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Il potere dei simboli

L’angolo dei Tesori

10. Una proposta “multimediale” per rivedere insieme il percorso della Storia europea. Il potere dei simboli

Il bisogno potente di rifarsi a certi simboli, il fatto che certe scelte abbiano cioè un significato reale di rimando e riferimento a qualcos’altro, una specie di “citazione”, non credo debba essere un meccanismo da confondere superficialmente con ciò che gli antropologi chiamano il “pensiero magico”. Può forse infatti darsi che una cosa sia dare ad un segno il significato di “simbolo che sta per qualcos’altro”, tutt’altra cosa credere che “quel” segno sia di per sé capace non solo di “evocare”, bensì di “creare” un’altra realtà, di renderla possibile, di attuarla. Solo nel secondo caso mi sembra si possa parlare di “magia”; nel primo, più propriamente di “sapere” e di “appartenenza” ad un determinato sistema di riferimenti culturali.

Non per tutti in passato e non sempre neppure attualmente tra noi la distinzione tra “magia” e “sapere” è effettivamente chiara.

Che i segni/simboli contengano “potenza” - ovvero potere psicologico, manipolatorio e legato alla possibilità di persuadere l’altro ed influenzarne il giudizio sul mondo - fondata sul fascino implicitamente ambivalente a cui sono collegati lo sanno molto bene gli antropologi quando parlano appunto del “piano del Sacro” o “piano della Potenza” ed avvertono di notare come ogni forma di entrata in contatto con esso da parte delle varie culture sia di solito socialmente “canalizzata”.

Se, però, “sapere=potenza e potere”, oggi più che mai un diritto allo studio garantito a tutti dovrebbe rendere coscienti di quale responsabilità significhi realmente “formare” giovani esposti ad entrare in contatto con tanti elementi contenuti nella cultura globale senza guida e senza canali educandoli alla presa di coscienza, alla consapevolezza, ad una responsabilità personale e cosciente di sé e ad una socializzata capacità di giudizio attraverso lo studio del mondo che sta loro attorno ed alla storia che lo ha reso così come è.

Il che sicuramente significa assumersi, noi adulti, la consapevolezza di un ruolo “direttivo” nella loro educazione=formazione che possiamo certamente discutere e cercare di calibrare, ma che non possiamo semplicemente evitare lasciando i nostri figli annoiati a leggere libri che troppo spesso evitano collegamenti problematici e quindi non sono capaci di dare alcun orientamento riguardo alle cose pregnanti della loro esperienza.

Partendo quindi dalla per me imprescindibile premessa che la trasmissione di conoscenza ha valore sociale solo se si presenta come “significante” (=capace di dare significato) rispetto al mondo attuale e non come cultura enciclopedica ed erudita staccata da quello, appunto il periodo del Medioevo può fornirci la straordinaria possibilità di analizzare e riflettere con un salutare distacco sul potere per esempio dei simboli. Il Medioevo, da cui noi deriviamo la nostra attuale cultura religiosa, fu infuso di simbolismo: croci (simbolo del sacrificio di Gesù), chiese (simbolo della “Casa di Dio”, il luogo sacro dove più di ogni altro della quotidianità il Cristiano può raccogliersi e rivolgersi a Lui); in certi nostri luoghi geografici ancora esistono forme di idolatria e di venerazione – e penso ad alcuni reliquiari tutt’oggi portati in festa nelle processioni o luoghi sui quali viene da molti proiettato “potere salvifico”.

Tutto ciò è ancora operante tra noi e sembra talvolta poco distinto dalla “magia”. Se ci rendiamo conto di questo, possiamo ammettere quanto la nostra civiltà “razionale” abbia potuto mantenere tutta una variegata complessità di messaggi potenzialmente vettori di forme di approccio alla vita e suggestioni apparentemente estranee a ciò che si chiama “cultura ufficiale”.

E’ difficile, in una civiltà in cui corre parallela e si mantiene forte una cultura simbolica che accetta che alcuni oggetti sacri abbiano potere “di per sé” e che educa i giovani a crederci, insegnare ai medesimi giovani come non diventare preda del potere di altri simboli. Il che non vuol dire sminuire il valore che ha il bisogno umano di intingere la vita di religiosità e di spiritualità, intendiamoci; ma solo essere consapevoli di quanto anche noi siamo profondamente legati all’irrazionale, che proietta potenza sugli oggetti e che può esporre i più suggestionabili a poter essere manipolati da chi riesce a presentarsi come fonte o come rappresentante di quel potere. E mi sto riferendo al nodoso problema oggi reso attuale dalla cronaca dell’esistenza tra noi di sette, riti satanici, pericolosissimi personaggi profondamente manipolatori capaci di presentarsi come “guru” e di rovinare la vita economica, sociale e psicologica di tante persone.

Proviamo quindi ad ammettere che questo pericolo sia potenzialmente presente perché parte di una cultura avente radici fortemente simboliche di cui siamo anche noi responsabili, quando la tramandiamo credendo di tramandare solo contenuti, e non anche modalità di porsi rispetto alla vita, meccanismi.

Cosa sono, in generale, i simboli? Sono segni convenzionalmente assunti da un gruppo per significare qualcos’altro nel momento della comunicazione: appartiene infatti all’uomo la capacità di dare alle cose significati anche non immediatamente legati alla percezione sensoriale. Anche la scrittura alfabetica, evolutasi da quella pittorica per un processo di astrazione e semplificazione, altro non è che un sistema di simboli, giusto?

Una società, per fondarsi, crea i suoi miti ed i suoi simboli sui quali basa il valore potente dell’appartenenza al gruppo, valore senza il quale una comunità non si riconoscerebbe tale (=contemporaneamente distinta dagli altri). Quindi, ogni cultura tende quindi a tramandare implicitamente intanto questo ovvio e naturale (=umano) messaggio: che le cose non hanno solo un valore oggettivo, ma che possono stare per “qualcos’altro” per l’appunto. Il gruppo “dominante” di una formazione sociale, primo detentore di potere e produttore di significati culturali, determina (o crede di poter determinare) i significati “convenzionali” dei simboli scelti imponendoli a tutta la comunità come gli unici validi. Ciò che rimane fuori dal sapere dominante e socialmente avvalorato viene ufficialmente riguardato e degradato come “superstizione” ridicola, sanzionata non sempre e non più da roghi, ma considerata una presenza estranea ed inspiegabile.

La cultura, però, non è fatta solo di “interpretazioni (del mondo, delle cose e dell’uomo) dominanti”. E se certe sue manifestazioni violente o terribili rappresentassero solo la degenerazione di un meccanismo implicito in alcuni dei nostri comportamenti apparentemente più innocui?

Lo studio della Storia ci aiuta a riflettere su quanto nuovi sistemi politici o nuovi guru tendano ad attingere dal passato simboli e miti in modo da fondare se stessi, perché non si può ricreare dal nulla un nuovo modo di far sentire le cose ed imporlo di forza ad un popolo senza il potere di evocare in esso qualcosa di familiare o di misterioso presentato in qualche modo come sacro. Il metodo che porta a scegliere simboli per avere potere psicologico sulle masse sembra essere più o meno questo: si prendono elementi già vagamente presenti (=senza significati predefiniti) nell’immaginario collettivo, quindi circondati da un alone di mistero fascinoso ma contemporaneamente liberi di essere riutilizzati per i propri scopi, e li si caricano di altri significati pieni di risonanze che li collegano in modo poco chiaro (“evocativo”) all’imprecisabile ma potente “piano del Sacro” di cui parlano appunto gli antropologi (riporto nuovamente un link da me già segnalato in un’uscita precedente, http://www.youtube.com/watch?v=wRuhRfPl8wU).

La scelta dei simboli su cui poggia un sistema di pensiero politico è un aspetto fondamentale del suo potere. Hitler, per esempio, è potentemente riuscito, circondandosi di parole, gestualità e segni, ad incarnare qualcosa che evidentemente era pronto per essere legittimato dal popolo tedesco di allora - anche se chi ne è rimasto suggestionato non era sempre del tutto consapevole verso cosa quella legittimazione li avrebbe portati. Forse non tutti i Nazisti sapevano dove Hitler e chi gli stava vicino erano andati ad attingere la forma della svastica, simbolo antichissimo che evoca quadrato e cerchio insieme, la ruota della vita (richiamo un altro link da me già segnalato, http://www.youtube.com/watch?v=Se3t3WNxo3s&feature=related), ma chi lo scelse sapeva che non lo stava inventando ex novo e moltissimi collaboratori di Hitler credettero di poterlo collegare ad una specie di metafisica della razza germanica.

Bisogna ora francamente chiedersi se questo pericolo di suggestione è solo stato dei Tedeschi di poche generazioni fa, o se il potere di subire risonanze è sempre presente ed operante nella nostra cultura, prima di credere che certe devianze dal credo ufficiale, sia da quello laico che da quello religioso, siano del tutto estranee al modo in cui educhiamo e facciamo educare i nostri figli, non preoccupandoci di vedere se quei modi risvegliano e formano davvero un pensiero non esposto al condizionamento esterno.

Personalmente, credo che far ripetere ai minori le materie di studio a memoria, senza stimolare lo sviluppo del loro pensiero critico ed autocritico, non solo non garantisce la qualità della loro formazione culturale, ma, pericolosamente, non garantisce neppure la libertà della loro coscienza, quindi la loro capacità di assunzione di responsabilità, di valutazione del rischio e la loro disponibilità a partecipare attivamente alla realizzazione di una sempre più piena democrazia.

Cristina Rocchetto (educatrice e consulente pedagogista)

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