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I vescovi nel Medioevo

L’angolo dei Tesori

11. Una proposta “multimediale” per rivedere insieme il percorso della Storia europea. L’importanza dei vescovi e la loro esposizione alla strumentalizzazione politica imperiale

Riprendo oggi il rapido excursus storico interrotto per approfondire gli aspetti culturali dell’epoca carolingia.

Suggerendo l’immagine più o meno virtuale di un foglio da colorare per poter mentalmente visionare meglio l’Alto Medioevo, avevo detto di inserire nel verde delle selve puntini che stessero per castelli e monasteri rimandando il discorso di quelli rappresentanti i pochi centri urbani a più tardi. Ci siamo dunque arrivati.

Siamo quindi ancora alla fine del IX secolo. Carlo Magno aveva gettato dei semi del cambiamento, ma, come ormai sappiamo, il suo Impero era stato travolto dalle contingenze delle nuove invasioni e dalle tensioni interne non risolte, anzi acutizzate dalla sua politica. La sua apparizione fu, diciamo, l’occasione che trovarono le correnti che si muovevano in maniera disorientata di ricoagularsi attorno ad un’idea centrale: la rinascita dell’autorità sacra ma laica a capo di un nuovo Impero universale unificato al suo interno da un’unica cultura facente perno su un’unica religione identificata come fattore fondamentale di coesione sociale. Per ora, quindi, l’idea c’è.

Le poche città sopravvissute alle devastazioni che avevano accompagnato e seguito il crollo dell’Impero Romano d’Occidente erano diventate da tempo sede dei vescovi. Di queste fondamentali figure ecclesiastiche collegate alla vita ed alla cultura “urbane” dobbiamo ora parlare per poter introdurre meglio il progetto che su di loro farà il primo Imperatore di un Sacro Romano Impero non più franco/carolingio, ma germanico.

Nell’Alto Medioevo non ci sono città di nuova fondazione, quelle rimaste, di fondazione romana, sono ridotte quasi a “vici” (villaggi) dalla poca manutenzione e dal decadimento generale della tecnica e della cultura.

I vescovi siedono su un trono, detto “cattedra”, posto nell’abside (dietro all’altare), e la chiesa del vescovo prende la denominazione di “chiesa cattedrale”: in quelle comunità cittadine ridotte a poche centinaia di abitanti questa è spesso l’unica chiesa che assicura tutti i sacramenti e la liturgia, e solo nelle città più grandicelle, che sono davvero pochissime prima del Mille, accanto a questa chiesa ci sono altre chiese (parrocchie) con presenza di sacerdoti residenti sul luogo in qualità di vicari del vescovo e dipendenti da lui. Solitamente, però, i presbìteri (i preti o sacerdoti) ed i diaconi che il vescovo nomina per farsi aiutare vivono in comunità (in una casa comune detta “canonica”) e da lì partono per svolgere i loro compiti.

Dalla città cattedrale i vescovi amministrano quindi spiritualmente (=organizzano e curano la regolarità delle funzioni religiose e la predicazione) porzioni di territorio chiamate “diocesi” dal linguaggio romano (il termine era stato usato dall’imperatore Diocleziano per definire i modi della sua amministrazione); i vescovi risiedenti in città importanti (metropolitane, da mater=madre) erano detti “arcivescovi” ed i loro territori “arcidiocesi”. Tra i vari compiti dei vicari del vescovo c’è quello di garantire la predicazione anche nelle campagne, dove durante questo periodo sorgono come riferimento edifici religiosi, le pievi (da “plebs”, popolo), piccole chiesine in cui si svolgono le funzioni religiose (per esempio, battesimi o funerali: http://video.google.com/videoplay?docid=387361107579196855). Le parrocchie rurali, invece, non ci sono più: avevano cominciato a diffondersi anche in Occidente, ma le invasioni avevano ridotto la rete ecclesiastica alle sole sedi urbane; Carlo Magno, lo sappiamo, aveva pensato pensato di ripotenziarle, ma di nuovo l’instabilità politica e le nuove invasioni avevano vanificato il suo tentativo.

Questa, quindi, la situazione della rete ecclesiastica dell’epoca che stiamo trattando.

Ma chi erano i vescovi e cosa rappresentavano?

I vescovi sono figure fondamentali dell’organizzazione della prima Chiesa cristiana: essi rappresentano e sono i depositari di una religione dai tempi di Costantino tollerata ed istituzionalizzata in un Dogma, il dogma trinitario.

Nei primi secoli, quando il Cristianesimo cercava di emanciparsi dall’essere germinazione di una religione esclusiva di un solo popolo (d’Israele) trasformandosi in un messaggio diretto a tutta l’umanità (Chiesa cattolica=universale), il fatto stesso che la nuova dottrina fosse attaccata da più parti (sia dai Pagani che dagli Ebrei) aveva spinto i suoi rappresentanti a prenderne vere e proprie difese dalle varie accuse (gli Apologisti=coloro che parlano in difesa: Pagani e Cristiani si davano a vicenda la colpa del crollo di Roma come punizione del Cielo, e gli Apologisti difendevano la posizione cristiana) e, al contempo, a definirne meglio le basi (compito, questo, dei Padri della Chiesa, della “Patristica”).

La nuova religione poneva inoltre problemi riguardo alla corretta diffusione ed alla corretta pratica del suo culto come è comune a tutte le religioni fondate su un testo scritto soggetto ad essere letto ed interpretato diversamente (e, peggio, individualmente). Le prime comunità cristiane si erano quindi raccolte attorno a persone dotate d’un particolare carisma o autorevolezza in comunicazione tra loro e chiamati “vescovi” (la parola greca da cui deriva questo termine vuol proprio dire “sorvegliante”), che erano diventati i responsabili dell’organizzazione di un’interpretazione unitaria ed unificante del messaggio “universale” in modo tale da non rischiare di farlo disperdere in molte sette o, addirittura, in vere e proprie “eresie”.

Furono perciò quegli stessi vescovi, i responsabili della corretta interpretazione e diffusione del messaggio evangelico in quanto successori degli Apostoli, a sentire il bisogno di organizzarsi in senso unitario.

La struttura gerarchica della Chiesa fonda quindi il suo senso nella necessità di avere e difendere una “ortodossia”, un’interpretazione ufficialmente riconosciuta come “corretta”: necessità che non si è inizialmente scontrata con l’esigenza di controllo da parte della Corte bizantina, anche se presto ha cominciato a soffrirne il peso.

Il Dogma cattolico ammette le due nature (divina ed umana) del Cristo: lo aveva stabilito una volta per tutte il Concilio (dei vescovi) di Nicea nel 325. Presieduto dallo stesso Costantino, quel Concilio aveva dichiarato eretica la dottrina di Ario, la quale rifiutava la natura divina del Cristo, il Dogma trinitario e tutto l’apparato che su di esso si appoggia (i vescovi intesi come successori degli Apostoli aventi avuto direttamente dallo Spirito Santo la missione di evangelizzare il mondo il giorno della Pentecoste); lo stesso Concilio aveva riconosciuto massima autorità della Chiesa il vescovo di Roma (su cui Costantino imponeva le sue decisioni), l’unico a poter essere chiamato “Papa”.

Da tenere qui ben presente che l’imperatore Costantino, che nel 330 deciderà di trasferire la Corte a Bisanzio/Costantinopoli, poteva trarre vantaggio da un Dogma che giustificava un apparato ecclesiastico ed il medesimo apparato su cui poter contare per mantenere il suo controllo culturale/ideologico dei territori occidentali.

Dal 395, come sappiamo, l’immenso territorio dell’Impero romano era stato diviso in due parti per volontà dell’imperatore Teodosio, che nel 380 aveva reso il Cristianesimo religione di Stato.

La sua parte occidentale, dal 476 senza un Imperatore, era stata a varie ondate invasa da varie stirpi germaniche ancora pagane o già diventate cristiane secondo però il dogma ariano. Dall’Oriente, infatti, si erano inoltrati nei territori dell’Est europeo missionari ariani per convertire i Germanici prima che essi si trovassero in diretto contatto con il Cristianesimo romano. Lo stesso Teodorico, re degli Ostrogoti in Italia, era ariano e, pur rispettando ed apprezzando la cultura romana, non si convertirà mai al Cattolicesimo.

Che i Germanici siano entrati inizialmente in contatto con questo Cristianesimo non dipendente da Roma mi sembra un dettaglio importante, se pensiamo allo scisma del 1500 che dividerà le Chiese cristiane riformate da quella cattolica e che stranamente coinvolge alcune popolazioni residenti negli antichi luoghi prima celti e poi occupati da molte di quelle antiche tribù barbariche. Senza volervi riconoscere una regola sempre valida, voglio solo fare attenzione su questo dato.

Tra la Chiesa d’Oriente (su cui domina l’l’impostazione politica dell’Imperatore bizantino) e la Chiesa di Roma si creano sin da principio motivi di attrito e tendenze interpretative differenti determinate dal diverso sostrato culturale di partenza. La loro profonda differenza investe addirittura il veicolo della comunicazione, la lingua: mentre in Oriente la lingua ufficiale è il Greco, in Occidente essa è il Latino. Chi dall’Occidente continua a volersi occupare di dispute deve conoscere il Greco, insegnato nelle scuole pagane; altrimenti, ne rimane fuori ed è portato a rivolgere la sua attenzione altrove, anche perché attorno a lui, in Occidente, intanto il mondo sta crollando.

A cavallo tra il IV ed i V secolo, cosciente dell’irrimediabilità di questo divario, San Girolamo (contemporaneo di Sant’Agostino) traduce dal Greco la Bibbia e consegna ai Cristiani d’Occidente un testo tutto per loro.

Intanto, nei villaggi delle campagne (pagus-pagi in Latino), mai ancora del tutto convertiti, riaffiorano forme di  “paganesimo” (“superstizioni pagane”), parola coniata dai primi Cristiani per definire chi non era monoteista.

Nel caos generale della quasi ventennale guerra gotica (VI secolo), l’Italia si impoverisce davvero. Riconquistata da Giustiniano, presa in parte dai Longobardi, sfruttata da entrambi, culturalmente essa si dividerà per lunghissimi secoli in un Nord ed un Sud esposti a culture e stimoli diversi, con in mezzo Roma, per tutto il periodo (200 anni) di presenza longobarda nel Nord un territorio formalmente ancora bizantino.

Le poche scuole cittadine sono andate distrutte; quelle che rimanevano sono state chiuse: le scuole romane erano laiche e municipali, la cultura che dispensavano era pagana.

Nelle chiese cattedrali sono sorte nuove scuole cristiane, che riducono sempre più i loro programmi: loro scopo principale è di istruire il clero, anche il basso clero, per renderlo capace di leggere la Bibbia, scritta ora in Latino, e di spiegarla al popolo; il tutto si riduce paian piano e per i più allo studio a memoria di qualche versetto dietro cui nascondere l’analfabetismo.

Il Cristianesimo ha così favorito una cultura di cui sono depositari solo i rappresentanti del clero. Ma è quasi solo l’alto clero a saper veramente leggere e scrivere, perciò a poter prendere in mano gli antichi testi degli autori classici, pagani: il popolo non deve entrare in contatto con questa cultura; i Barbari non sanno che farsene, dei libri e della cultura scritta, e, soprattutto, non conoscono la lingua che ne è veicolo, il Latino.

Tutto questo rapido discorso storico ci serve per fermare mentalmente un dato di fatto: quanto la figura dei vescovi cittadini fosse importante per chiunque volesse imporsi e dominare politicamente=culturalmente l’Europa occidentale. Lo stesso Giustiniano (l’Imperatore che fece costruire la cattedrale di Santa Sofia a Costantinopoli/Bisanzio), riconquistando l’Italia dopo la Guerra gotica, nel VI sec., e ritrovandosi davanti ad un territorio profondamente devastato, città semidistrutte, infrastrutture decadenti ed analfabetismo dilagante, aveva nominato sì dei “duchi“ che amministrassero e governassero in sua vece il territorio, ma si era dovuto soprattutto appoggiato all’unica struttura qui ancora operante: alla Chiesa ed ai suoi ministri, i vescovi, tentando di importare in Italia quel tipico suo modo di intendere la politica ed il suo ruolo di Imperatore inteso anche come capo della Chiesa. Giustiniano  ed i suoi successori pretesero che vescovi e Papa rispondessero ai loro funzionari e li aiutassero ad attuare le loro disposizioni anche in materia religiosa, diffondendo quella cultura artistica (bizantina) “informata” dalla tendenza a dire che la “Verità” sta “oltre” l’apparenza della materia, del terreno, che viene svilito di senso, perde valore e consistenza, si appiattisce sui muri, che ha valore solo in quanto “allude a qualcos’altro”.

Continuerò il discorso la prossima volta. Intanto, indico a chi voglia approfondire la Storia del Cristianesimo anche da un punto di vista meno ufficiale, il lavoro storico messo in rete con sei video al link http://www.youtube.com/watch?v=IG1OmpTxE30.

Cristina Rocchetto (educatrice e consulente pedagogista)

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