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Il potere temporale della Chiesa romana

L’angolo dei Tesori

12. Una proposta “multimediale” per rivedere insieme il percorso della Storia europea: Il potere temporale della Chiesa romana

In questa uscita riannoderò le fila del discorso precedentemente fatto per poter finalmente introdurre la politica scelta dalla dinastia tedesca degli Ottoni e solo apparentemente può sembrare ripetitivo: bisogna infatti, per comprendere un ragionamento, fermare le idee su cui esso si basa, muovendosi più o meno come quando ci si arrampica su una parete rocciosa.

Ho avuto modo di dire già quanto la cultura religiosa bizantina facesse uso di un tipo di simbolismo che si fondava sull’Idea dell’Ordine di una Gerarchia Trascendente. In essa tipicamente scompare la tridimensionalità, la profondità, il senso della Storia, del ritratto, del realismo, del naturalismo e del “racconto” romani, la scultura fatta di materia, e si privilegiano piatte figure umane (di Imperatori, Imperatrici, dignitari di corte e vescovi) che fungono da “segni” (simboli) del loro ruolo, ovvero del posto che - in un mondo ordinato da Dio, dunque “perfetto”, e, in quanto tale, “immutabile” - ognuno occupa e trae valore e senso d’esistenza.

Tutto rispecchia a suo modo il modello degli ordinamenti e della mentalità di un periodo che, come abbiamo visto, teorizza la “gerarchia” come vero e proprio segno, sulla Terra e nei Cieli, dell’Ordine voluto da Dio.

Il fine di questa cultura è di esaltare chi si interpone tra un’umanità comune ed il Divino assumendo il ruolo di mediatore, di traduttore. E proprio tra il V ed il VI socolo, il filosofo cristiano Dionigi l’Areopagita, integrando Cristianesimo e Filosofia neoplatonica ormai da Proclo, un autore ancora pagano del V secolo, anche definita secondo triadi numeriche, parla di “Gerarchie di Angeli”.

In Oriente, la figura di “mediatore” suprema è rappresentata dall’Imperatore; in Occidente, è la Chiesa romana ad accrescere la sua autorevolezza, ma, più tende a farlo, più si trova a disagio con Costantinopoli.

La tendenza della Corte bizantina a volersi imporre sulle questioni di fede aveva generato dappertutto una insoddisfazione verso la conseguente contaminazione di spiritualità e potere, e dall’Oriente era partita la diffusione del “monachesimo”: persone singole o piccole comunità (cenòbi) che preferivano scegliere di vivere la loro fede in modo più personale ed autentico, isolandosi in luoghi di eremitaggio. Sulle comunità occidentali prevarrà poi la soluzione di San Benedetto e delle sue organizzatissime ed autosufficienti abbazie.

I primi monaci occidentali sono dunque fedeli che scelgono di vivere ai margini di un mondo di guerre e di una religione intrisa di dispute; per lunghi secoli essi rimangono del tutto autonomi dalla Chiesa ufficiale: saranno re-integrati nella Chiesa nell’età carolingia attraverso la Regola benedettina e poche altre approvate dal Papa - si parla allora di “clero regolare”. Nei monasteri si aprono piccole scuole per la formazione soprattutto degli interni: una religione fondata su un Libro sacro, infatti, invita e quasi implica la capacità se non altro di lettura. Nei più grandi monasteri, alcuni monaci avviano anche un’opera di salvataggio e recupero della cultura scritta, ed alla scrittura si dedicano gli amanuensi (per l’arte miniata, guardare il bel video offerto al link http://www.youtube.com/watch?v=itK2IyMpDg). Anche questa attività fu poi potenziata da Carlo Magno.

Soprattutto dall’epoca carolingia, molte abbazie accumuleranno beni territoriali via donazioni di fedeli in punto di morte per assicurarsi le preghiere atte a diminuire il numero di anni e di pene da scontare in Purgatorio, la cui idea nasce e si definisce in questo periodo. Ma proprio il loro diventare pian piano proprietari di terre fa progressivamente perdere a questi monasteri quasi del tutto il senso del loro spirito originario facendo acquistare loro in compenso una certa influenza politica.

E’ così che gli abati, accanto ai vescovi, saranno utilizzati dagli Ottoni, come vedremo, ed elevati al rango di feudatari territoriali. Si assisterà perciò a questo tipo di movimento: in polemica anche con la corruzione del clero “regolare” inglobato progressivamente nella Chiesa romana, sorgeranno via via nuovi movimenti monasterili (dal X/XI secolo, i monasteri cluniacensi, certosini, cistercensi) o nuovi conventi (nel 1200, gli Ordini mendicanti dei Francescani e dei Domenicani), a loro volta poi riconosciuti ed inglobati nella struttura di base di una Chiesa che non intende e non può liberarsi dall’intreccio con la politica, fino allo scisma delle Chiese riformate (1500, Luterana, Anglicana e Calvinista con le loro diramazioni) ed alla risposta della Controriforma. Tutti questi movimenti sono da ritenersi innanzi tutto come tentativi di reazione e soluzione al sentito bisogno di una spiritualità più autentica che la Chiesa di Roma, tesa ad affermare potere anche temporale/politico ed alla ricchezza materiale, non sa rappresentare per tutti.

In un primo momento, la Chiesa aveva esercitato effettivamente una grande autorità spirituale sui fedeli: pensiamo al papa Gregorio Magno, monaco del VI/VII sec., grande riformatore e riferimento sia delle popolazioni romanze (=parlanti la lingua romana) che dei capi barbari che intanto, l’uno dopo l’altro, si convertivano al Culto romano partendo o dalle religioni originarie pagane o dall’Arianesimo. E lo aveva fatto, come abbiamo visto, cercando di mantenersi radicata nel territorio appoggiandosi alla rete urbana romana e da lì appunto autorizzando la predicazione missionaria degli itineranti. In particolare per le popolazioni romanze travolte dall’urto dei signori comunque stranieri e spesso ridotte ad uno sfruttamento pietoso, i vescovi cittadini erano stati spesso l’unico punto di riferimento psicologico, morale, talvolta anche materiale, aiuto e protezione. Proprio per rivolgersi ad esse, l’autorità religiosa responsabile della liturgia aveva tenuto viva la lingua romana sebbene sempre più volgarizzata, semplificata e grammaticalmente incerta. Era nato il Latino medievale, che è il Latino ancora oggi parlato da chi lo conosce nella Città del Vaticano.

Ai tempi di Carlo Magno, l’attrito tra Bisanzio/Costantinopoli e Roma era stato esacerbato proprio da un decreto imperiale (il decreto “iconoclasta”=distruzione delle immagini, del 726, promulgato dall’imperatore bizantino Leone III l’Isaurico). Il decreto era nato a causa della tendenza all’idolatria collegata al culto delle immagini sacre e prevedeva la loro immediata distruzione, tendenza che Ebrei ed Arabi erano portati a far notare: sul piano dell’espressione creativa, gli storici notano il contemporaneo rafforzarsi dell’uso di simboli astratti e profani nelle decorazioni delle basiliche. In molti si erano però furiosamente ribellati all’attuazione del decreto generando una lunga e violenta reazione e disordini (la lotta durerà dal 726 al 841); anche Roma si era fermamente opposta: fu anzi proprio in questo periodo che sarà redatto dalla Curia romana il falso documento della “Donazione di Costantino” con cui si provava che l’imperatore Costantino (IV secolo) prima di trasferirsi a Bisanzio(→Costantinopoli) avesse lasciato al Papa l’autorità temporale su Roma e su tutto l’Occidente.

La lotta contro le immagini sacre aveva avuto effetti di vasta portata: non ultimo, quello di avvicinare ai Franchi il Papa, bisognoso di protezione contro i minacciosi Longobardi ma cosciente di non poterla trovare dall’Imperatore d’Oriente. I Longobardi avevano infatti pensato di approfittare della debolezza politica del Papato, ed il Papa era inizialmente riuscito a fermarli ed a farsi consegnare addirittura alcune terre dalla parti di Viterbo (Sutri) che è in realtà il primissimo inizio di potere temporale del Papato di Roma, ma il pericolo era grande: ai Longobardi il Lazio serviva come raccordo con i due loro Ducati meridionalia (di Spoleto e di Benevento).

Mentre il Papa si preoccupava della minaccia dell’espansione longobarda e sapeva di non poter/voler contare sulla protezione di Costantinopoli, Carlo Magno sapeva di aver bisogno di un appoggio per legittimare e diffondere la sua autorità. Questa è la radice della felice collaborazione tra Carlo Magno e la Sede pontificia che trasformò la Chiesa romana, autorità spirituale ancora esposta all’ingerenza prepotente di Bisanzio da cui non si voleva far strumentalizzare, in un’autorità potente su tutto il territorio, proprietaria di beni territoriali, avente d’ora in poi e per molto tempo sia interesse a mantenerli che mire di espansione a danno (lo vedremo) dei territori limitrofi. Papa ed Imperatore franco, nel breve arco di tempo dell’esistenza di Carlo Magno trovarono una perfetta coincidenza di interessi e vantaggi.

Al tempo suo, lo abbiamo visto, i ministri del culto ufficiale sono quasi solo i vescovi: le campagne sono lasciate a se stesse o fanno capo ai monasteri; il basso clero è praticamente analfabeta; la maggior parte delle scuole monasterili e quelle cattedrali non hanno programmi di studi che sollevino il livello da una semplice infarinatura per comprendere il dettato delle Sacre Scritture; la predicazione popolare, fondamentale per la diffusione e formazione di una “mentalità” perché svolge un’azione educativa unificante (come, per lo Stato laico, è l’azione della scuola statale) e pertanto rigidamente regolata allo scopo di evitare lo sviluppo di eresie e movimenti dissidenti, a causa dell’analfabetismo era ampiamente disattesa.

Abati e vescovi avrebbero dovuto prendersi cura dell’istruzione del basso clero, che è quello che finisce ad avere il contatto diretto con i fedeli e che assume un ruolo fondamentale anche nel programma di “acculturazione” avviato già da Carlo Magno. Non deve stupire il potere centrale si sia preoccupato di poter far leva sull’alto clero, ricompensandolo con doni materiali e privilegi – terre e potere.

Carlo Magno volle far rinascere l’ideologia imperiale e rivolse, per questo, anche lo sguardo sulla Corte bizantina. Suo figlio, Ludovico il Pio, si fece spedire da Costantinopoli un manoscritto di notevole importanza, un’opera del sopra nominato Dionigi l’Areopagita, tradotta per suo figlio Carlo il Calvo da Eriugena Scoto: a Dionigi risaliva appunto la nozione di “gerarchia” (dal Greco, letteralmente “origine sacra”), una nozione fondamentale per la concezione del potere e dell’autorità della corte teocratica di Costantinopoli sulla quale i Carolingi riflettono. Scoto, il traduttore di Dionigi, è un protetto di Carlo il Calvo, nipote di Carlo Magno e figlio di Ludovico, ma è malvisto da Roma, che già comincia a sentire l’ingerenza della corte imperiale nelle questioni di fede. Notiamo già qui una velata tensione tra le due autorità massime, Papa ed Imperatore.

Le conseguenze delle scelte della Corte carolingia si vedranno in seguito, durante e dopo la dinastia germanica degli Ottoni, ma anche le radici della frizione tra Papato ed Impero affondano quindi sulla decisione di Carlo Magno di far organizzare nel SUO palazzo di Aquisgrana un centro di studi, la Scuola Palatina, avente come precipuo compito l’elaborazione di una dottrina del potere imperiale/universale.

Di tutte queste cose abbiamo in altra maniera già parlato, quindi i video che ho scelto riguarderanno i monasteri o abbazie (perché retti da “abati”) benedettini e la loro importanza per le radici culturali europee. Al link http://www.youtube.com/watch?v=TOWe7CJsOQU troverete una breve esposizione dell’argomento che inizia proprio parlando della nostra Unione Europea, ma che poi spazia trattando appunto di tali monasteri; in particolare per la storia dell’abbazia di Montecassino, fondata da San Benedetto e presa a modello di tutte le altre, segnalo invece a chi desideri collegarla alle sue vicende più recenti, la ricostruzione del suo bombardamento (1944), a cura di Alberto Angela  http://www.youtube.com/watch?v=1Fw-GfHRDVA&feature=related.

Cristina Rocchetto (educatrice e consulente pedagogista)

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