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Tritone nell'arte

di Daniele Rosas - 1° liceo scientifico A - Istituto S. Ambrogio Milano

supervisione del professor Luca Manzoni

Gian Lorenzo Bernini: Fontana del Tritone, Roma, piazza Barberini

La Fontana del Tritone si trova a Roma in Piazza Barberini. È opera di Gian Lorenzo Bernini, a cui fu commissionata dal Papa Urbano VIII Barberini, nell'ambito dei lavori complessivi di sistemazione del palazzo che il pontefice si era fatto costruire nel 1625 e della piazza su cui questo si affacciava.

La realizzazione nel 1610 del nuovo acquedotto dell’”Acqua Paola”, non aveva fatto passare in secondo piano quelli costruiti qualche anno prima (l’”Acqua Vergine” nel 1570 e l’“Acqua Felice” nel 1587), e la possibilità di erigere altre fontane sulle loro diramazioni che intanto venivano costruite per una distribuzione idrica più capillare sull’intera città.

Approfittando del fatto che un ramo secondario dell’“Acqua Felice” era stato fatto passare nelle immediate vicinanze, nel 1642 il Pontefice pensò di sfruttarlo per una fontana che, oltre al decoro della piazza antistante il suo palazzo, servisse anche di pubblica utilità.

La fontana fu realizzata tra il 1642 e il 1643, in contemporanea con la conclusione dei lavori di edificazione del palazzo. Costruita interamente in travertino, rappresenta un Tritone dal tronco possente e le gambe coperte di squame, inginocchiato su una grande conchiglia bivalve aperta, sorretta da quattro delfini, nell'atto di soffiare in una conchiglia, da cui zampilla l'acqua che, sgocciolando dalle scanalature della conchiglia, si raccoglie in un ampio cerchio (soggetto alle mutazioni del vento) in una vasca bassa (che consente dunque un’ampia visione dell'acqua e dell'insieme) dai contorni marcatamente mistilinei.

I delfini hanno le bocche aperte a pelo d’acqua ed i corpi sollevati, con le code che si incrociano a formare una sorta di piedistallo su cui poggia la conchiglia.

Tra le code sono sistemate le chiavi e lo stemma pontificio, con le api araldiche dei Barberini.

Secondo la mitologia, il Tritone soffia in una conchiglia per agitare le onde e provocare una tempesta, oppure per ottenere un suono dolce in grado di calmare il mare.

Al di là della perfezione tecnica, dell’armonia compositiva e del gusto artistico, che fanno della fontana del Tritone una delle più belle e più visitate di Roma, e pur riconoscendo che l’autore si è certamente ispirato a lavori anche di altri noti “fontanieri”, una caratteristica innovativa dell’opera, che il Bernini utilizzò per la prima volta, e poi sfruttò di nuovo in seguito con successo nonostante le molte critiche, fu la base cava del gruppo scultoreo principale.

Contrariamente a quanto sempre realizzato fino ad allora, il gruppo centrale non poggiava infatti su un balaustro o un pilastro centrale, ma su una struttura (nello specifico, le code dei delfini) che lasciava un vuoto al centro.

Le colonnine e le inferriate che circondano la fontana, creando una stretta zona di rispetto, risalgono al XIX secolo, quando la piazza iniziava ad essere soggetta ad un intenso traffico. Era anche nota come "fontana del Tritone sonante" a causa del sibilo emesso dall'altissimo zampillo che un tempo fuoriusciva dalla conchiglia.

L’area intorno alla fontana era, fino a tutto il XVIII secolo, tristemente nota per essere il punto di esposizione e poi di partenza della carretta che attraversava Roma trasportando quei cadaveri di sconosciuti che venivano ritrovati nelle campagne intorno alla città, nella speranza che, nel tragitto, qualcuno potesse identificare il defunto.

Ma era anche il luogo di partenza della processione del “Trionfo delle Fragole”, la festa di stile “campagnolo” che veniva celebrata il 13 giugno.

La fontana è stata sottoposta a diversi interventi di conservazione e restauro, gli ultimi dei quali risalenti al 1987-1988, seguiti da quello del 1990, poi nel 1991-1992 e nel 1998.

Particolarmente curioso l’effetto del restauro del 1932: dopo aver tolto i circa 12 cm. di incrostazioni che il tempo aveva depositato sulla fontana, questa apparve talmente diversa da com’era prima dell’intervento che fu scatenata una campagna di stampa in favore del ripristino della fontana originale che, si sosteneva, doveva essere stata sostituita con una copia.

 

Arnold Brocklin: Tritone e Nereide

Il Tritone e la Nereide sono raffigurati in un voluttuoso abbraccio. L'amore fra tali divinità marine, che non ha corrispettivi nelle fonti antiche, è il frutto di una rielaborazione del mito da parte dell'artista.

La divinità femminile per metà donna e per metà pesce è una Nereide.

Le nereidi sono divinità figlie di Nereo, da cui derivano il nome, e di Doride, a sua volta volta figlia di Oceano.

Sono ninfe marine e si distinguono dalle Naiadi, Ninfe delle sorgenti, e dalle Oceanine, Ninfe dell'oceano. Considerate in genere divinità benevole, le Nereidi vivono nelle profondità marine, nel palazzo di Nereo, assise su troni d'oro.

I poeti le ritraggono come divinità bellissime, mentre giocano tra le onde o accompagnano il corteo di Poseidone. Il loro numero varia da cinquanta a cento.

Tra loro si ricordano soprattutto Galatea, amata da Polifemo, Teti, o Tetide, madre di Achille, e Anfitrite, sposa di Poseidone.

 

Tritone e Nereide, Arnold Brocklin, 1873-1874

Committente di questo grande e splendido dipinto fu il conte Schack di Monaco, che così lo descrisse: «Esseri che sembrerebbero vivere, non tanto nel Mediterraneo, quanto nell’Oceano». Questo tipo di composizione, infatti, dove il tema mitologico e “mediterraneo”viene interpretato in una valenza languida, sensuale, quasi morbosa, risente di una evidente sensibilità germanica, lontana dall’idealismo classicista, che sfocerà nello Jügendstil di Franz Stuck e poi di Max Klinger. Quest’ultimo eseguirà un dipinto nel 1895, conservato nella Collezione di Villa Romana a Firenze, seguendo la medesima struttura compositiva del quadro di Böcklin, dove protagonisti sono sempre le due divinità marine che si baciano appassionatamente in mezzo alle onde. Dello stesso soggetto, ossia del Tritone e Nereide sdraiati su uno scoglio in mezzo al mare, Böcklin eseguirà un’altra versione nel 1875, che, già alla Nationalgalerie di Berlino, verrà dispersa nel 1945 e ricordata solo attraverso una foto conservata nell’Archivio di Villa Romana a Firenze. Rispetto alla versione successiva, questa del 1873-1874 risulta più misteriosa e affascinante, per il taglio orizzontale e semplificato della scena che isola i due sensuali protagonisti: l’uno, il tritone, visto di spalle, con la pelle scura mentre suona una strana conchiglia rossa e l’altra, la nereide, bianchissima e lasciva che stringe nella mano sinistra il collo di un enorme serpente marino.

 

Tritone in un frammento di coppa attica da Eleusi

Nel fregio interno della coppa, che si snoda intorno a un tondo con maschera gorgonica, sei uomini siedono in simposio sotto una pergola di vite dai lunghi tralci e appoggiati a dei cuscini ascoltano un suonatore di lira: tema perfettamente adeguato alla funzione dell’oggetto, una coppa per vino. Il motivo apotropaico della maschera gorgonica ritorna all’esterno, negli occhioni, tra i quali si pongono su un lato le due figure di Eracle e Dioniso e sull’altro quelle di Eracle che lotta con Tritone, un mostro marino. Tutt’intorno tralci di vite e grappoli d’uva estendono il motivo dionisiaco dell’interno.

La riparazione, a trapano, con un frammento di orlo recuperato da un’altra coppa, sottolinea il valore che l’antico proprietario attribuì a questo oggetto.

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Tritone, di Daniele Rosas - 1° liceo scientifico A - Istituto S. Ambrogio Milano, supervisione del professor Luca Manzoni

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