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Pena di morte: criterio moderno di giustizia o emotivo desiderio di vendetta?

saggio breve di Graziella Scaffidi

supervisione della prof.ssa Giovanna Megna

Saggio breve

Pena di morte: criterio moderno di giustizia o emotivo desiderio di vendetta?

Solitamente l’uomo tende a sottolineare la sua superiorità verso gli animali mettendo a capo di ciò il fatto di possedere in più, il dono che per lui è la ragione.

Ma ci si può d’altra parte rendere conto di un sentimento che, più di ogni altra creatura, egli non è mai riuscito a soffocare: la vendetta.

Sin dalle antiche comunità la società si è schierata contro chi ha sbagliato comminando pene quali la pena capitale. Dal codice di Hammurabi alla regola Maat, dalle civiltà precolombiane, la polis greca, all’antica Roma, la pena di morte vigeva per reati gravi, quali l’omicidio, e più banali quali il furto, il sacrilegio, l’adulterio, la bestemmia, il dire falsa testimonianza, e via dicendo. Le tecniche usate erano più o meno atroci: il fuoco, la crocifissione (nell’antica Roma), la decapitazione, l’annegamento etc.

Ma se queste società erano più o meno arretrate, in una società evoluta in cui l’uomo sa servirsi della ragione in più casi, frenando l’istinto, bisognerebbe rendersi conto di quanto sbagliata sia la pena di morte oggigiorno. Già Platone, pur essendo a favore, parlò di essa come mezzo giudiziario condannando il fatto di intenderla come vendetta. Ma soltanto nel XVIII secolo durante l’illuminismo ci si è resi conto anche della sua inutilità nel complesso sociale. Idee come quelle di Beccaria, che condannavano la pena di morte, vennero accettate da Pietro Leopoldo di Toscana il quale abolì la pena di morte nel 1786: nonostante essa fosse stata poi reinserita, nel 1859 fu riabolita nuovamente e nel 1890, col codice Zanardelli, essa venne eliminata in tutti gli altri paesi della penisola prendendo come esempio la Toscana. Nel periodo fascista venne reintrodotta per poi essere quasi pienamente abolita nel ’48 (tranne per i reati delle leggi militari) e del tutto nel ’94.

Tornando all’Illuminismo possiamo basarci, per intendere le varie idee, su un’argomentazione utilitarista sostenuta a favore e contro la pena di morte. Mentre uomini come Rousseau la ritenevano utile per la tutela del cittadino, altri come Beccaria, Voltaire e Robespierre non la consideravano efficace poiché, in effetti, un cittadino s’impressionava di più davanti al supplizio di un uomo in carcere a vita ai lavori forzati, anziché di fronte a un uomo ucciso. A ciò si aggiunga il fatto che comunque un uomo ai lavori forzati è utile alla società. Ci si può rendere conto di quanto uomini come Beccaria abbiano ragione poiché la pena di morte non funge da deterrente, per cui si potrebbero utilizzare, in alternativa, pene come l’ergastolo.

Da alcune statistiche sul tasso omicidi insorgono i seguenti dati che dimostrano che la pena di morte non è deterrente.

              PAESI MANTENITORI                                                              PAESI ABOLIZIONISTI

California: il T.O. cresce per il 10% annuo                                Italia:

 T.O. nel 1950 5x100.000

Canada paese abolizionista dal 1998:

prima del 1998= 3,09                                                                              T.O. nel 1968 1,4x100.000

dopo il 1998 = 2,19

Come possiamo notare, nello stato della California in cui vige la pena di morte il tasso degli omicidi aumenta ogni anno, mentre laddove la pena non vige più (in Italia a circa 20 anni dall’abolizione) il TO è nettamente in calo.

D’altra parte gli illuministi esposero anche argomentazioni contrattualistiche. Anche in questo caso consideriamo Rousseau che sosteneva la pena di morte poiché “tramite esse il contratto tutela i cittadini”. Ma mi pare facile ricongiungersi a Beccaria anche in questo caso, il quale diceva che” le leggi integrano una minima parte della libertà umana per cui non è possibile che una legge sottragga all’uomo la sua libertà più grande che è la vita”; infatti le leggi devono tutelare il cittadino mantenendogli la libertà di vivere. Inoltre l’omicidio è un reato, da chiunque esso venga compiuto e cito in questo caso  Voltaire il quale condannava lo stato quando comminava una pena capitale.

Oggi sono 42 i paesi che applicano la pena di morte: Cina, Korea, India, California e altri stati degli Stati Uniti, applicata in maniera particolare nei primi tre.

Vi è ancora chi sostiene la pena di morte parlando di essa come un atto giudiziario e non vendicativo.

Ma in realtà la pena capitale rimane una vendetta dello Stato e della società. D’altra parte l’uomo ha una “straordinaria” capacità di puntare il dito e giudicare gli altri. Inoltre essa non funge da deterrente, non evita alcun reato, alcun omicidio, provocati spesso da raptus inconsci che non si fermano davanti alle conseguenze. È come un bambino, nella sua età euforica, che sa di andare incontro a pericoli, durante giochi più irrequieti, ma dà loro poco peso. Inoltre chi commette un reato tale come l’omicidio (parlo di questo essendo il più grave) spesso è un malato di mente, un insano, un uomo che va curato in un centro apposito e non ucciso. Sembra che la gente spesso se ne liberi così tranquillamente da non rifletterci proprio su. E che dire del fatto che, per quanto già sbagliata sia la pena di morte, non è nemmeno uguale per tutti là dove vige, poiché il più ricco trova spesso una via di scampo? In quanto alle famiglie delle vittime, neanche questa “vendetta” soddisferà la loro rabbia.

Non si combatte un male con un altro, non si sconfigge nessuno con la pena di morte, si crea solo una società in cui l’uomo è peggio delle bestie, di cui si ritiene superiore.

Se l’umanità detiene la ragione che se ne serva fermando l’istinto, l’odio e il rancore.

Scaffidi Graziella

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