gli anacoluti ai personaggi del popolino comune, per evidenziarne da una parte la semplicità del parlare, ma dall’altra anche la loro grande capacità comunicativa, secondo il principio del parlare “pana al pane, vivo al vino”, cioè in modo molto concreto e veritieri, senza cioè gi “arzigogoli” e i termini difficili (latinismi, arcaismi..) della lingua dei colti (Cfr. lingua barocca), finalizzata invece ad astrarre i concetti e ad ingannare la gente comune (Cfr. linguaggio dell’Azzeccagarbugli, capitolo 3).

Alcuni esempi:

 

·                                 Quelli che moiono, bisogna pregare Iddio per loro (A. Manzoni)

(= Bisogna pregare Iddio per coloro che moiono).

·                                 I soldati, è il loro mestiere di prendere le fortezze  (A. Manzoni)

(= Il mestiere dei soldati è di prendere fortezze).

·                                 Lei sa che noi altre monache, ci piace sapere le cose (A. Manzoni)

(= Lei sa che a noi altre monache piace sapere le cose)

> Cfr.  “A ME MI PIACE la marmellata” = “A ME piace la marmellata”!!!Estratto da "http://it.wikipedia.org/wiki/Anacoluto"

 

3. ANALESSI vs PROLESSI

L'analessi o retrospezione o, impropriamente, flashback è una figura retorica di pensiero che consiste nell'evocazione più o meno ampia di un evento anteriore al punto della storia in cui ci si trova e può essere introdotta nel corso del racconto da demarcatori temporali del tipo "alcuni anni fa" in opposizione a "ora", oppure da verbi come "ricordare", "pensare".

Più precisamente, in un testo, quando l'autore vuole spiegare qualcosa avvenuto in tempo passato rispetto a quello narrativo nel brano, sceglie di interrompere la narrazione nel tempo presente e di retrocedere nel passato, narrando così eventi passati come se stesse narrando eventi al presente. E in questo caso si parla di analessi.

Nei Promessi Sposi l’uso dell’analessi è importante perché permette di aprire digressioni sul passato dei personaggi che entrano in scena di nei vari capitoli,  come nel flashback per spiegare l’origine delle “grida” (capitolo 1), o nel flashback sulla vita passata di padre Cristoforo (capitolo4) o nel flashback sulla vita passata di Gertrude, = la monaca di Monza (capitolo 20).

Il contrario dell'analessi, cioè la narrazione di eventi collocati nel futuro, è detto prolessi.

Non vi sono esempi di prolessi nei I Promessi Sposi poiché nel romanzo storico interessa delineare i fatti del presente e del passato, mentre ciò che riguarda il futuro, non essendo ancora “storia”, attiene ad altri generi letterari (romanzi d’avventura o di fantascienza). 

 

4. ANTONOMASIA

L'antonomàsia è una figura retorica di pensiero con la quale ad un nome si sostituisce una denominazione che lo caratterizza. Si può sostituire un nome comune o una perifrasi ad un nome proprio, per personaggi celebri, o viceversa. Nel primo caso si hanno spesso finalità apologetiche e si possono creare soprannomi o addirittura nomi o cognomi, nel secondo si riassumono sinteticamente intere categorie e si possono creare nuovi nomi comuni. Ad esempio, nel primo caso: 

·         "il poeta" o "il Poeta" al posto di Dante Alighieri

·         "el pibe de oro" al posto di "Maradona"

·         "l'eroe dei due mondi" al posto di "Garibaldi"

Mentre nel secondo caso:

·         "perpetua" per l'assistente personale di un sacerdote (da Perpetua, il personaggio dei Promessi sposi di Alessandro Manzoni, domestica di Don Abbondio)

·         "ercole" o "un Ercole" per un uomo di grande forza (dall'eroe greco Ercole)

·         "paparazzo" o "un Paparazzo" per un fotografo di attualità (dal nome del fotografo del film di Fellini "La dolce vita")

·         “Sei un Dongiovanni” al posto di “donnaiolo”.

La parola "antonomasia" è utilizzata anche nell'espressione "per antonomasia", che significa "per eccellenza".

 

5. CHIASMO

Il chiasmo o chiasma (letteralmente dal greco "struttura a croce di chi greca") è la figura retorica di parola in cui si crea un incrocio immaginario tra due coppie di parole, in versi o in prosa.

La disposizione contrapposta delle parole può essere raffigurata mediante la lettera greca \boldsymbol{\chi}("chi") dell'alfabeto greco, corrispondente a "ch" aspirata, da cui origina il termine "chiasmo".

Si scorge un chiasmo nei Promessi Sposi del Manzoni:

« ...sopire e troncare, padre molto reverendo, troncare e sopire... »

(Alessandro Manzoni. I promessi sposi)

Il celeberrimo motto dei Moschettieri, dal romanzo di Alexandre Dumas padre, è un altro esempio di chiasmo. Se lo scriviamo in questo modo

« UNO PER TUTTI
TUTTI PER UNO »

(Alexandre Dumas. I tre moschettieri)

si può notare chiaramente la disposizione a X delle parole: basta infatti tracciare due linee, una che unisca le parole "tutti" e un'altra che unisca le parole "uno", per ottenere una X.

(tale motto era accompagnato dal gesto da parte dei moschettieri di elevare le rispettive spade, incrociandole in aria, riproducendo proprio la disposizione chiastica a X J )

 

6. CLIMAX

La climax (dal greco klímax, «scala», pronuncia: "clìmacs"), è una figura retorica di parola che consiste nell'usare più termini o locuzioni con intensità crescente. Se l'intensità è decrescente si parla di anticlimax.

La climax è funzionale ad attirare l’attenzione del lettore sulla sequenza di parole, al fine di suscitare nel suo animo un atteggiamento di crescente o decrescente partecipazione emotiva al testo.

Esempi di climx e di anticlimax nei Promessi Sposi:

-          Ah birbone! Ah dannato! Ah assassino!" (climax)

-          "Ora stendeva il braccio per collera, ora l'alzava per disperazione, ora lo dibatteva in aria..." (climax)

-          "Fremendo, ripensando alla sua disgrazia, e ruminando..." (aniticlimax).

 

7. EUFEMISMO

L'eufemismo (dal verbo greco ευφημέω (Euphemèo), «risuonare bene» oppure dal verbo greco ευφημί (Euphemì), «parlar bene, dir bene») è una figura retorica di pensiero che consiste nell'uso di una parola o di un’espressione, al fine di attenuare il carico espressivo di ciò che si intende dire, perché ritenuto o troppo banale, o troppo offensivo, osceno o troppo crudo, o troppo doloroso.

Ad esempio:

·         "questo piatto lascia desiderare" per non dire che è ripugnante;

·         "Tizio non è particolarmente intelligente" per non dire che è stupido (anche se in questo caso si parla più propriamente di litote);

·         "il caro nonno non è più tra noi" per attenuare una proposizione di senso troppo crudo del tipo "il nonno è morto".

Nei Promessi Sposi il Manzoni si serve dell’eufemismo, ad esempio, per descrivere la morte di Fra Cristoforo:

<< andò a ricevere il premio della sua carità>> … per dire "morì" in modo attenuato e delicato, per onorare la figura di un uomo santo e buono.

Il suo opposto è il disfemismo, in cui si usa volutamente, ma in senso scherzoso o affettuoso, una parola sgradevole o volgare al posto di una normale o positiva

 

8. IPERBOLE

L'iperbole (dal greco ύπερβολή, hyperbolé, «eccesso») è una figura retorica di pensiero che consiste nell'esagerazione nella descrizione della realtà tramite espressioni che l'amplifichino, per eccesso o per difetto.

« darei la testa per quella macchina! »

« il prezzo del petrolio è schizzato alle stelle »

« ti amo da morire »

« perdere quell'amichevole fu per noi una catastrofica sconfitta »

« dammi un goccio di vino »

« vado a fare quattro passi »

« ci facciamo due spaghetti »

« aspetta un secondo »

 

Dagli studiosi è stato messo in luce che l'iperbole presuppone la "buona fede" di chi la usa: non si tratta infatti di un'alterazione della realtà al fine di ingannare ma, al contrario, allo scopo di dare credibilità al messaggio, attraverso un eccesso nella frase che imprima nel destinatario il concetto che si vuole esprimere.

 

9. IRONIA

L' ironia (dal greco antico είρωνεία; eironeía, ovvero: ipocrisia, falsità o finta ignoranza) è una figura retorica di pensiero che consiste nell'affermare qualcosa che è esattamente il contrario di ciò che si vuole intendere, ma in modo da renderlo percepibile a chi ascolta.

L’ironia ha la funzione di far riflettere il lettore sulla situazione psicologica ed emotiva della situazione, al fine di drammatizzarla o, al contrario, di sdrammatizzarla; spesso l’ironia è accompagnata da segni di punteggiatura di valore metalinguistico ed emotivo, come i … (puntini di sospensione) o il !? (punto esclamativo + interrogativo).

 

Esempio nei Pormessi Sposi:

 

<< La consigli di venirsi a mettere sotto la mia protezione…>>

 

= frase ironica proferita da don Rodrigo a Fra Cristoforo e riferita a Lucia, poiché Don Rodrigo, in realtà, intendeva far del male alla promessa sposa.

 

 

10. LITOTE

La litote è una figura retorica di parola che consiste nell’affermare un concetto attraverso la negazione del suo contrario.

E’ una figura simile all’eufemismo, ma si distingue da esso proprio per la presenza di un elemento di negazione (non).

Come l’eufemismo, anche la litote è funzionale ad attenuare il carico espressivo di ciò che si intende dire, perché ritenuto o troppo banale, o troppo offensivo, osceno o troppo crudo, o troppo doloroso.

 

Un esempio di litote è probabilmente la definizione che Alessandro Manzoni dà di Don Abbondio nei Promessi sposi:

  • Don Abbondio (il lettore se n'è già avveduto) non era nato con un cuor di leone

per affermare il suo contrario, cioè che era un pusillanime, un pauroso, un codardo, ma in modo attenuato, delicato, non crudo e diretto (“Don Abbondio era un vile e codardo”), poiché il Manzoni non intendeva demonizzare la persona, quanto denunciarne il difetto / peccato morale (in base al principio cristiano del “salvare la persona, ma condannare il peccato”)

 

11. METAFORA

 

La metafora (dal greco μεταφορά, da metaphérō, «io trasporto») è un tropo, ovvero una figura retorica che implica un trasferimento di significato. Si ha quando, al termine che normalmente occuperebbe il posto nella frase, se ne sostituisce un altro la cui "essenza" o funzione va a sovrapporsi a quella del termine originario creando, così, immagini di forte carica espressiva.

Differisce dalla similitudine per l'assenza di avverbi di paragone o locuzioni avverbiali ("come").

La metafora non è totalmente arbitraria: in genere si basa sulla esistenza di un rapporto di somiglianza tra il termine di partenza e il termine metaforico, ma il potere evocativo e comunicativo della metafora è tanto maggiore quanto più i termini di cui è composta sono lontani nel campo semantico

Il linguaggio manzoniano risulta arricchito attraverso l’utilizzo di frequente di metafore. Il senso metaforico può essere sia individuato esplicitamente in una singola frase, sia ricercato più profondamente in una intera scena del romanzo, o addirittura può essere utilizzato per tracciare più significativamente il carattere dei personaggi attraverso il loro linguaggio.

"...un agnello se nessun lo tocca, ma se uno vuol contraddirgli...", è così che attraverso il giudizio di Don Abbondio il lettore inquadra il carattere docile, ma impulsivo all’occorrenza, di Renzo, grazie al semplice utilizzo di una breve ma incisiva configurazione retorica.

Un esempio di metafora in senso più ampio viene fornito nel quinto capitolo nell’intera sequenza che ha come protagonista Fra Cristoforo nel suo percorso verso il palazzotto di Don Rodrigo. Infatti nella descrizione della realtà paesaggistica e sociale che circonda l’abitazione del signorotto, l’autore ricorre a metafore animalesche che danno un’idea grottesca della condizione e dei costumi di quella gente alterata dalla stessa violenza che regna nel palazzo: "...omacci tarchiati e arcigni...", "...vecchi che, perdute le zanne parevano sempre pronti, chi nulla nulla gli aizzasse, a digrignar le gengive...".

 

Anche in seguito riappare questa associazione uomo-animale quando l’autore accosta i due avvoltoi morti ai due bravi, (tutti definiti "creature" senza alcuna distinzione) posti a protezione di fronte al portone all’esterno del palazzotto.

 

12. OSSìMORO

L'ossimoro (pronunciabile tanto ossimòro quanto ossìmoro, dal greco όξύμωρον, composto da όξύς «acuto» e μωρός «sciocco») è una figura retorica di pensiero che consiste nell'accostamento di due termini in forte antitesi tra loro.

A differenza della figura retorica dell'antitesi, i due termini sono spesso incompatibili. Si tratta quindi di una combinazione scelta deliberatamente o comunque significativa, tale da creare un originale contrasto, ottenendo spesso sorprendenti effetti stilistici che meravigliano / stupiscono il lettore (effetto dello straniamento o aprosdòketon).

Esempi: brivido caldo, urlo silenzioso, disgustoso piacere, copia ori ginale.

Esempi di ossìmoro nei Promessi Sposi:

- “Assaporato dolorosamente” ( capitolo 2, r. 33)

- “Modestia un po' guerriera"( capitolo 2, r. 360).

-“Silenzio assordante (capitolo 32, r.45)

 

13. RETICENZA

La reticenza (dal latino reticere, «tacere»), detta anche 'aposiopesi (dal greco aposiōpēsis, derivato da aposiōpáō, «io taccio»), chiamata anche sospensione, è una interruzione improvvisa del discorso, per dare l'impressione di non poter o non voler proseguire, ma lasciando intuire al lettore o all'ascoltatore la conclusione, che viene taciuta deliberatamente per creare una particolare impressione.

La reticenza ha una forte connotazione emotiva e consiste nel fatto che l’autore preferisce sottintendere espressioni forti o giudizi morali sui personaggi,lasciando alla sensibilità del lettore intuire i contenuti delle espressioni interrotte.

Il segno grafico caratteristico della reticenza sono i puntini (tre) di sospensione.

Esempio:

«E questo padre Cristoforo, so da certi ragguagli che è un uomo che non ha tutta quella prudenza, tutti quei riguardi...»  (Manzoni, I promessi sposi)

 

14. SIMILITUDINE

La similitudine è la figura retorica in cui si paragona un oggetto ad un altro le cui proprietà sono ben note. Ad esempio:

·         bianca come la neve

·         rosso come il fuoco

Differisce dalla metafora per la presenza di avverbi di paragone o locuzioni avverbiali ("come") e per le conseguenze nella struttura della frase che questo comporta.

Differisce dal parallelismo per l'assenza di "come...così..." o costrutti analoghi.

Esempi di similitudine nei Promessi Sposi:

-          E quelle parole frizzavano sull'animo della poveretta, come lo scorrere d'una mano ruvida sur una ferita.

-          gli altri pensieri che s'erano affollati alla mente risvegliata di Gertrude, si levaron subito, come uno stormo di passere all'apparir del nibbio

-          " E il viso si contraeva, come le foglie d'un fiore"

-          Il cuore, trovandosene così poco appagato, avrebbe voluto di quando in quando aggiungervi, e goder con esse le consolazioni della religione; ma queste non vengono se non a chi trascura quell'altre: come il naufrago, se vuole afferrar la tavola che può condurlo in salvo sulla riva, deve pure allargare il pugno e abbandonar l'alghe, che aveva prese, per una rabbia d'istinto

Una similitudine “paesaggistica” o “d’ambientazione” è la descrizione del castello dell’Innominato (Capitolo 19), in cui gli aspetti angusti, isolati e tetri del paesaggio sono la trasposizione metaforica dei tratti dell’animo corrotto e malvagio dell’Innominato stesso:

-     Dall’alto del castellaccio, come l’aquila dal suo nido insanguinato, il selvaggio signore dominava tutto lo spazio dove piede d’uomo potesse posarsi, e non vedeva mai nessuno al di sopra di sé, né più in alto.”-

In queste righe, con cui Manzoni delinea sempre più chiaramente la personalità del personaggio, è presente una significante similitudine: l’aquila è un uccello rapace che vola molto in alto ma è soprattutto molto acuto. Una somiglianza che si adatta alla figura dell’Innominato, con il “nido” ancora macchiato di sangue, simbolo dei molteplici delitti commessi.

 

15. SINèDDOCHE

La sinèddoche (dal greco συνεκδοχή, «ricevere insieme») è una figura retorica che consiste nell'uso in senso figurato di una parola al posto di un'altra, mediante l'ampliamento o la restrizione del senso. La sostituzione può essere:

  • della materia per l’oggetto (“Il legno solcava agile il m are” per “La nave”; o “il ferro" al posto della "spada")

  • del singolare per il plurale e viceversa ("l'Italiano" -inteso come persona- "all'estero" per "gli Italiani all'estero");

  • dello strumento per la qualità (“Sei una buona forchetta” per “Sei un gran mangiatore = vorace”).

  • del contenitore per il contenuto (“Ci facciamo un bicchierino?” per “Beviamo il contenuto del bicchiere” = in genere alcolico: vino, birra…).

La sineddoche si distingue dalla metonimia perché si basa su relazioni di tipo quantitativo:

-          di una parte  parte per il tutto (“L’Olanda” per i “Paesi Bassi”);

-          del singolare per il plurale (“L’Italia è in crisi economica” per indicare “Gli italiani stanno vivendo un periodo di crisi”).

 

16. SINESTESìA

La sinestesia è una figura retorica di parola che prevede l'accostamento di due sfere sensoriali diverse. Si tratta quindi di una combinazione scelta deliberatamente o comunque significativa, tale da creare un originale contrasto, ottenendo spesso sorprendenti effetti stilistici che meravigliano / stupiscono il lettore (effetto dello straniamento o aprosdòketon), quindi ha una funzione identica a quella dell’ ossìmoro.

Ha largo uso in poesia ed in genere nella versificazione.

·         All’urlo nero della madre che andava incontro al figlio crocifisso sul palo del telegrafo? (Salvatore Quasimodo, Alle Fronde dei Salici , da La buona novella)   (udito e vista)

  • profumo fresco          (olfatto e tatto)

  • colori chiassosi           (vista e udito)

  • muto sapore                (udito e gusto)

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