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Non recidere, forbice, quel volto

di Eugenio Montale

di Valentina Illengo

Introduzione

In questa lirica, tratta dalla raccolta “Le occasioni”, Eugenio Montale intreccia due immagini: l’azione implacabile dell’oblio, raffigurato da una forbice che recide le immagini della memoria, facendole precipitare in una nebbia insondabile e fredda; la potatura novembrina dell’acacia, che fa cadere dai rami l’esoscheletro vuoto di una cicala, proprio come dalla mente si staccano irrecuperabilmente i ricordi di una vita.
I suoni secchi e cupi dei termini e delle espressioni – recidere, forbice, colpo di scure, “un freddo cala” – trasmettono con grande efficacia la disperata solitudine del poeta.
Secondo alcuni critici, la scomparsa del volto amato segna la fine dell’illusione di poter trattenere la giovinezza e, con essa, l’ispirazione poetica. Per altri, meno tecnicamente, esprime un senso struggente del tempo che fugge. Io vorrei proporre un’ulteriore suggestione, forse estranea a Montale, ma possibile e lecita al lettore, che arricchisce il testo poetico: la lirica come immagine plastica e drammatica dell’annullamento cognitivo recato dalla demenza di Alzheimer.
La nebbia diventa allora simbolo di una morte delle relazioni e del pensiero, prima ancora che dei corpi, di una «memoria che si sfolla» di ogni immagine, di ogni ricordo. E quel «viso in ascolto» evoca la dolente situazione dei familiari non più riconosciuti, degli amici dimenticati, che cercano invano nel volto del malato un guizzo di coscienza. In questi casi la recisione diventa totale e senza appello, e gli uomini e le donne che siamo stati precipitano davvero come gusci vuoti, scrollati nel freddo dell’autunno.
Vorrei dedicare i versi a tutti coloro che assistono una persona aggredita dalla demenza, e agli scienziati che cercano una via d’uscita da questo terribile destino.

1. Non recidere, forbice, quel volto,
2. solo nella memoria che si sfolla,
3. non far del grande suo viso in ascolto
4. la mia nebbia di sempre.

5. Un freddo cala... Duro il colpo svetta.
6. E l'acacia ferita da sé scrolla
7. il guscio di cicala
8. nella prima belletta di Novembre.

Parafrasi

Non tagliare, o forbice (metafora, intende la forbice del tempo), quel volto [quello della persona amata] rimasto ormai solo (solo/unico) nella memoria che si sta svuotando progressivamente (si sfolla), non fare che quel suo grande viso che ricordo nell’atteggiamento di ascoltarmi (viso in ascolto), si dissolva nella nebbia (metafora) dell’oblio che ormai cancella tutti i miei ricordi (cioè non distruggerlo).
Un improvviso senso di freddo cala (Un freddo cala: Viene l’autunno; sta a significare che la preghiera del poeta non sarà esaudita - la forbice e il freddo simbolizzano l’esperienza dolorosa, una ferita della vita) il colpo [inferto dalla forbice del giardiniere] recide la vetta dell’albero e l’acacia ferita scuote via da sé (da sé scrolla – fa cadere) il corpo rinsecchito di una cicala nella fanghiglia (belletta, arcaismo, voce dantesca ed anche dannunziana; allude ad un destino di decadimento fisico e morale) lasciata dalle prime piogge di Novembre.

Commento

Il linguaggio è fortemente simbolico. Anche in questa lirica il lessico montaliano si caratterizza per l’accostamento di termini quotidiani e usuali con parole colte (sfolla, svetta) o addirittura arcaiche (belletta= fango)
La poesia si articola in due tempi scanditi dalle due quartine: la prima quartina di carattere intimistico si incentra sul tema della memoria e il Poeta si augura che un volto caro, ancora vivo nella memoria, non venga tagliato dalle forbici del tempo, che attenua e confonde i ricordi, la seconda di carattere descrittivo mostra un giardiniere che mentre è intento a tagliare la cima di un’acacia fa cadere nel fango un guscio di cicale (labile ricordo dell’estate) che era rimasto attaccato a un ramo. Il poeta accosta all’immagine iniziale delle forbici del tempo che recidono i ricordi l’azione di una forbice reale che taglia una pianta. La memoria tende a cancellarsi progressivamente, lasciando l’uomo nella «nebbia» di un’esistenza vuota e di un’identità debole e incerta. Questo senso di smarrimento non deriva solo dall’assenza della donna amata, che in quanto donna-angelo è la sola in grado di dare valore all’esistenza riscattandola dall’insensatezza, ma rivela una condizione generale di alienazione, tipica dell’uomo moderno.


 

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