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Pena di morte: ingiusta prima, ingiusta oggi!

saggio breve di Gianmarco Trefiletti

supervisione della prof.ssa Giovanna Megna

Saggio breve

Pena di morte: ingiusta prima, ingiusta oggi!

Quando si parla della pena di morte, ci si riferisce all’uccisione a sangue freddo di un individuo. Sicuramente una visione cruenta e orribile, un’ingiusta crudeltà.

La pena di morte è ingiusta.

Essa esiste sin dai tempi più antichi: dalle comunità preistoriche, in cui era largamente diffusa, al primo codice scritto presso i Babilonesi; dalle civiltà precolombiane, in cui era riservata a delitti come furti e omicidi, alle imponenti civiltà di Grecia e Roma.

E’ con Sant’Agostino che si ha la prima condanna esplicita della pena di morte: nella sua lettera 153 dell’epistolario, afferma che, se la salvezza dipende solo dall’intervento della grazia divina, è ipocrita da parte degli uomini infliggere una condanna definitiva. Successivamente anche Tommaso d’Aquino espone la sua tesi al riguardo e, pur approvando la pena di morte in caso di gravi delitti, ne condanna l’utilizzo eccessivo che se ne faceva nella sua epoca; tuttavia nella sua “Summae theologiae”, afferma: <<Com’è doveroso estirpare un membro malato per salvare tutto il corpo, così quando una persona è un pericolo per la società, deve essere eliminata per la salvezza degli altri individui>>.

Con la nascita dell’Illuminismo, movimento culturale promotore dell’utilizzo della “Ragione” (il “Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza” sostenuto dal filosofo tedesco Immanuel Kant), si hanno i maggiori esponenti del pensiero concernente la pena di morte. In primis troviamo il filosofo Cesare Beccaria che, a sostegno della sua posizione contraria alla pena di morte, affermava che un uomo non può affidare la sua vita nelle mani dello Stato; scrive, infatti, nel suo libro “Dei delitti e delle pene” <<Parmi assurdo che le leggi, che sono l’espressione della pubblica volontà, che puniscono l’omicidio, ne commettano uno esse medesime>>. Ad appoggiare l’idea di opposizione alla pena di morte vi era anche Voltaire che tendeva ad una visione più utilitaristica secondo la quale un condannato a morte non ha alcuna utilità sociale, mentre un ergastolano costretto ai lavori forzati può svolgere lavori socialmente utili.

In Italia vi fu una situazione altalenante in quanto in Toscana, grazie all’azione di Pietro Leopoldo, la pena di morte venne abolita (riforma Leopoldina) nel 1787. Questo portò, al momento dell’unificazione d’Italia, di fronte ad un bivio: riammettere la pena di morte in Toscana e nelle regioni che avevano seguito il suo esempio o abolirla in tutte le regioni. Con il codice Zanardelli del 1890 la pena capitale venne abolita in tutta Italia, per essere poi reintrodotta durante il regime fascista. Fu soltanto con l’entrata in vigore della Costituzione del 1948 che, in Italia, fu definitivamente abolita.

Oggi sono 42 i Paesi in cui è prevista la pena di morte, 35 dei quali sono Paesi dittatoriali, illiberali o autoritari.

Molte sono le associazioni che lottano per il raggiungimento di un mondo libero da esecuzioni come, ad esempio, l’organizzazione internazionale “Nessuno tocchi Caino”, che propone molte campagne di sensibilizzazione, e “Amnesty International” che si impegna nella difesa dei diritti umani.

Nonostante questi movimenti, continuano ad esserci tutt’oggi sostenitori della pena di morte che trovano diverse ragioni a favore della loro tesi.

In primo luogo, un’esigenza di giustizia ricondotta ad una funzione di retribuzione e di prevenzione della pena. Essi sostengono, infatti, che la pena di morte sia la giusta punizione morale per il crimine commesso e permetta allo Stato di prevenire un altro crimine da parte dell’omicida. Ma come può, lo Stato che condanna l’omicidio, commetterne uno egli stesso? E’ sicuramente antitetico e ipocrita da parte sua.

Inoltre i “fans” della pena di morte affermano che essa abbia una funzione deterrente. Ancora una volta sbagliano. Per rifarci a Beccaria possiamo affermare che <<la pena di morte, rendendo meno sacro e intoccabile il valore della vita, incoraggerebbe, più che inibire, gli istinti omicidi>> com’è anche provato da alcune statistiche di Amnesty International dalle quali emerge che, spesso, negli Stati mantenitori il livello di criminalità è più elevato di quello dei Paesi abolizionisti. Questo è giustificato dal fatto che l’assassino è caratterizzato da un’instabilità psicologica e lo spettacolo della pena capitale aumenterebbe in lui quell’adrenalina che lo spinge a commettere il reato.

E’ anche vero che la pena di morte garantisce la certezza della pena che oggi, a causa di un sistema politico-giudiziario lento e corrotto, è molto insicura. Ma bisogna pensare che nel sistema di oggi si sente sempre più spesso parlare di errori giudiziari: una difesa inadeguata o una falsa testimonianza posso costare la vita all’accusato innocente.

A favore della loro tesi ci sono ancora tutte le spese che lo Stato deve sostenere per il mantenimento dell’ergastolano. Però, secondo alcune statistiche dello Urban Institute eseguite nel Maryland, una condanna alla pena di morte costa circa tre volte una condanna detentiva in termini di processi, ricorsi e sorveglianza in carcere.

Occorre dire inoltre che è una pena discriminatoria poiché è eseguita soprattutto alle classi più povere che non possono permettersi un’adeguata difesa legale; è una pena che provoca dolore lacerante ai familiari del condannato che magari non hanno nulla a che fare con il reato commesso; è una pena inutile perché né restituisce la vittima ai suoi familiari né allevia a questi il dolore per la perdita subita ed è per questo che, più che criterio di giustizia, la pena di morte può essere vista come una “vendetta legalizzata” che lo Stato commette appoggiando il risentimento dei familiari e degli amici della vittima.

Quindi viene da chiedersi, come si può essere d’accordo ad un’oscenità simile?

GIAMMARCO TREFILETTI

CLASSE IV B ITC

IIS “MAJORANA” AVOLA

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