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L’inestirpabile provocazione della Natura

di Samuele Gaudio

Il tema della Natura è diventato in Europa, nel periodo compreso tra la fine del Settecento e la prima metà dell’Ottocento, uno degli argomenti più (approfonditi) e discussi.

Moltissimi letterati ed artisti si sono interrogati sul valore che questa (possa) assumere, (specialmente) considerando il rapporto tra essa e l’uomo, rapporto in cui inevitabilmente questi autori si sono trovati implicati. Tuttavia i punti di vista da cui questo tema viene considerato e i vari aspetti che gli vengono attribuiti sono diversissimi per ogni persona che si sia approcciata a questo argomento.

È interessante, per esempio, prendere in esame il modo in cui i maggiori poeti italiani di quel periodo, come Ugo Foscolo e Giacomo Leopardi, si domandino strenuamente, e senza mai riuscire a darsi una risposta soddisfacente, perché l’uomo si debba trovare in una (tale) situazione.

 

Nelle opere di Ugo Foscolo emerge un rapporto (estremamente particolare) con questa realtà, un rapporto da considerare ambivalente. Per esempio egli descrive nella poesia “ A Zacinto” la sua terra natale come fosse un luogo sacro,originario e originale ; la idealizza rendendola un luogo mitico, realizzazione di quella idea di natura armoniosa, equilibrata, che i neoclassici pensavano si fosse storicizzata nel periodo della Grecia classica. Allo stesso tempo ,però, fa percepire la distanza da questa situazione ideale, in quanto per lui concepire ancora la natura positivamente, come rivelatrice di significati trascendenti, come facevano gli antichi, è ormai impossibile.

Sempre in quella poesia per due volte egli parla di un fato, al quale imputa la colpa del suo esilio. Infatti la realtà presente è irrimediabilmente insoddisfacente, perché se ne è scoperta la limitatezza grazie alla rivoluzione scientifica.

(..)

L’efficacia del metodo scientifico, scoperto da Galileo e poi sviluppato nel Settecento, ha conferito all’uomo la presunzione che tutto possa essere spiegato; raggiungendo attraverso di esso la piena conoscenza di ogni cosa, con la conseguenza di aver (limitato) la realtà agli oggetti sensibili, misurabili e negandone quindi ogni sorta di significato. Questo è evidente nella dottrina materialista, concezione filosofica per cui l’unica realtà esistente è quella materiale e tutto deriva dalla sua trasformazione. In questo modo si riadatta la realtà, circoscrivendola a quello che l’uomo può spiegare oggettivamente.

Da questo deriva il pensiero per cui tutta la natura si rinnova continuamente grazie a una specie di ritorno in se stessa, un movimento ciclico per cui dalle cose che si corrompono ne nascono sempre delle nuove, che a loro volta sono destinate a distruggersi. Questo moto che continua a reiterarsi nel tempo, e coinvolge anche l’uomo, fa nascere in lui il dubbio che tutto, egli stesso compreso, possa finire nel nulla, come sostiene la dottrina materialista.

Questo “nulla” è un termine contro il quale si oppone l’umano naturale e strutturale desiderio di felicità.

Questa contraddizione tra la ricerca di felicità e il ciclico moto distruttivo della Natura è comunicato sensibilmente nelle opere di Giacomo Leopardi. Anche questo poeta sente l’urgenza di parlare del rapporto tra uomo e Natura, e arriva a renderlo esplicito nell’operetta morale “Dialogo de la Natura e un islandese”. Qui la Natura è personificata sotto le sembianze di una dama gigantesca e terribile, che rivela la sua totale superiorità e allo stesso tempo la sua indifferenza per la specie umana; che risulta non valere più di qualsiasi altra specie vivente; anzi si trova in una situazione peggiore, proprio perché consapevole della sua stessa esistenza, e quindi consapevole del proprio inevitabile futuro immergersi nel “nulla eterno”. Ecco perché Leopardi dice che l’uomo è stato creato per l’affanno, gli unici momenti di gioia possono consistere infatti, secondo il poeta, nei brevi attimi che seguono la scomparsa di un dolore, quindi un piacere negativo, come dice nella poesia “La quiete dopo la tempesta”, oppure in uno stato di inconsapevolezza di esistere. Nel “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” per esempio, il pastore interpella prima la luna e poi il gregge, il quale, proprio perché non consapevole di sé, non si strugge come fa invece il pastore stesso.

 

(Del resto), anche il modo di intendere la natura è cambiato. Nell’antichità la natura era vista come il tutto, la “physis”, “cosmos” ordinato e armonioso, nel quale si manifesta il soprannaturale, una natura tesa in un movimento che l’avrebbe ricondotta alla propria origine : l’arckè. Nel periodo considerato, a cavallo tra settecento e ottocento invece, questa è matrigna, quando ci si rivolge a lei è intesa come una “forza operosa che affatica tutte le cose”, come dice Foscolo, più che come totalità del reale. Essa è indifferente all’uomo e supera infinitamente le sue capacità di controllo. Ciò è evidente quando, manifestandosi nei suoi aspetti più violenti, suscita nell’animo umano un sentimento sublime di terrore, di sproporzione nei confronti di essa. La Natura non può essere, secondo questa visione, così conosciuta, posseduta attraverso il controllo dei principi armonici che la governano, come pensavano gli antichi greci, anzi diventa portatrice di morte e corruzione, nella quale lei stessa trova la fonte della sua autorigenerazione meccanica e continua.

 

C’è però un altro modo di osservarla, che si scosta dal pensiero sensista e meccanicista, ovvero quello di alcuni romantici, che non limitano la conoscenza della realtà solo all’aspetto misurabile e constatabile tramite ragione, ma considerano anche quegli aspetti comunicabili tramite il sentimento, inteso come una conoscenza soggettiva attraverso la quale si può essere colpiti da una cosa perché se ne intuisce la relazione con un significato. Si intuisce attraverso l’emozione l’esistenza di qualcosa di non definibile o misurabile che trascende la cosa stessa.

Questo vale per Caspar David Friedrich, che nei propri quadri non rappresenta la natura concependola come altro da sé anzi è lui stesso a dire che la sua arte proviene da dentro se stesso, scaturendo dal cuore, come fosse un parto dell’anima. Così la natura nei suoi quadri diventa parlante, rivelatrice di qualcosa oltre l’immediatezza della percezione dei sensi; si popola di simboli e di allegorie, e spesso il fruitore dell’opera viene introdotto nella visione dei suoi quadri attraverso la propria immedesimazione nei personaggi rappresentati che sono a loro volta osservatori all’interno del quadro, danno le spalle e sono sospesi in uno stato di contemplazione. Questo è lo stato che deve avere l’artista nei confronti della natura stessa, prima di lasciarne sedimentare l’impressione per poi rielaborarla personalmente, rendendone esplicito il significato. I quadri di Friedrich spesso invitano a compiere un viaggio che deve essere propriamente un viaggio dello sguardo, per riuscire ad oltrepassare la nebbia, che è impedimento alla visione vera delle cose, vera in quanto se ne considera anche la funzione di segno e non vera in quanto misurabile, ma arida e priva di senso. Questa idea dell’ “homo viator” è resa esplicita nel quadro “Viandante sul mare di nebbia” del 1818, dove il viaggiatore contempla il manifestarsi del divino nel paesaggio, poggiando i piedi sulla salda roccia che simboleggia la fede, oltre la nebbia dei limiti e impedimenti umani che rendono invisibile all’uomo la meta, la quale si perde nell’indefinitezza dell’orizzonte.

 

In conclusione si può affermare con certezza che se è possibile pensare, come ha fatto Leopardi, che la Natura sia indifferente all’uomo, è invece innegabile che l’uomo, anche con diverse opinioni, non possa esserlo nei confronti della Natura.

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