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La dottrina cattolica occidentale

ovvero l’incamminamento verso Dio

L’angolo dei Tesori

8. Una proposta “multimediale” per rivedere insieme il percorso della Storia europea: la Dottrina cattolica occidentale, ovvero l’incamminamento verso Dio

Abbiamo notato quanto l’essenza della cultura ufficiale dell’Alto Medioevo fosse rappresentata da un’immobilità psicologica dell’uomo di fronte all’idea del Giudizio di Dio: nulla annullava l’angoscia della Fine del Tempo, e così rimaneva la visione negativa della fase transitoria della sua vita terrena.

Questa concezione del mondo e della vita umana come “mero passaggio”, segno di una condanna e non opportunità di esperienza e di crescita, era stata consegnata all’uomo dell’Alto Medioevo insieme all’immagine complessiva di una Realtà in cui ogni cosa, persona ed animale avevano senso solo in quanto simbolo della loro posizione (più o meno lontana) da Dio, quindi sistemate in un “luogo” di una immaginaria scala che è essenzialmente una scala di valori relativi ad un diverso grado di “perdita di perfezione/allontanamento” dal Divino.

Ma come si era formata una simile e così puntuale visione della realtà secondo la quale ogni cosa ha il suo posto, nel mondo, ed è legata in qualche modo a tutto il resto della Creazione secondo un concatenamento di relazioni e/o di distinzioni dicotomiche?

L’incontro tra Cristianesimo e Neoplatonismo (corrente filosofica “sincretica” del tragico III secolo che raccoglieva in sé elementi, tradizioni e suggestioni da varie scuole di pensiero attive nel periodo romano ancora pagano e risalenti alla Grecia più antica ed a quella ellenistica) contiene già in sé l’immagine di un mondo inteso come “emanazione”, ossia opera del Dio Unico/ Creatore/Mente Ordinatrice, realizzazione sulla Terra di un sistema ordinato (in entrambi i sensi del termine “ordinare”) e voluto da Dio che sarà poi facile, soprattutto per la mentalità teocratica della Corte bizantina, intendere nel senso di “ordine prefissato” integrandovi il ruolo di un Imperatore che “ordina” (in entrambi i sensi del termine “ordinare”) in quanto esecutore – in Oriente era molto naturale fare un simile salto, esistevano antichissime tradizioni, pensiamo ai re mesopotamici, che ponevano il sovrano nella posizione di intermediario tra il mondo del Divino ed i sudditi.

Sul finire dello medesimo terribile III secolo, secolo di crisi dell’autorità imperiale (uccisioni, colpi di Stato, anarchia militare), intanto, Diocleziano, Imperatore romano ultimo persecutore dei Cristiani e non più residente con la sua Corte a Roma, aveva gettato le basi di una rigida burocrazia facente capo all’Imperatore, legando gli individui alle loro attività professionali e trasformando queste in ereditarie, quasi fossero legate ad un destino (il figlio del falegname potrà fare solo/è destinato a fare il falegname, per intenderci); in particolare il contadino (la professione medievale per eccellenza in Occidente, visto che le città, dove si svolgono i mestieri, crollano e si semplificano) diventa già qualcosa che ricorda il futuro servo della gleba medievale: proprietà, insieme alla terra che abita, del padrone di quella. Diocleziano aveva imposto la sua autorità in quanto “Imperatore divinizzato” portando al punto estremo una tendenza già presente nella Roma imperiale; Costantino, suo successore, accettando la nuova religione cristiana (313), si poteva presentare come “voluto/scelto da Dio”.

Il Cristianesimo è quindi nato in un mondo che tende a “fissare”, “cristallizzare” la visione del potere e della realtà. E l’uomo altomedievale vive di fatto in una società incredibilmente più impoverita, dove o si è religiosi, o si è guerrieri (nobili) o si è servitori (lavoratori), con una pressoché nulla possibilità di mobilità sociale.

Eppure, la corrente cattolica avente il suo centro a Roma e definitasi nei primi tempi in contrapposizione alle varie eresie, interpretazioni eterodosse e  dissapori anche con Chiesa bizantina, si fa depositaria anche di qualcos’altro, di una possibilità di “incamminamento” verso Dio: accettando il Libero Arbitrio, l’uomo cattolico può davvero credere che con un SUO atto personale di scelta volontaria (un’opera) gli è possibile operare una “riconversione”, salvarsi, cambiare rotta, smettere di essere semplice contenitore passivo del Peccato Originale e cominciare a tornare verso Dio, verso la Luce.

Le religioni della Riforma hanno sempre colto nella possibilità che la Chiesa Romana dà all’uomo di liberarsi dal Peccato con un atto di scelta personale e, soprattutto, con un atto (un’opera – per esempio, un lascito alla Chiesa dopo una vita smodata; o anche un autentico pentimento dopo aver compiuto un massacro) un pericoloso punto di rilassatezza morale nonché una paradossale forma di presunzione dell’uomo che pensa da solo di potersi redimere - bisogna anche notare che la corruzione ed il decadimento che l’abuso ed il mal uso della dottrina del Libero Arbitrio effettivamente poteva e può sollevare perplessità. Queste due nuove interpretazioni cristiane (del 1500) hanno quindi preferito rivalutare, sulla base soprattutto di Sant’Agostino, forme di religiosità apparentemente più rigidamente impegnative per l’individuo (anche il Cattolicesimo lo può essere: pensiamo all’opera di pentimento data dall’autofustigazione): facendo così, però, esse rischiano di cadere nel rigidismo sociale (Luteranesimo) o nel determinismo (Calvinismo) da cui il Cattolicesimo invece sembrerebbe potenzialmente emancipare l’uomo, elevando con la possibilità aperta ad una scelta libera la dignità umana ad un grado estremamente alto.

Una scelta liberamente presa può quindi diventare il punto in cui individualmente e di sua volontà l’uomo può scegliere di fermarsi e di volgersi indietro, “riconvertirsi” dal processo di allontanamento progressivo da Dio: una visione dell’uomo che sa riconoscere in pieno il valore della dignità personale, ma che però, fondandosi sull’intercessione di una Chiesa dalla struttura gerarchica e pur prevedendo “l’incamminamento dell’uomo verso Dio”, doveva frapporre tra Dio e l’umanità quel piano di comunicazione intermedia.

 

Il mio discorso appare complesso. Proviamo a ritrovarne il segno nella forma delle chiese cristiane, simbolo e segno primo della religione a cui si riferiscono.

1)       Quando fu possibile ai Cristiani (dall’Editto di Costantino in poi, 313) erigere i loro luoghi di culto, essi avevano bisogno di creare uno spazio delimitante ed avvolgente, diverso, simbolico in cui diventare “ecclesìa” (=comunità, assemblea in Greco), nome che poi passò a definire il luogo stesso (chiesa) ed i cui derivati sono ancora riconoscibili (sistema ecclesiastico). Essi copiarono quindi nella forma edifici romani preesistenti (le basiliche, rettangolari; le terme o i mausolei, circolari) totalmente slegati da simbolismi e pratiche religiose (la basilica romana era un ampio luogo coperto dove si svolgevano affari, processi e dove la gente si incontrava): i riti pagani si svolgevano all’aperto, nei templi entravano solo i sacerdoti. Inizialmente le costruzioni del culto riprendono quindi soprattutto la forma rettangolare della basilica romana (schema assiale, con una o più “navate”, corridoi) con in fondo l’abside semicircolare: il tutto ad intendere il cammino lineare del fedele verso il luogo di Dio, sistemato dietro l’altare e che il fedele può solo vedere: tra lo spazio/tempo lineare dei fedeli e lo spazio/tempo infinito di Dio sta l’autorità religiosa, mediatrice di comunicazione e possibilità di contatto tra l’ecclesìa, la comunità religiosa, ed il Divino.

2)       Con l'andar del tempo, il senso del suo essere “ecclesìa”, molto forte nelle prime comunità, cede il posto ad un altro simbolo man mano che il Dogma si definisce e che la Chiesa rafforza la sua struttura organizzativa ed il suo ruolo di autorità rispetto ai fedeli. La struttura dell’edificio sacro fa suo il simbolo cristiano per eccellenza, quello della Croce (simbolo del sacrificio del Cristo per la salvezza di tutta l’umanità) e lo assume sia nel prospetto frontale, in altezza (navata centrale spesso più alta di quelle laterali) che nella pianta (la navata centrale è tagliata ortogonalmente da un transetto). L’altare viene sistemato nel punto in cui il transetto interseca la navata centrale: sotto quel punto viene posizionata la cripta con la tomba o le reliquie del/la santo/a a cui la chiesa viene inizialmente spesso dedicata; sopra, il tiburio (quando le tecniche costruttive ovviamente lo permetteranno) si innalzerà terminando o in una cupola (come nell’abside, la circolarità è simbolo dell’Infinito, dunque del Divino) o preferendo elementi lineari che, nella loro tensione verso l’alto, più sembrano alludere all’elevazione a cui tende l’uomo.

Dobbiamo a questo punto notare che in Occidente la Chiesa si sviluppa attorno all’attività urbana dei vescovi ormai rimasti a fungere spesso da protettori delle popolazioni romane indifese, da intermediari con i Barbari, da amministratori di quel che resta delle città sopravvissute; essi tendono a riferirsi e riconoscere la superiorità del vescovo di Roma a causa dell’influenza psicologica che l’antica Capitale esercitava su tutti. E’ quindi una Chiesa direttamente impegnata su problemi di ordine pratico, cosa che la porterà con naturalezza sia a trasformare i monachesimo orientale nelle operose abbazie benedettine fondate sul lavoro organizzato, sia ad assumere gradualmente, da Gregorio Magno in poi, prima di fatto, poi anche di diritto, un potere di tipo “temporale” (riguardante il mondo terreno, e non più solo la spiritualità).

In Oriente, invece, è presente un Imperatore al vertice del potere e che si occupa anche di tutto che ciò che riguarda direttamente la fede. Qui, infatti, sin dall’inizio il nuovo Credo era stato definito attraverso il confronto tra interpretazioni diverse, ma anche lo scontro con vere e eresie, confronti e scontri fondati su dispute cavillose. Il culto ufficiale era rappresentato e difeso dall’autorità imperiale in persona, che, seguendo la tradizione romana imperiale, continua ad essere anche Pontefice Massimo e che si assume da Costantinopoli il diritto della parola avente valore di legge.

E’ interessantissimo osservare le forme privilegiate da quelle che costituiranno le prime due Cristianità ufficiali (la romana e la greco-ortodossa), mettendole in relazione alla diversa cultura che le differenzierà al punto da farle arrivare, dopo secoli di discussioni teologiche, ad uno Scisma definitivo (1054).

1)       le chiese occidentali sono solitamente a “croce latina” † e sembrano conservare nel rettangolo l’idea di un cammino, di un movimento.

2)       Non sembra un caso che quelle bizantine preferiscano la struttura a “croce greca” + (“a pianta centrale”, derivata da edifici termali o dai mausolei romani), che allude sia al quadrato (simbolo di fissità – cfr. i 4 punti cardinali), che al cerchio (simbolo dell’Infinito espresso dall’infinità del moto circolare non avente né un inizio né una fine determinabili) e che solitamente sormonta il quadrato grazie alla cupola, che alle loro forme intermedie: da questa pianta centrale derivano infatti altre strutture sempre aventi significato “cosmologico” e fondante delle chiese a base circolare, decagonale, ottagonale che richiamano sia l’angolarità del quadrato che la circonferenza. Piante del genere non evocano l’idea di un “cammino”.

L’imperatore d’Oriente Giustiniano, a questo proposito, nel VI secolo commissiona a Costantinopoli/Bisanzio la costruzione di un’immensa Cattedrale, Santa Sofia, come simbolo del suo potere=della sua magnificenza espressi in termini di dimensione fisica vera e propria. L’enormità della struttura era basata appunto sul simbolismo del quadrato (figura angolare simbolo della stabilità, ma anche dell’ordine nel mondo materiale – cfr. i quattro punti cardinali) + il cerchio della cupola (figura simbolo dell’infinità del moto circolare, quindi del Divino). Reinvio quindi alla ricostruzione dedicata alla Cattedrale di Santa Sofia, ora moschea di Istanbul, messa in onda dalla Rai a cura di Pietro Angela (http://www.youtube.com/watch?v=hOozPkJGjIQ&feature=related).

In questa ricostruzione viene sottolineato quanto gli architetti fossero soprattutto interessati a realizzare qualcosa di grandioso trovando soluzioni operative ai problemi costruttivi via via che essi si ponevano: la loro committenza, l’Imperatore, aveva richiesto loro di creare qualcosa di nuovo e di magnifico ed entro tempi predeterminati, muovendosi tutto sommato ancora abbastanza creativamente e dando vita a soluzioni sperimentali e creative. Il risultato finale risponde a finalità precise: i giochi di luce devono poter creare un’atmosfera in cui la spazialità e l’orientamento si dissolvono, in modo tale da dare il senso, all’interno, di trovarsi in uno spazio sovraumano, metafisico, lo spazio più vicino alla Trascendenza.

E’ per questo che nei libri di Storia dell’Arte parlano di arte bizantina spesso usando l’espressione di “metafisica della luce”: l’uomo che vi entra non deve andare incontro a Dio con le sue gambe sapendo verso dove potersi dirigere; deve sentire la Sua presenza e rimanerne estasiato; non angosciato dalla visione di pene infernali, ma suddito davanti a simboli che gli ricordano chi c’è tra Dio ed il mondo.

Teniamo quindi presente questa differenza per cogliere l’essenza del Medioevo occidentale.

Cristina Rocchetto (educatrice e consulente pedagogista)

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