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I partiti politici e il sistema dei partiti

Diritto

di Nicola Fusco

I partiti politici

I partiti sono associazioni di persone che hanno un’ideologia e interessi comuni, che mirano a esercitare un’influenza fondamentale sull’indirizzo politico dello Stato.
Essi rappresentano il principale canale di collegamento tra la società civile e le istituzioni dello Stato, e infatti la nostra costituzione li considera come associazioni a cui è riservata una posizione speciale rispetto alle altre discipline dall’art. 18.
Gli elementi costituitivi di un partito sono due: il programma e l’organizzazione.
Il primo elemento svolge una funzione essenziale nella fase iniziale, in cui occorre coinvolgere e coalizzare individui che tendenzialmente esprimono le stesse idee e gli stessi interessi.
Il secondo elemento, l’organizzazione, assume importanza quando comincia a stabilirsi un collegamento sempre più intenso tra i fondatori e i gruppi di aderenti che si creano tra la popolazione.
Nonostante la loro grande rilevanza pubblica, i partiti non sono argani dello Stato ma organizzazioni private.
Per il diritto italiano i partiti sono soggetti privati che rientrano nella categoria delle associazioni non riconosciute.
Ad essi si applicano, nei rapporti patrimoniali con terzi, gli articoli usati per le associazioni non riconosciute.
Trattandosi di associazioni non riconosciute, non vincolano nessuno, né gli iscritti e tanto meno i non iscritti. La loro forza non dipende quindi da una particolare posizione giuridica, ma dal fatto che gli atti politici che propongono, sono fatti propri dal parlamento, e quindi dal governo, e acquistano perciò una forza giuridica vincolante. In questo modo i partiti fungono da filtro tra la società e lo stato apparato.

Finalità e funzioni pubbliche dei partiti

Pur essendo società private, i partiti si pongono il fine di concorrere a determinare la politica nazionale e internazionale.
Per perseguire questo fine svolgono cinque funzioni pubbliche:
• inquadramento degli elettori, ovvero la loro formazione ideologica e politica
• selezione dei candidati alle elezioni
• inquadramento degli eletti, nell’intervallo tra un elezione e un’altra
• reclutamento della classe dirigente.

In definitiva, i partiti, pur essendo associazioni di fatto, sono i principali soggetti del complesso meccanismo politico – costituzionale.

Rilevanza costituzionale dei partiti

Nelle democrazie contemporanee, i partiti hanno spesso ricevuto un certo riconoscimento costituzionale come strumenti essenziali per lo svolgimento della vita democratica.
Nella costituzione della Germania federale, il processo di istituzionalizzazione dei partiti è particolarmente accentuato, tanto è vero che si giunge ad accennare al loro regolamento interno. Si è così voluto porre una barriera ai partiti antisistema.
Nella costituzione francese della V Repubblica il riferimento ai partiti è molto meno evidente. Lo scarso rilievo costituzionale deriva dal fatto che la Francia non ha nessun timore della formazione di partiti antisistema.
In Italia, le vicende della resistenza antifascista e della guerra di liberazione, hanno portato i costituenti a dare rilievo costituzionale ai partiti che, in base all’art 49, hanno le funzioni di concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.

La costituzione italiana e i partiti

Come abbiamo già visto, la costituzione italiana all’art. 49 afferma che i cittadini hanno il diritto ad associarsi liberamente per concorrere, con metodo democratico, a determinare la politica nazionale.
Da tale articolo si evincono alcuni principi fondamentali:
a. si presuppone la presenza di più partiti. Ciò porta al rifiuto del partito unico come è stato nel partito fascista;
b. è fondamentale la libertà di associazione in partiti. L’unico partito la cui ricostituzione è vietata dalla XII disposizione transitoria è quello fascista, in quanto antidemocratico e totalitario;
c. metodo democratico significa nel rispetto del principio di democrazia. Le scelte devono essere fatte a maggioranza e devono essere rispettate dalla minoranza, che può sempre diventare maggioranza.

Il finanziamento pubblico dei partiti

In Italia l’organizzazione dei partiti è molto complessa, e richiede spese notevoli per il mantenimento delle sedi, per la propaganda e la campagna elettorale. Il problema principale che si pone è perciò in che modo reperire i fondi necessari.
Le scelte possono essere diverse:
• alcuni sostengono che i partiti svolgono una funzione pubblica, e quindi devono ricevere un finanziamento da parte dello Stato, onde evitare, almeno in parte, finanziamenti occulti da parte di enti economici pubblici o privati;
• altri sostengono che i partiti non sono organismi pubblici, e che i loro costi dovrebbero essere sostenuti dagli aderenti;
Nonostante il risultato del 1993, che ha rigettato il finanziamento pubblico dei partiti, con la l. 2/1997 il parlamento aveva introdotto una nuova disciplina che pretendeva che i contribuenti potessero devolvere il 4% dell’Irpef complessivamente ai partiti.
La legge del 1997 è stata oggetto di aspre critiche in quanto si è ritenuto che andasse contro la volontà popolare espressa con il referendum del 1993. in seguito a tali critiche si è giunti all’approvazione della l. 157/1999 che dispone che la cifra pari a 2.07€ per ogni cittadino iscritto alle liste elettorali per l’elezione della camera dei deputati sia distribuita tra i partiti che hanno superato il 4% dei voti, come contributo per le spese elettorali, in proporzione ai voti ottenuti. Nel luglio 2002, la commissione affari costituzionali della camera ha aumentato il contributo ai partiti passandolo dai 2.07€ a 5€ per ogni voto ottenuto. In base a tale decisione, il contributo spetta a tutti i partiti che hanno ottenuto almeno l’1% dei voti.

Destra sinistra e centro, le loro ideologie

Prima di cominciare e del quadro politico italiano, cerchiamo di specificare il significato di destra, sinistra e centro.
Queste tre denominazioni hanno un valore ideologico, per cui la destra venne identificata, a seconda delle età storiche, con le forme più moderate e più accentuate del liberismo.
Secondo la storiografia il termine risale ad un preciso periodo (1849-1859), legato all’ascesa del partito liberale. I principi liberisti vennero formulati tra la seconda metà del XVIII secolo e la prima metà del XIX da Adam Smith e David Ricardo, e affermando che un'economia di mercato è in grado di essere pienamente efficiente quando l'intervento dello stato è limitato a casi eccezionali. Le principali politiche economiche liberiste sono le seguenti:
1) liberalizzazione degli scambi di beni, di servizi e di capitali fra i diversi paesi;
2) contenimento dell’imposizione fiscale e della spesa pubblica;
3) diminuzione delle leggi che regolano l'attività economica (deregolamentazione o deregulation) e semplificazione delle procedure amministrative.
I questo movimento sono fondamentali anche le teorie keynesiane.
La differenza fondamentale tra il modello keynesiano e quello classico consiste nel fatto che Keynes sosteneva l'inflessibilità di salari e prezzi. In altri termini, il sistema economico non tende automaticamente verso una situazione di piena occupazione, e, dunque, per combattere la recessione non si può fare affidamento sulle forze di mercato.
Supponiamo, ad esempio, che inizialmente vi sia piena occupazione e che, per qualche ragione, gli imprenditori decidano di ridurre i propri investimenti in macchinari: questa scelta provocherà un aumento del numero di disoccupati nel settore che produce macchinari, e questi disoccupati saranno costretti a contrarre i propri consumi, determinando a loro volta una riduzione dei posti di lavoro nel settore dei beni di consumo; questo effetto di "moltiplicatore" determina un calo del livello di occupazione, reddito e prodotto dell'economia. Secondo Keynes non esistono forze in grado di interrompere questa fase negativa del ciclo economico in maniera autonoma, ossia senza l'intervento dello stato.

I tagli salariali non servono giacché, sebbene riducano i costi per le aziende, riducono anche ciò che i lavoratori possono acquistare, cosicché le vendite non potranno aumentare. Un elevato livello di disoccupazione, dunque, viene provocato da una forte contrazione della domanda (ossia, della spesa) aggregata. Soltanto l'intervento governativo è in grado di ricondurre l'economia al livello di piena occupazione, attraverso la riduzione dell'imposizione fiscale o l'aumento della spesa pubblica (anche se questo provocherà un deficit nel bilancio pubblico per un certo periodo di tempo). In breve, il governo ha la responsabilità di stimolare la domanda aggregata nella misura in cui questo intervento si renda necessario per creare e mantenere la piena occupazione, senza d'altra parte generare una spirale inflazionistica.
I paesi tradizionalmente più favorevoli all’adozione di queste politiche economiche sono quelli anglosassoni (Stati Uniti, Gran Bretagna, Canada), mentre nei paesi del continente europeo, tradizionalmente più inclini all’intervento dello stato in economia, si vanno affermando solo negli ultimi anni, tra molte resistenze.
Questi principi vennero ripresi e raffinati, all'inizio del XX secolo, dalla scuola neoclassica o scuola marginalista, che fornì le ragioni teoriche per limitare l'azione dello stato nella microeconomia. I principi liberisti nella macroeconomia vennero invece sostenuti, in opposizione a quelli keynesiani, dalla scuola monetarista: secondo questa scuola, lo stato deve limitarsi a tenere sotto controllo la quantità di moneta circolante per evitare l’aumento dell’inflazione.
Per quanto riguarda la sinistra essa venne associata all’ideologia marxista.
Secondo Marx la struttura economica della società capitalistica viene difesa da una complessa sovrastruttura politica, giuridica e ideologica (lo stato), che determina le forme di coscienza sociale. Lo stato, nell'analisi di Marx, è lo strumento di cui si serve la borghesia per esercitare il suo potere e imporre la sua ideologia. Per Marx lo stato non è destinato a perfezionarsi, né va conquistato per usarlo a proprio vantaggio: se lo stato è uno strumento di dominio di una classe sull'altra, esso si estinguerà nella società senza classi. Nel periodo di transizione rivoluzionaria dal capitalismo al comunismo le funzioni dello stato saranno esercitate dalla "dittatura del proletariato".
Marx individua nel salario, che regola il rapporto fra capitalisti e proletari, uno dei cardini del sistema capitalistico. Nel capitalismo, il salario corrisposto al lavoratore in cambio della sua forza lavoro non corrisponde al valore dei beni che questa forza lavoro produce. Infatti, secondo la teoria del valore-lavoro, che Marx mutua da Ricardo, il profitto del capitalista non può che venire da un "valore in più" delle merci vendute, il "plusvalore", prodotto da una parte del lavoro, il "pluslavoro", per cui non viene corrisposto alcun salario. Questo dimostra che la formazione del profitto e l'accumulazione del capitale, che rendono possibile il funzionamento del sistema capitalistico, derivano dallo sfruttamento della classe operaia.
Con l’avvento dei regimi autoritari, si è finito per ricondurre al concetto di destra i partiti fascisti, o coloro che si richiamano ad un’ideologia caratterizzata da valori antiliberali e di estremo nazionalismo.
Contemporaneamente all’avvento dei regimi fascisti, il partito comunista dell’Unione Sovietica ha caratterizzato la fase del socialismo reale, che si assestò anch’esso su posizioni nazionalistiche e antidemocratiche.
Oggi, crollati i regimi fascisti e comunisti, la contrapposizione tra le due ideologie si misura sulla volontà di intervento dello stato nell’economia: una maggiore propensione all’assunzione di pratiche economiche da parte degli enti pubblici caratterizzerebbe una pratica consolidata della sinistra. Al contrario, la libertà assoluta del mercato, distinguerebbe le direzioni non interventiste o della destra.
In Italia, in particolare, il tentativo di conquistare un elettorato, che tendenzialmente stenterebbe a riconoscersi nella destra o nella sinistra, ha fatto nascere numerose formazioni politiche che affermano di collocarsi al centro dell’arco costituzionale. Il partito che storicamente ha rappresentato il centro è stato la democrazia cristiana.

I partiti liberali

In Italia, i movimenti di ispirazione liberale sono quelli che si sono affermati durante il risorgimento e, fin quando il suffragio è stato limitato, hanno goduto della maggioranza in parlamento.
L’introduzione del suffragio universale maschile nel 1919 e l’avvento dei partiti di massa socialisti e cattolici, hanno notevolmente ridotto la loro importanza, essendosi ridimensionata la loro base elettorale (la borghesia) rispetto a quella dei partiti di massa.
Con l’avvento della Repubblica si sono formati tre partiti, dell’area liberal-democratica: il Partito Liberale (PLI), il Partito repubblicano (PRI) e il Partito radicale (PR), che non ha mai avuto un gran consenso.
Dopo la crisi degli anni novanta, dalla dissoluzione o dal ridimensionamento di diversi partiti è nata una nuova formazione, Forza Italia, che secondo le intenzioni del fondatore, Silvio Berlusconi, si colloca in quest’area, anche se al parlamento europeo fa parte del gruppo dei popolari europei insieme a partiti di ispirazione cristiana.
Il partito liberale è scomparso dalla scena politica mentre quello repubblicano ha visto ridursi la sua già scarsa base elettorale.
Nel 1996 si è formato anche un altro partito in quest’area, Rinnovamento Italiano (lista Dini), anch’esso con base elettorale assai ridotta.

I partiti socialisti e comunisti

Dopo la seconda guerra mondiale i principali partiti della sinistra erano il Partito comunista e il Partito socialista.
Il partito comunista si rifaceva alla dottrina marxista leninista di stampo sovietico. La sua forza elettorale è andata via via aumentando fino agli inizi degli anni Ottanta, sotto la guida di Togliatti prima e Berlinguer dopo.
Dagli anni settanta in poi si è accentuata l’elaborazione di una nuova via che si distaccava da quella sovietica.
Negli ani Ottanta è cominciato un lento declino e, di fronte al crollo dei regimi comunisti dell’Est europeo, nel 1990 il PCI ha deciso di dare origine al Partito democratico della sinistra, abbandonando il riferimento al comunismo e dandosi a un programma in sintonia con la sinistra europea.
Non condividendo la scelta, alcuni ex-militanti decisero di fondare un partito di ispirazione comunista, chiama Partito della Rifondazione Comunista.
Negli ultimi tempi il PDS ha fatto un ulteriore passo avanti, che ha dato origine al partito dei Democratici di sinistra (DS)
Dal PRC, per contrasti in merito a scelte di governo, è uscito un altro gruppo della sinistra comunista, il Partito dei comunisti italiani.
Per quel che riguarda il Partito socialista, dopo la seconda guerra mondiale è stato a lungo alleato del PCI.
Nel 1946 il PSI subì la scissione del Partito socialdemocratico italiano.
Sotto l’ambiziosa guida di Bettino Craxi, il PSI raggiunse un notevole successo negli anni Ottanta.
Gli scandali derivanti dalla corruzione e dal finanziamento illecito dei partiti (mani pulite) hanno portato alla scomparsa del PSDI.

I partiti cattolici

Il Partito popolare italiano, era stato fondato da don Sturzo nel 1919, dopo la seconda guerra mondiale risorse con il nome di Democrazia cristiana, partito che assunse una funzione nettamente anticomunista.
La DC è stata per oltre 50 anni il partito leader italiano.
A partire dagli anni ’90 anche la DC, in seguito a mani pulite, ha subito un tracollo, anche se intanto si era trasformata in PPI Partito popolare italiano. Al momento della trasformazione si sono staccate due formazioni, il Centro cristiano democratico e i Cristiani democratici unitari.

I partiti della destra moderata

Di quest’area, formatasi di recente fa parte essenzialmente Alleanza nazionale, frutto della trasformazione, siglata dal congresso del 1994, del partito della destra nostalgica l’MSI.

I partiti della destra estrema

Può essere considerato di quest’area ciò che è rimasto dell’MSI.
L’MSI, fondato nel 1949, si richiamava ai principi sociali e corporativi della dottrina fascista. Nonostante le trasformazione dell’Italia è sempre rimasto fedele alla sua ideologia, che ha anche portato ad un certo seguito elettorale (5%-6%).

I partiti regionalisti

In Italia, fin dalla nascita della Repubblica, si sono avuti dei partiti regionalisti; tali partiti sono la Südtiroler Volksparteit e L’union Valdôtaine.
A partire dagli anni ’80, la critica del sistema tradizionale dei partiti e all’immigrazione da aree economicamente meno sviluppate, ha dato vita alla Lega Nord, che ha trovato spazio in particolare nelle regioni del nord. La Lega Nord si propone il fine di trasformare lo stato da regionale a federale.

I partiti ecologisti

I movimenti ecologisti del paese hanno creato diverse formazioni politiche, aventi come programma principale l’attuazione di un modello di sviluppo equilibrato, che regolamenti l’uso integrato e coordinato del territorio e preservi la natura da trasformazioni non sostenibili.
Da questo movimento sono nate le liste verdi il cui peso elettorale è attorno al 2% - 3%.

La crisi del sistema dei partiti tradizionali

Il sistema dei partiti che ha caratterizzato l’esperienza italiana fino ai nostri giorni è definitivamente entrato in crisi all’inizio degli anni novanta.
Notiamo che già nel 1992 DC, PDS e PSI raccoglievano solo il 59,4% dei voti, e ciò ancora prima dello scambio “mani pulite”.
Questa situazione, unita alla nascita delle formazioni leghiste, ha causato la crisi definitiva del vecchio sistema dei partiti.
Si tratta soprattutto dei referendum del giugno 1991 sulla legge elettorale della camera e dell’aprile 1993 sulla legge elettorale del senato che ha aperto la via alle riforme elettorali emanate in quello stesso anno.
La crisi del sistema partitico ha coinvolto anche le istituzioni, a cominciare dalla “delegittimazione” del parlamento eletto nel 1992, detto parlamento degli inquisiti in quanto molti parlamentari erano indagati nello scandalo “mani pulite”.

Il nuovo sistema dei partiti

Dalla crisi dei primi anni novanta è nato un nuovo sistema. Alle elezioni del 1996 si sono formati due poli contrapposti, chiamati l’uno Polo delle libertà e l’altro Ulivo, composti attualmente il primo da una coalizione di partiti di centro destra e il secondo da una coalizione di partiti di centro sinistra.
Le aggregazioni formatesi non sempre però sono state capaci di adottare programmi perfettamente comuni, per cui spesso sorgono contrasti di notevole entità da cui deriva la necessità di scendere a compromessi che spesso ne paralizzano l’attività.
Ciò che di positivo si è comunque realizzato è la fine della mancanza di alternanza al governo.
In Italia infatti la DC ha governato per quasi cinquant’anni, mentre il PCI, poi PDS, è sempre rimasto all’opposizione.

I gruppi di pressione

I partiti sono senz’altro i maggiori operatori politici, ma non gli unici in quanto il monopolio dell’attività politica sarebbe prerogativa insostenibile in base agli artt. 2 e 18 cost.
La libertà di associazione ammette la formazione di associazioni con fini politici, chiamate “gruppi di pressione”.
I gruppi di pressione assumono notevole importanza in quanto agiscono direttamente sui partiti e sugli organi dello Stato, per ottenere decisioni a loro favorevoli.
I principali gruppi di pressione sono i sindacati dei lavoratori, che godono di una particolare tutela, e le organizzazioni dei datori di lavoro. Ad essi si aggiungono i grandi gruppi industriali e finanziari.

Il sistema dei partiti

Per sistema dei partiti si intende l’insieme dei partiti che operano in un paese e delle relazioni che intercorrono tra loro.
Le situazioni possono essere molto diverse: si va dalla presenza di pochi a quella di molti partiti.
Si individuano tre sistemi di partiti: pluripartitismo semplice o bipartitismo, pluripartitismo moderato e pluripartitismo estremo.

Pluripartitismo semplice o bipartitismo

Si parla di bipartitismo quando esistono due partiti dominanti che si scontrano nella competizione politica.
Dei due uno è più riformista (o di sinistra) e l’altro più conservatore (di destra). Sono considerati sistemi bipartitici, anche quelli in cui, oltre ai due partiti determinanti per il gioco politico ve ne sono altri, la cui consistenza non influenza i due partiti principali.
Il sistema bipartitico presenta il vantaggio di permettere governi di legislatura e quindi stabilità politica. Il partito sconfitto alle elezioni sa che assumerà il ruolo dell’opposizione che, quanto più sarà costruttiva e convincente, tanto più gli darà la speranza di diventare partito di maggioranza.

Pluripartitismo moderato

Si parla di pluripartitismo moderato quando il sistema è caratterizzato dalla presenza di più partiti, ad esclusione di quelli che si collocano all’estrema destra o sinistra. E’ tendenzialmente un sistema bipolare che beneficia del meccanismo del bipartitismo. I partiti esistenti infatti tendono a formare due poli che si contendono la vittoria alle elezioni.

Pluripartitismo estremo

Il pluripartitismo estremo è caratterizzato dalla presenza di più partiti di cui uno o più ricoprono posizioni estreme sia a destra che a sinistra. In questa situazione tende a formarsi una vasta area di centro che tende a isolare gli estremi. L’alternanza di governo diventa difficile. Nel pluripartitismo estremo i governi sono in genere formati da coalizioni non sempre omogenee. La maggioranza parlamentare che sostiene tali governi è spesso mutevole, per cui l’instabilità governativa diventa una prassi inevitabile.

di Nicola Fusco

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