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Intercultura

gli incontri che cambiano il mondo (4)

di Cristina Rocchetto

leggi prima Intercultura, ovvero un’altra esperienza potente per la scoperta di sé (1) di Cristina Rocchetto

e Intercultura: ovvero lo scambio interculturale come scoperta di sé (2) di Cristina Rocchetto

e Intercultura: educare i giovani ad un’etica aperta alla mondialità diventando minoranza all’estero (3) di Cristina Rocchetto

Ed eccoci infine all’ultimo articolo da me dedicato al progetto “Intercultura”.

Generalmente io, che amo scrivere, mi diverto a creare da sola le mie “frasi ad effetto”; ma devo dire che nel materiale che ho visionato ho potuto apprezzare il gusto nello scegliere i propri di questo progetto, e voglio qui fare omaggio ad alcuni degli slogan usati per promuovere le proprie iniziative e i loro ideali sottesi. Avevo così già chiuso l’articolo scorso (3), che descriveva quanto viene offerto direttamente agli studenti, con uno dei più significativi di essi: “Intercultura: ti porta lontano, ti resta vicino”; nel rivolgermi adesso a ciò che riguarda il secondo target, le famiglie, utilizzerò una frase molto utilizzata nel campo dello spettacolo: “Aggiungi un posto a tavola”.

Si dà infatti un modo molto semplice di vivere un’esperienza interculturale senza muoversi da casa, ossia trasformando noi stessi locali in famiglie ospitanti ed accogliendo un adolescente straniero a casa nostra per un periodo di varia durata - per il solo periodo estivo; oppure per un intero semestre o per tutto l’anno scolastico; i periodi bi/e trimestrali invece rimangono più legati più al concetto di “reciprocità degli scambi”, per i quali si richiede che la famiglia del ragazzo che voglia usufruire di un’ospitalità di durata limitata all’estero si impegni a sua volta di ricambiarla a casa propria solitamente ospitando il coetaneo del proprio figlio da cui lui ha vissuto la sua esperienza di soggiorno (o viceversa). Rimando per ulteriori dettagli le famiglie al sito di “Intercultura” (www.intercultura.it). Qui vorrei invece fare più luce sul punto delicato della selezione delle famiglie che danno la loro disponibilità per diventare “famiglie ospitanti”.

C’è intanto da dire che per “Intercultura” non è sempre necessario che la famiglia abbia figli coetanei dei ragazzi da ospitare per i periodi lunghi; anzi, effettivamente non è necessario neppure che tale famiglia abbia figli. Ciò che è necessario è però che essa sia capace di offrire un ambiente protetto, sereno ed affettuoso al quale il ragazzo straniero possa fare riferimento in termini emotivi e psicologici, e nei depliant informativi il concetto è espresso in maniera molto semplice: la famiglia deve essere disposta ad accoglierlo come fosse un proprio figlio. Si tratta, lo ripeto, di ragazzi minorenni di 15/18 anni, ed è molto importante che trovino nella casa ospitante questo sentimento di affettuosa apertura, un’apertura che deve saper trascendere la momentanea curiosità verso un ragazzo ancora in formazione.

Fatto questo punto, c’è anche da sottolineare che, attraverso il soggiorno presso un’altra famiglia, un ragazzo proveniente da una situazione familiare dove si trova ad essere figlio unico potrebbe scegliere o accettare di sperimentare per 6 mesi o un anno l’esperienza dell’essere membro di una famiglia più numerosa; mentre, al contrario, figli non unici possono invece avere l’opportunità di sentirsi al centro dell’attenzione di una famiglia con figli grandi o senza figli del tutto; similmente, una ragazza senza fratelli o un ragazzo senza sorelle possono sperimentare la novità di questo tipo di convivenza inedita. Ma anche la coppia che non abbia avuto la gioia di aver figli può avere la straordinaria opportunità di accogliere per un periodo non brevissimo un minore con il quale creare un rapporto che non finisce (generalmente) con la fine del soggiorno…

Insomma, al di là dell’aspetto più ovvio dello scambio interculturale tra persone tra loro straniere quanto a nazionalità, la coabitazione porta con sé una moltitudine di sfaccettature e di aspetti impossibili da elencare qui senza risultare troppo schematica: dipende… chissà….

Come per i ragazzi, anche per le famiglie esistono ovviamente domande di candidatura, selezioni, colloqui, test, incontri di formazione e preparazione; anche poi, in itinere, durante cioè il soggiorno del ragazzo, la famiglia ospitante avrà sempre modo di poter far riferimento ai volontari locali che seguono comunque il ragazzo e si occupano del suo inserimento a scuola e nell’ambiente culturale per lui ancora nuovo; e, a soggiorno finito, sia i ragazzi tornati a casa loro che le famiglie che li hanno ospitati avranno il supporto necessario per superare lo shock del distacco.

Contemporaneamente a queste forme di affiancamento attivate dai facilitatori di “Intercultura”, anche la famiglia d’origine sarà sempre mantenuta aggiornata dagli operatori volontari della propria zona, avendo così la possibilità di seguire l’evolversi dell’esperienza fatta altrove dai propri ragazzi pur rispettandone in parte la distanza, imparando ad osservarli muoversi in maniera più autonoma e sorprendentemente, talvolta, personale.

Un ultimo slogan, “Aprire al mondo le finestre delle scuole”, mi serve invece per introdurre finalmente l’argomento rivolto al terzo ed ultimo target del progetto “Intercultura”: le scuole - in questo caso anche le scuole medie inferiori, oltre che le superori. Sarebbe anzi molto auspicabile che questo tipo di esperienze fossero introdotte cominciando dai ragazzini delle medie, quelli che semmai poi d’estate andranno a trascorrere un paio di settimane nei boschi (vedere tra i miei articoli precedenti), in modo da abituarli ad avere dimestichezza con l’estero senza partire da soli, insieme invece all’intero gruppo-classe ed accompagnati da un insegnante curricolare; così come sarebbe auspicabile un soggiorno all’estero per tutti i ragazzi, sia quelli delle scuole che quelli delle università.

Ricordiamoci che l’idea del “viaggio di studio” e “di formazione alla vita” non è nuova: anche nell’antichità, i Romani ritenevano importante un viaggio culturale alla volta della Grecia, così come, dal tempo del Rinascimento in poi, sarà valutato un viaggio in Italia; ma anche nel Medioevo, come ci ricorda lo storico Philippe Ariès, i giovani aristocratici si staccavano presto dalle loro famiglie e vivevano un lungo soggiorno (di anni) presso famiglie dello stesso ceto sociale spesso residenti in altri Paesi per imparare ad essere adulti. Io (ma non sono la sola e, come precisato, neppure originale) anche, perciò, insisto sulla positività di sfruttare quella fascia di età compresa tra gli 11 ed i 20 anni per fare senz’altro quelle esperienze di “allontanamento graduale e mirato”, come le chiamo, dalla propria famiglia, dal proprio ambiente (il gruppo conosciuto dei pari), fino ad allontanarsi e prendere psicologicamente distanza anche dal proprio contesto/mondo culturale.

La modalità degli scambi di classe è molto semplice, si basa sul principio della reciprocità ed è ormai già conosciuta da molte scuole, soprattutto all’estero. Si tratta di utilizzare agenzie come “Intercultura” che fungano da intermediari affidabili tra la scuola italiana ed una scuola corrispondente estera per organizzare un soggiorno di un paio di settimane ad una o più classi che verranno ospitate dalle famiglie degli studenti della scuola estera, di cui frequenteranno le attività curriculari, in cambio dell’offerta della stessa opportunità di soggiorno nel proprio Paese durante il corso del medesimo anno o anche l’anno seguente; le scuole ed i loro insegnanti pianificheranno attività, gite, tempo ricreativo al dettaglio prima della partenza, in modo che sia la classe ospitata che quella ospitante traggano il maggior beneficio possibile da questa opportunità limitata quanto a durata, ma, se organizzata intelligentemente, intensa. Di nuovo, per ulteriori informazioni, rimando al sito di “Intercultura” ed ai suoi impegnatissimi e disponibilissimi volontari.

Spero vivamente di essere stata stimolante e di aver suscitato in molti lettori interesse verso queste maniere molto pratiche di far allargare ai propri figli gli orizzonti personali, valoriali, culturali. Vorrei avvertire coloro che mi seguono che su molti di questi temi da un mesetto discuto anche dalla mia pagina Facebook, uno strumento che, come tutti gli strumenti, se usato con intelligenza può tornare veramente molto utile. Su quello che è definito “profilo” ho pubblicato varie segnalazioni di interesse sociale, a cui eventualmente rimando chi su Facebook anche si trova. Personalmente, sono raggiungibile sia lì che dal sito di Socialidarity, con il quale mi firmo.

Cristina Rocchetto

 

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2-Miriam Gaudio (676 file)

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6- Giovanni Ghiselli (288 file)

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