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I terremoti

Traccia per un saggio breve o articolo di giornale

AMBITO TECNICO – SCIENTIFICO

Compito in classe di italiano

TIPOLOGIA B - REDAZIONE DI UN “SAGGIO BREVE” O DI UN “ARTICOLO DI GIORNALE”
CONSEGNE (puoi scegliere uno degli argomenti relativi ai quattro ambiti proposti)

Sviluppa l’argomento scelto o in forma di «saggio breve» o di «articolo di giornale», utilizzando, in tutto o in parte,  e nei modi che ritieni opportuni, i documenti e i dati forniti.

Se scegli la forma del «saggio breve» argomenta la tua trattazione, anche con opportuni riferimenti alle tue conoscenze ed esperienze di studio.

Premetti al saggio un titolo coerente e, se vuoi, suddividilo in paragrafi.

Se scegli la forma dell’«articolo di giornale», indica il titolo dell’articolo e il tipo di giornale sul quale pensi che l’articolo debba essere pubblicato.

Per entrambe le forme di scrittura non superare cinque colonne di metà di foglio protocollo.

4. AMBITO TECNICO – SCIENTIFICO

I terremoti

 

1) Terremoto 6.0 devasta il centro Italia. Centinaia fra morti e feriti. Si scava fra le macerie. Amatrice, Accumoli e Arquata i centri più colpiti

Più di 300 scosse, la prima e più violenta alle 3.36. Interi paesi rasi al suolo. Il dramma dell'hotel Roma: c'erano almeno 70 ospiti. Una bambina di dieci anni estratta viva a 17 ore dalla prima scossa

ROMA - L'Italia piange ancora una volta, scossa e dilaniata da un altro terribile terremoto che ha colpito il cuore del Paese. Nella notte un forte sisma di magnitudo 6,0 ha devastato l'area fra Lazio, Marche, Umbria e Abruzzo, provocando morti e feriti. "Sono almeno 120 le vite spezzate", ha detto da Rieti il presidente del Consiglio, Matteo Renzi. Parlando anche di 368 feriti e malati portati via da Amatrice e Accumoli con elicotteri ed eliambulanze. Il bilancio in serata si è ulteriorarmente aggravato: la protezione civile ha reso noto che i morti sono 159, 106 nel Reatino e 53 nell'Ascolano. Migliaia gli sfollati.

di Anna Lombardi, Agnese Ananasso, Katia Riccardi E Simona Casalini

La Repubblica, 24 agosto 2016

 

2) Terremoto in centro Italia. L’anomalia di una scossa poco profonda

L’origine tra 5 e 7 chilometri sotto la superficie. «Per questo l’onda può fare danni maggiori»

C’è un’anomalia in questo terremoto che ha portato per l’ennesima volta vittime e danni nella martoriata Penisola. È la scarsa profondità alla quale si è liberata la potenza accumulata nella roccia. «Tra cinque e sette chilometri appena, e questo ha portato più facilmente l’onda distruttrice ad abbattersi sulla superficie e provocare disastri e crolli» spiega Andrea Tertulliani, primo ricercatore e direttore di sezione dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia Ingv.

Punto originario

Se l’ipocentro, cioè il fatidico punto originario, fosse stato più in basso — come in genere era accaduto in passato — il suolo avrebbe attutito l’impatto negativo. Così i sensori sono stati attivati da un impulso che ha raggiunto i 6 gradi della scala Richter, registrando il sisma più potente dopo quello dell’Aquila del 2009 (5.9 gradi della scala Richter).

La dinamica del terremoto

«Perché si sia manifestato in questo modo è impossibile dirlo. Sono molti i fattori che entrano in gioco nel generare la faglia diffusa su un’estensione di una trentina di chilometri — aggiunge Tertulliani —, un dato che riusciamo a valutare considerando la superficie coperta e le sequenze dei sismi minori dirette verso l’Umbria e succedutisi dopo la scossa principale. Anche per questo sisma la causa principale è sempre la stessa; vale a dire lo scontro fra le due placche che hanno dato origine agli Appennini e alle Alpi».

La placca africana

Si tratta in particolare della placca africana che spinge verso nord andando a scontrarsi con la placca euroasiatica. E l’Italia si trova in una zona che mostra pure altri frazionamenti con scontri incrociati di forze che portano il mare Tirreno ad allargarsi e l’Adriatico a restringersi. Da questo infernale scenario geologico nasce il triste record che abbiamo di essere uno dei Paesi più sismici della Terra.

Purtroppo, dal punto di vista scientifico, il terremoto della notte scorsa rientra nella «normalità» di un’area altamente sismica, dunque con elevata pericolosità. Un territorio capace di esprimere, nel corso della sua storia, eventi abbastanza simili; come i terremoti quasi gemelli del 1639 e 1646 o l’altro dagli effetti comparabili del 1703. «Anche se non vuol dire niente — spiega Tertulliani — bisogna notare che qui da un po’ di tempo non si registravano eventi violenti. Tra il terremoto dell’Aquila e questo, comunque, non c’è alcun collegamento. Ognuno è stato originato da una propria faglia e le due sono separate tra loro. Tutto il sottosuolo dell’Appennino è spezzettato». Da questa situazione deriva anche la sismicità di fondo che segna in continuazione l’intera Penisola con movimenti frequenti su valori tra due e tre gradi della scala Richter, che per fortuna non provocano danni e non fanno notizia, ma che testimoniano di una condizione del suolo sempre a rischio di cui essere coscienti.

Micro fratture

Proprio per le sue caratteristiche la zona investita dal sisma è costellata da strumenti di rilevazione. «I dati che raccogliamo però — nota amaramente lo scienziato dell’Ingv — ci servono per mantenere una costante osservazione e per cercare di capire il fenomeno sperando un giorno di arrivare a individuare in anticipo qualche segnale degli eventi che oggi ci colgono all’improvviso».

Lo sforzo di indagine che si compie è notevole e coinvolge altri gruppi. «Dall’Umbria alla Campania sono numerosi gli studi che abbiamo in corso sulle faglie attive — ricorda Paolo Messina, direttore dell’Istituto di geologia ambientale e geoingegneria del Cnr — e in particolare effettuiamo approfondimenti sulla microzonizzazione, cioè sulle fratture minori disseminate nel sottosuolo, importanti per valutare il pericolo».

Corriere della sera, Giovanni Caprara, 24 agosto 2016

  

3) Terremoto Centro Italia, crolla la basilica di Norcia: le immagini prima e dopo

Il terremoto di magnitudo 6.5 che ha colpito il Centro Italia ha provocato il crollo della basilica di San Benedetto, a Norcia. Rimane in piedi soltanto la facciata: le immagini della basilica prima e dopo il sisma

Risultati immagini per san benedetto norcia prima e dopo

La Repubblica, 30 ottobre 2016

 

4) Non è colpa del destino: i terremoti vanno studiati

«Oltre a ciò l’inverno fu rigidissimo e seguirono grande carestia, mortalità di uomini, pestilenza di animali...», scrive fra Jacopo Filippo Foresti del sisma pauroso del gennaio 1117. E ancora gelo e nevicate si accanirono sugli scampati al grappolo di terremoti del gennaio 1703 in Abruzzo. E poi su quelli del gennaio 1915 nella Marsica. La neve, scrisse il Corriere, «ha come voluto collaborare con il terremoto schiacciando tetti già indeboliti...». Non bastasse, calarono i lupi aggirandosi «con particolare insistenza intorno alle macerie». Solo questi racconti riemersi dal passato danno la dimensione epocale di quanto è successo e sta succedendo sul nostro Appennino. Strade bloccate, sfollati con il morale a pezzi e le lacrime gelate sulle guance, soccorsi nel caos, allarmi in un’area sempre più vasta, sfoghi di rabbia contro i ritardi, animali sgomenti che vagano nel nulla... Non ci sono più i lupi. Ma il senso d’impotenza e di un destino ineluttabile che prendeva alla gola i nostri antenati è rimasto intatto. È vero, bufere di neve così violente sono una fatalità. Lanciata una maledizione a Chione, la dea della neve, però, c’è tutto il resto. E lì tirare in ballo il Fato non ha senso.

A Pieve Torina in provincia di Macerata la neve ha tirato giù una tensostruttura provvisoria adibita ad asilo. Non c’erano bambini, per fortuna. Ma prima di montarla per metterci la scuola d’infanzia si erano presi la briga di controllare, ad esempio in un saggio di Vincenzo Romeo di Meteomont, il Servizio nazionale di previsione neve e valanghe, le serie storiche dove si spiega che sull’Appennino centro-meridionale nevica, e tanto, per una media di 25 giorni e mezzo a inverno? Fino alle otto di sera sono state registrate, oltre alle quattro scosse di magnitudo 5 o superiore che hanno risvegliato i peggiori incubi, altre 257 botte più o meno violente superiori a 3. E migliaia di minori. E lì neppure, sull’immediato, è possibile far niente: la natura decide, la natura fa. Ma se non si può prevedere «quando» arriveranno nuovi terremoti, gli studi sul nostro passato e le strumentazioni di oggi sono però in grado di ipotizzare «dove» arriveranno. Il sismologo dell’Ingv Gianluca Valensise, per dire, aveva sottolineato due mesi fa: «A sud-est di Amatrice e fino all’Aquila c’è un bel pezzo di crosta terrestre che non ha rilasciato eventi significativi». Insomma, presto o tardi… Qualcuno, allora, avrà toccato ferro. Così come sono ancora troppi quelli che preferiscono evitare certi temi: «Hiiiii! Non portiamo iella». «Non ne possiamo più della cultura della “sfiga”. Basta. È indegna di noi. Della nostra intelligenza. Della nostra storia», è sbottato recentemente Renzo Piano, chiamato a coordinare il progetto Casa Italia, «La natura non è buona o cattiva: se ne infischia di noi. Inutile chiamarla in causa. I terremoti ci sono sempre stati e sempre ci saranno. Ed è stupido fingere che non sia così».

Parole sante. Che dovrebbero spingere un popolo serio a farsi carico del problema. Giorno dopo giorno. Per anni. Anche nei giorni di fiacca. Senza farsi distrarre via via dai guai di Virginia Raggi, dal voto referendario, dall’elezione di Trump… Tutte cose serie, per carità. Anche in Giappone seguono i fatti del giorno. Ma non perdono mai di vista il tema vitale: la fragilità davanti al rischio sismico. Esattamente due mesi fa c’è stato un terremoto di magnitudo 7,4. Titoli sui giornali: «Solo feriti leggeri». Grazie a decenni di prevenzione. Cosa sarebbe successo, da noi? Sull’emergenza siamo bravissimi. E anche stavolta, grazie agli sforzi e alla generosità della protezione civile, dei militari, dei volontari, stiamo dimostrando come il Paese sappia reagire. È il passo lungo che ci manca. E ci mancherà finché, ad ogni emergenza, ci assolveremo: «Mai successo prima!» Non è vero. Il grappolo di terremoti di tre secoli fa nella stessa area di oggi, come dimostra uno studio di Emanuela Guidoboni e lo stesso Valensise, cominciò nel settembre 1702 e si esaurì, dopo 23 scosse superiori a 6,5 gradi della scala Mercalli (di cui una dell’undicesimo grado!), solo a novembre del 1703. «In questo loco si sta in un inferno aperto sentendosi duecento e trecento volte tra giorno e notte botte come artiglierie», dice una lettera inviata dall’Aquila a Rieti, «e in appresso sono de terremoti grossissimi che ci fan arricciare li capelli». Meglio saperlo per sfidare il problema o meglio toccare il cornetto di corallo?

Corriere della sera, 18 gennaio 2017, di Gian Antonio Stella

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