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Critica al concetto di dispositivo pedagogico

di Luigi Gaudio

Il concetto foucaultiano di dispositivo è stato introdotto nel dibattito pedagogico da Riccardo Massa, soprattutto in Educare o istruire? La fine della pedagogia nella cultura contemporanea, Unicopli, Milano 1990, e in Cambiare la scuola, Laterza, Roma - Bari 1998).

Riccardo Massa era pedagogista e docente all’Università di Milano- Bicocca.

Egli ha indagato la pedagogia con uno sguardo clinico, con un’impostazione scientifica, con le pretesa di veder cambiare l’allievo, di non lasciarlo com’è.

Massa scriveva che è il dispositivo che “determina la forma-scuola e il suo funzionamento”.

In un suo scritto, Raffaele Mantegazza, docente di Storia della Pedagogia all’università di Milano Bicocca, prima allievo, poi collega di Riccardo Massa, ha definito il dispositivo pedagogico “un insieme strutturato e solo parzialmente visibile di norme, oggetti, rituali, fantasmi, proiezioni, tecniche, metodologie, prescrizioni, soggetti; il dispositivo è dunque sia la rete che si stabilisce tra elementi eterogenei, sia la natura del legame tra gli elementi, sia la funzione strategica cui tale insieme risponde, sia infine la surdeterminazione funzionale di ciascun elemento sull’altro.

Ancora Mantegazza dice:

“Strutturare gli elementi di un setting in un certo modo e non in un altro significa instaurare un dispositivo pedagogico, il cui fine non è dare luogo a una rappresentazione artistica ma unicamente permettere la costituzione di soggettività. Possiamo allora definire l’educazione come dispositivo esperienziale che permette e la costituzione di nuove soggettività, ovvero come dispositivo antropogenetico in atto”.

Mi sembra che la prospettiva adottata da Riccardo Massa e da Raffaele Mantegazza sia profondamente diversa da quella esposta dal prof. Bertagna, poiché mentre per Bertagna è l’allievo ad essere protagonista in “positivo”, per Massa e Mantegazza l’attenzione è incentrata sul dispositivo pedagogico, cioè sul punto di vista dell’educatore, che, nella prospettiva di Mantegazza, sa dove vuole condurre l’allievo. Quest’ultimo è posto in secondo piano, non si assume il punto di vista della persona che, in via di formazione, potrebbe contribuire al processo, potrebbe non solo subire un dis-positivo, ma anche essere artefice di un “positivo”.

Ho trovato altri testi che presentavano il discorso dei dispositivi pedagogici, riprendendo Foucalt e Massa, senza particolare criticità, usando la parola “dispositivo pedagogico” come un termine alla moda per chi oggi vuole intraprendere un discorso pedagogico:

·       nel testo di Francesco Cappa “Intenzionalità e progetto” , ed. Franco Angeli

·       nel testo “Formazione clinica e sviluppo delle risorse umane” di Anna Rezzara e Stefania Ulivieri Stiozzi, con i contributi di Piero Barone, Stefano Bertolina, Lucia Frigerio, Elvira Lattanzi, Paola Marcialis, Paolo Mottana, Cristina Palmieri, Andrea Varani, ed. Franco Angeli

In definitiva, mi sembra che, seguendo quanto afferma Giuseppe Bertagna in "Autonomia. Storia, bilancio e rilancio di un'idea", i “dispositivi pedagogici” debbano essere ridimensionati, nell’agire pedagogico. Essi sono le pratiche istituzionali, che devono essere assimilate e trasformate, all’occorrenza, per valorizzare al massimo l’apporto della persona che agisce. Nello specifico, occorre incentrare l’attenzione su “chi educa” e “chi è educato”, e non su “che cosa educa”.

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