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Arte come invenzione

dalla tesina "La finzione artistica: veicolo di verità?" di Samuele Gaudio

Esame di Stato 2010

Esiste, però, un secondo modo per un artista di pensare la propria produzione artistica, ed è proprio quello per cui un’opera si concepisce come invenzione. Per rintracciare le differenze con la prima concezione si deve innanzitutto capire cosa significa invenzione. Come ho già accennato in precedenza, invenzione, come dice Manzoni nel “Dialogo dell’invenzione” deriva da invenire, che significa trovare. Questo comporta che l’opera non sia frutto unicamente della abilità del genio artistico, ma principalmente della capacità di osservazione dell’artista, che scopre qualcosa di ricco e di stupefacente nella realtà, e mette la sua abilità artistica a servizio di una comunicazione, il più possibile efficace, di quella cosa alle altre persone; Romano Guardini descrive questo nel testo “L’opera d’arte”: chi ha talento artistico incontrandosi con un oggetto della realtà esterna si sente toccato, toccato dalla particolare caratteristica delle sue linee, colori e movimenti che lo fanno non solo essere, bensì dire qualcosa, rivelare attraverso la facoltà della forma l’essenza. L’intimo dell’artista allora entra in un movimento peculiare, diventa aperto e ricettivo, ma insieme vigile, teso e pronto all’azione: sempre vi è insita nello stesso tempo la duplice caratteristica della recettività e dell’attività. È ciò che intende dire Goethe quando esorta l’artista “a fare di sé un organo per l’essenzialità delle cose e degli eventi quali si esprimono nelle loro forme”. L’artista vedendo affiorare l’essenza dalle forme si mette a disposizione affinché possa rivelarsi più pienamente” in questo senso l’invenzione dell’artista può servire all’esistenza. Questa concezione comporta che l’artista abbia innanzitutto un atteggiamento di fiducia nei confronti della realtà, nel senso che riconosce in essa la presenza di un valore superiore a quello che lui stesso può attribuirle. Il fare artistico si traduce quindi nel concetto di imitazione, fondamentale nella cultura antica. Imitazione non significa copiare l’esperienza reale, riproducendola in una rappresentazione illusoria, ma significa reinterpretare il fatto vissuto, operando una sintesi che evidenzia ed esalta il valore che si è riconosciuto all’interno di quell’esperienza vissuta. Imitare, in un’opera d’arte, comporta sempre una sintesi, innanzitutto perché il reale deve essere tradotto tramite quegli strumenti che sono peculiari a quel tipo di finzione artistica. Ad esempio, nel caso di un’opera pittorica, il reale si deve tradurre tramite gli elementi costitutivi di un quadro, ovvero il tipo di composizione, il colore, la linea, la luce, il formato dell’opera, il soggetto, eccetera. In un’opera letteraria, si tradurrà secondo la parola, la sintassi, la metrica, il ritmo, il genere letterario, ecc…. Infine, in un’opera teatrale si codificherà attraverso il gesto, l’azione, la parola recitata, la relazione fra l’attore e il pubblico, fra l’attore e lo spazio, e tra gli attori.

 

L’opera d’arte come finzione

L’opera, essendo composta da un uomo ed essendo parziale, è finta.

La parola finzione deriva da “fictum”. “Fictus” è il participio passato di “fingo”  e significa “formato, riprodotto, plasmato, fabbricato, simulato, imitato”.

Ci si riferisce quindi ad una azione, che però parte da qualcosa che c’è già, da qualcosa di già esistente, che viene trovato dall’artista, colui il quale compie l’azione, e che lo colpisce.

L’artista, quindi, come possiamo dedurre, prima di diventare fautore di un’ opera, deve necessariamente essere un attento osservatore. In prima istanza, cioè, deve essere disposto ad accogliere, a ricevere in sé una cosa che già esiste, e che ha in se stessa la possibilità di essere trovata. Prima che l’artista trovi la bellezza dentro una cosa, sussiste solo la possibilità che ciò accada, quindi potremmo dire che l’osservatore ha una “missione”, perché quella cosa è fatta anche perché lui stesso possa esserne colpito (come dice Romano Guardini in “L’opera d’arte”). Ma ciò che ha trovato l’artista incontrando quella cosa non si limita al puro oggetto, evento, fatto concreto e materiale. È subito evidente che l’importanza di quella preziosa scoperta rimanda a qualcosa che va oltre l’ esistenza contingente di quell’oggetto. L’artista ne è colpito perché vede comunicarsi qualcosa che lo interessa da vicino, che lo tocca nella sua condizione, nel senso che intravede un valore più universale di quel fenomeno particolare, che può valere anche per altri uomini. Ed è proprio in questo senso che deve continuare la sua “missione”, nel senso cioè che, trovatosi davanti a una cosa concreta che gli indica qualcosa di vero, di bello, ha ora il necessario compito di dirlo anche ad altri uomini. Ma come può avvenire questo?

Bibliografia

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1-Paola Viale (1045 file)

2-Miriam Gaudio (676 file)

3-Carlo Zacco (394 file)

4-Vincenzo Andraous (354 file)

5-Gianni Peteani (294 file)

6- Giovanni Ghiselli (288 file)

7-Enrico Maranzana  (266 file)

8-Piero Torelli (153 file)

9-Luca Manzoni (147 file)

10-Sandro  Borzoni (133 file)

11-Maria Concetta Puglisi (117 file)

12-Irma Lanucara (104 file)

13-Gennaro Capodanno (92 file)

14-Elio Fragassi (85 file)

15-Laura Alberico (70 file)

16-Alissa Peron (63 file)

17-Francesco Avolio (59 file

18-Rosalia Di Nardo (54 file)

19-Silvia Sorrentino (47 file)

20-Vittorio Tornar (46 file)

20-Cristina Rocchetto (46 file)

22-Samuele Gaudio (44 file)

 

 

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