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Il problema dell' interdisciplinarietà

Ho sempre pensato che la divisione del sapere in discipline umanistiche e in discipline scientifiche sia una divisione artificiosa e forzata, e lo spiegherò attraverso alcuni passaggi logici fondamentali al riguardo.

  1. L’interdisciplinarietà non è un optional

Nelle aule delle scuole superiori si aggira un fantasma che ogni tanto fa capolino nelle aule dei consigli di classe, dei collegi docenti e delle commissioni di maturità: è il fantasma della interdisciplinarietà. La legge che ha introdotto il nuovo esame di stato e poche altre leggi ci hanno costretto ad allargare gli orizzonti, ma noi insegnanti siamo sempre ben arroccati nella nostra torre d’avorio della disciplina, e così non capiamo che l’interdisciplinarietà è ontologica nell’uomo, cioè fa parte del suo essere una persona fatta di determinati stimoli, impulsi e strumenti fisici. Allora, se capissimo questo, capiremmo che il lavoro comune, fra docenti anche di materie diverse, porterebbe a valorizzare le capacità dell’alunno, a moltiplicarle, non a disperderle. Un esempio lampante è quello del percorso di approfondimento, cosiddetta tesina, da esporre all’esame di stato nella prova orale. È lì che si gioca la possibilità di vedere il saper non come la sommatoria di più discipline, ma come uno sguardo comprensivo, che, in quanto tale, permette finalmente di liberarci da

  1. La prospettiva umanistica non può fare a meno di quella scientifica.

Questo ce lo ha fatto capire in modo particolare Dante. Per i medievali, la realtà è unica, e la rappresentazione di essa, che sia di carattere letterario o di carattere scientifico, risponde ad una serie di passaggi logici, che sono assimilabili. Insomma, la stessa logica che sta alla base di un’opera letteraria, è anche il principio su cui si regge l’universo. Ad esempio, per Dante, l’amore è colui che “spira”, cioè ispira il poeta (il quale poeta stilnovista non fa altro che annotare quanto dettato da amore). Dice infatti nel 24° canto del purgatorio:  “I' mi son un,che quando/ Amor mi spira, noto”. Ma l’Amore è anche alla base della rotazione delle sfere celesti, e quindi, dell’intero universo, come dice l’ultimo verso del poema “l’amor che move il sole e l’altre stelle”. La prospettiva centrifuga che sembra invece regnare nella cultura dei nostri tempi, crea forse i presupposti per una visione a compartimenti stagni del sapere, come se le singole discipline intrattenessero rapporti sempre più labili tra di loro nell’universo in espansione della cultura moderna, in cui pare che l’originaria unità del sapere sia un ricordo ormai lontanissimo nel tempo, e prevale l’aspetto della molteplicità. Eppure, alcuni fra gli spiriti più sensibili della modernità, hanno vissuto il loro operato come una possibilità di indagine del reale, assolutamente non in contraddizione con gli aspetti scientifici dello stesso sia nel campo della letteratura, sia in quello dell’arte. Si possono leggere a questo proposito i testi narrativi “Palomar” di Calvino e “Il sistema periodico” di Primo Levi, o gli illuminanti testi di Leonardo da Vinci. Anche se Leonardo è parecchio lontano da noi nel tempo, il suo percorso culturale rimane un paradigma di come l’eccellenza nel campo dell’arte non sia in contraddizione con una ricerca scientifica appassionata e rigorosa. In altri termini, la presenza di una prospettiva scientifica in un’opera letteraria, artistica, o musicale, aiuta a riconsiderare il proprio genio artistico non come un’estemporanea romantica ispirazione soggettiva, ma come l’adesione dell’artista e del pittore ad una realtà più grande. Diceva infatti Guardini in una conferenza, confluita poi nel testo “L’opera d’arte” edito da Morcelliana:  “Chi ha talento artistico […] incontrandosi con un oggetto della realtà esterna, un albero, un animale, una figura umana, si sente toccato – toccato dalla particolare caratteristica delle sue linee, colori e movimenti che lo fanno non solo essere, bensì dire qualcosa, rivelare attraverso la facoltà della forma l’essenza. […] In questo stato l’artista si protende verso ciò che si trova al di fuori di lui non per metterlo al servizio di uno scopo pratico, come farebbe un tecnico, bensì per ricrearlo di nuovo”[1]

  1. La prospettiva scientifica non può fare a meno di quella umanistica

    1. anzitutto perché esiste una storia delle discipline scientifiche, che aiuta a comprendere le modalità con le quali quella disciplina si è resa autonoma dalle altre, e ha costituito i propri principi , metodi e leggi;
    2. poi, perché quando la scienza e la tecnologia sono state concepite come fine a se stesse, nello scientismo e nel tecnologismo, si sono creati mostri. Quando invece, come nella Grecia classica, e nell’età medievale, la scienza non è stata intesa come autoreferenziale, ma inserita in un orizzonte culturale più vasto, essa ha creato i presupposti per grandi innovazioni, benefiche per tutta l’umanità.

Come esempio illuminante di questa interconnessione, parlerò della telematica. Agli inizi della storia dell’informatica, sembrava che solo i programmatori, di formazione scientifico-tecnologica, potessero utilizzare il computer con tutte le sue capacità. Invece i letterati, i filosofi, i linguisti, non potevano usufruire del mezzo, semplicemente perché non ne avevano gli strumenti.  Ebbene, la storia del web ha ribaltato questo pregiudizio. Col passare degli anni, gli esperti di comunicazione, quelli che avevano comunque qualcosa da dire, per esempio letterati, filosofi, esperti delle lingue straniere, hanno soppiantato i puri tecnici, che si sono ritrovati a dover gestire solo una parte irrisoria di quanto circola a livello di rete. Internet, quindi, pur con tutti i limiti di uno strumento di per sé eterogeneo e anarchico, è comunque una palestra di interdisciplinarietà e di interconnessione fra i saperi, se pensiamo, per esempio, alla Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche, della RAI, o ai molti siti ipertestuali che sono stati creati, anche da semplici professori.

  1. Conclusioni

Quindi, in conclusione, la pretesa dei cultori delle scienze o delle lettere, di creare universi a parte, mondi di iniziati, cui solo pochi possono accedere, è un alibi dietro il quale si nasconde la pochezza intellettuale di chi non è in grado di connettere i saperi tra di loro, operazione necessaria se si vogliono aprire nuove e stimolanti prospettive, in ogni singola disciplina.

[1] Romano Guardini, L’opera d’arte, Morcelliana, pag. 15

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