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Strategia USA, la dottrina Monroe planetaria

 

Considerazioni preliminari

 

Con questo saggio ci proponiamo di approfondire criticamente il documento “La strategia per la sicurezza nazionale degli Usa” diffuso dalla Casa Bianca nel settembre 2002, e di coglierne gli elementi di novità e di continuità rispetto all’alba dell’imperialismo americano.

La nostra tesi di fondo individua nell’aggressione all’Iraq il battesimo di fuoco di una dottrina Monroe planetaria, che, disancoratasi dal continente americano, si allarga al globo tutto. A tale proposito, puntelleremo lo studio con una riflessione sugli snodi più significativi della dottrina Monroe, smascherando e demistificando il “Manifest destiny”, ovvero la falsa coscienza necessaria che giustificava il progetto imperialista a “stelle e strisce” a cavallo tra Ottocento e Novecento, gli inizi del “secolo americano”, e che riecheggia oggi, pur nella discontinuità dell’attuale fase storica, nelle parole d’ordine dell’unilateralismo militare americano. In quest’ottica, ci pare opportuno analizzare due casi storici, quelli di Cuba e delle Filippine nella guerra ispano-americana del 1898, perché le modalità di gestione postbellica possono riproporsi con la c.d. “Dottrina Bush”.

 

Le tappe della dottrina Monroe

 

Nata il 2 dicembre del 1823 sullo sfondo dei primi movimenti di liberazione e della volontà delle potenze della Santa Alleanza (Austria, Francia, Prussia e Russia) di estendere all’America Latina la “restaurazione” del controllo coloniale, la dottrina Monroe postula, come “pericolo per la pace e per la sicurezza” e “atteggiamento ostile” verso gli Stati Uniti, ogni tentativo da parte di qualsiasi potenza europea di imporre al continente americano “il loro sistema”.

Da anticoloniale, la dottrina Monroe diviene invece la bandiera ideologica dell’espansionismo americano. I nuovi stati indipendenti rappresentano infatti per l’immediato futuro un importante e preferenziale sbocco commerciale per la nascente industria americana. Ma il vero debutto “di fuoco” della dottrina si ha nel 1845 con l’annessione del Texas, staccatosi dal Messico su pressione dei coloni americani, e l’anno successivo con l’invasione del Messico per strappargli il Nuovo Messico e la California e portare sul Rio Grande il confine tra i due paesi. Un passaggio chiave per alimentare le mire espansionistiche sui Caraibi e sul canale interoceanico per l’ingresso sul mercato asiatico.

Un’ulteriore tappa avviene dopo la pausa della guerra civile e in piena depressione economica. Dal 1875 sono i businessman, i banchieri, gli industriali e gli spedizionieri che intravedono nell’accesso più diretto al mercato mondiale una possibile fuoriuscita dalla crisi. Tra i più importanti gruppi di pressione, nel 1895 nasce la National Association Of Manifacturers, influente organizzazione degli industriali, con lo scopo di promuovere la conquista di mercati esteri. In questo contesto si riaffaccia la dottrina Monroe e il pretesto è fornito dalla controversia tra il Venezuela e la Gran Bretagna circa i confini della Guayana britannica. Lungi dall’essere una mera questione di “boundary line”, il controllo politico ed economico del sistema fluviale dell’Orinoco rappresenta un’altra testa di ponte per il mercato latino americano. A questo proposito, è illuminante la dichiarazione del segretario di stato Onley: la controversia “non è di piccola importanza”, perché concerne “un dominio di vasta estensione”, ovvero “l’intero sistema di navigazione interno del sud America”. Rincara la dose l’influente senatore Henry Cabot Lodge che senza infingimenti di sorta dichiara che “la supremazia della dottrina Monroe deve essere confermata e subito pacificamente se possibile, con la forza se necessario”. E in questo quadro trovano una giustificazione, oltre alle annessioni di Guam e Portorico, il protettorato di Cuba e l’annessione delle Filippine.

Poi è la volta della presidenza Theodore Roosevelt (1901 – 1909) che, ancora nel tentativo di superare la crisi di sovrapproduzione dell’ultimo decennio dell’Ottocento, incanala tensioni e contraddizioni in una peculiare forma di imperialismo, imperniata sulla dialettica tra democrazia interna, con esclusione di neri e mulatti, “selvaggi senza diritti”, nell’ambito di un suffragio universale “maschile”, ed enunciazione di “una nuova frontiera” aperta sull’Asia grazie alla costruzione del canale di Panama (per Roosevelt è proprio la fine della frontiera la causa della crisi della società americana). Il “casus belli” è dato ancora dal Venezuela in rotta con le potenze europee. Di fronte alla “politica delle cannoniere” di queste ultime per costringere il paese caraibico al pagamento dei propri debiti, il Presidente repubblicano, espressione del capitale monopolistico, risponde con l’integrazione della dottrina Monroe, con quello che passerà alla storia come corollario Roosevelt, contenuto nel messaggio al Congresso del 6 dicembre 1904. Il messaggio, disponendo l’identità tra interessi americani e interessi dei “loro vicini”, riconosce agli Usa un potere di polizia internazionale in tutto il continente americano, giustificando così l’intervento militare e il controllo politico “se diventa evidente che la loro inabilità o mancanza di volontà nel fare giustizia in casa e all'estero ha violato i diritti degli Usa o ha provocato aggressioni straniere a danno dell'intero corpo delle nazioni americane”, anche perché, aggiunge il corollario, “il diritto a tale indipendenza non può essere separato dalla responsabilità di farne buon uso”.

L’estensione della dottrina Monroe con il corollario Roosevelt è il presupposto storico dell’allargamento dell’imperialismo americano sui Caraibi e della prima penetrazione, tramite il canale di Panama, del capitale monopolistico nel mercato asiatico. E questo spiega, seppur indirettamente, la riorganizzazione dell’apparato militare, in special modo la marina, e la sua importanza per l’espansione commerciale, come già sottolineava il capitano Alfred Mahan nel 1897.

Peculiare applicazione della dottrina Monroe integrata con il corollario Roosevelt è, infine, la “diplomazia del dollaro di Taft e Knox”. La “diplomazia del dollaro” si presenta come “una moderna concezione di interscambio commerciale” finalizzata a realizzare un incremento del commercio americano nel continente latinoamericano, “sul presupposto che il governo degli Stati Uniti offrirà ogni giusto sostegno a qualsiasi legittima e vantaggiosa impresa americana all’estero”.

Invocata dal capitale monopolistico, la “diplomazia del dollaro” è infatti la soluzione politica, economica e anche militare, per metterne al riparo la penetrazione e il consolidamento in un continente attraversato, come spiega Taft stesso, “dalla minaccia costituita da un oneroso debito estero e dallo stato caotico delle finanze nazionali, nonché dal sempre presente pericolo di complicazioni internazionali dovute ai disordini interni”. I Caraibi si configurano sempre più come un “mare americano” e gli interventi militari e le occupazioni seguono ad ogni crisi che minacci gli interessi americani: nel 1906 e nel 1912 a Cuba; dal 1907 fino al 1924 è la volta di Santo Domingo; nel 1909  e dal 1912 al 1933 in Nicaragua; nel 1910 in Messico; nel 1915 ad Haiti.

Al termine della prima guerra mondiale, gli Stati Uniti hanno mostrato la propria forza militare, produttiva ed economica; la “dottrina Monroe” esce dal normalizzato “Western Hemisphere” per proporsi come modello adattabile a tutto il globo. A tracciarne il futuro è il presidente Wilson, già convinto della completa identità tra “principi americani” e “principi dell’umanità”, e promotore della Società delle Nazioni: «accordandosi tra loro, le nazioni dovrebbero adottare la dottrina del presidente Monroe come la dottrina del mondo». Non è quindi un caso che la neonata organizzazione internazionale, per quanto subito orfana degli Usa, riconosca nel 21° articolo la legittimità della stessa dottrina.

Nel secondo dopoguerra, infine, senza sostanziali novità, gli Stati Uniti riesumano la dottrina Monroe – Roosevelt in funzione di strumento di contenimento del pericolo comunista nell’America latina, in occasione delle operazioni militari in Guatemala (1954), a Cuba durante i primi anni del governo rivoluzionario e ancora a Santo Domingo (1965). Tocca a Kennedy, all’indomani dell’assalto alla “Baia dei Porci”, ricordare che “se le nazioni di questo emisfero non adempiono i loro obblighi contro la penetrazione dall’esterno del comunismo”, deve essere chiaro che il “governo non esiterà a far fronte ai suoi obblighi”.

Solo a questo punto, al termine dell’excursus storico qui esposto, si può, a nostro parere, individuare il mutamento, di fase e di prospettiva, della dottrina Bush, di cui l’attacco all’Iraq costituisce la prima applicazione. Tutt’altro che una risposta difensiva ad una minaccia reale, la nuova pianificazione strategica degli Usa contenuta nel documento “La strategia per la sicurezza nazionale degli Usa” diffuso dalla Casa Bianca nel settembre 2002, nella consapevolezza di “una forza militare non paragonabile”, espone un programma di espansione imperialistica degli USA su scala mondiale, imperniato sulla teorizzazione della “guerra preventiva” e “di durata indefinita” contro un nemico ubiquitario e sulla definizione di alleanze variabili con le altre potenze (con o senza Nato, con o senza Onu). L’obiettivo è dichiarato ed è quello della “liberalizzazione dei mercati e del commercio”, enunciato come una “priorità centrale per la sicurezza nazionale” e già enucleato, seppur in chiave di riposizionamento geo-strategico, nel Quadrennial Defense Review Report che recita: “come potenza globale, gli Stati uniti hanno importanti interessi geopolitici in tutto il mondo. Gli Stati uniti hanno interessi, responsabilità e impegni che abbracciano il mondo” e cioè: “precludere il dominio di aree cruciali, particolarmente l'Europa, l'Asia nordorientale, il litorale dell'Asia orientale, il Medio Oriente e l'Asia sudoccidentale [...] Contribuire al benessere economico tramite l'accesso ai mercati e alle risorse strategiche chiave [...] Cambiare il regime di uno stato avversario od occupare un territorio straniero finché gli obiettivi strategici statunitensi non siano realizzati". Una chiara svolta rispetto ai documenti precedenti del 1991, 1992 e anche, in parte, del 2001 integrato dopo l’11 settembre, che, nell’individuare avversari e concorrenti, delineavano ancora un disegno di mantenimento dell’egemonia statunitense. Ma proprio questa svolta spiega perché la dottrina Bush si presenta come una nuova dottrina Monroe planetaria[1][1].

In questa ultima e radicale versione, infatti, è il globo tutto e non più solo il continente americano a diventare “il cortile di casa” degli Usa; ma se, e qui sta la natura offensiva della dottrina Bush, gli interessi americani sono minacciati nel “cortile di casa” che è il globo, allora gli Stati Uniti hanno il diritto-dovere di intervenire, quando vogliono e come vogliono, per risistemare il mondo intero in funzione dell’espansione degli interessi nazionali americani e delle imprese multinazionali. Va da sé che l’affermazione dell’unilateralismo e della missione civilizzatrice degli Usa, prima solo nel continente americano, oggi su scala globale, non è, come alcuni credono, espressione del deficit di strategia, o peggio del dilettantismo dell’amministrazione Bush, ma è proprio la specificità della nuova dottrina Monroe planetaria che, dilatando sempre più lo spazio dell’intervento statunitense e della non ingerenza degli avversari, designa gli Stati Uniti come unico arbitro legittimato ad agire nelle zone strategiche della grande scacchiera.

 

“Manifest Destiny”, ovvero la falsa coscienza necessaria

 

Un programma ambizioso, quello dell’amministrazione Bush, la cui realizzazione passa attraverso la messa in opera di forme ideologiche all’uopo, che riecheggiano il “Manifest Destiny” del 1895 e le idee forza che formano l’ideologia di legittimazione di quell’espansione imperialistica causata dalla grande crisi di sovrapproduzione della fine del secolo XIX. L’assonanza tra le parole d’ordine, seppur separate da più di un secolo, è lampante e investe tutti i pilastri portanti dell’impalcatura della dottrina Bush.

Per cominciare nell’analisi, conviene prendere le mosse dalla dialettica tra universalismo e particolarismo. Il documento non fa sconti: innalza l’American way of life, ciò che è il particolare, a modello di civilizzazione tout court, ciò che è l’universale. Anzi, postula una totale coincidenza tra interessi nazionali americani e interessi della civiltà tutta: “gli Stati Uniti devono difendere la libertà e la giustizia perché questi principi sono giusti e veri per tutte le persone in ogni parte del mondo” e “questi principi possono essere soddisfatti in molti modi. La costituzione americana ci ha ben serviti”. Non solo. Sullo sfondo, si agita il compito della missione civilizzatrice degli Stati Uniti: “la causa della nostra nazione è sempre stata più ampia della difesa della nostra nazione. […] Lo scopo di questa strategia è aiutare a rendere il mondo non solo più sicuro ma migliore”. Un “vecchio fardello” dalla radici profonde, questo, già delineato dai primi profeti dell’imperialismo americano, a cavallo tra XIX e XX secolo, e con una forte presa sull’opinione pubblica. Diamo la parola a Fiske, colui che rielaborò il “Manifest Destiny” di O’Sullivan, e all’influente senatore Albert J. Beveridge. Mentre il primo, con forti venature social-darwinistiche e razziali, ribadisce che “l’opera civilizzatrice della razza inglese, cominciata con la colonizzazione del Nord America, è destinata a proseguire finché tutta la superficie terrestre in cui la vecchia civiltà non si è ancora insediata, non sarà diventata interamente inglese, per lingua, religione, istituti e tradizioni politiche e finché nelle vene dei popoli colonizzati non scorrerà sangue inglese”, il secondo, da sempre interessato alla espansione economica degli Stati Uniti, ammonisce che “non possiamo allontanarci dai nostri doveri dal mondo; è nostro dovere mandare ad effetto la volontà di un destino che ha voluto che fossimo più grandi delle nostre piccole intenzioni. Non possiamo ritirarci da tutti i territori in cui la Provvidenza ha fatto sventolare la nostra bandiera; dobbiamo salvare quei territori alla libertà e alla civiltà. Ci sono molte cose concrete da fare: (…) salvare essere umani, diffondere la civiltà in ogni mare e sotto ogni vento la bandiera della libertà”. Ad ostacolare questa missione civilizzatrice si frappone il male, allora identificato nella barbarie, oggi nel terrorismo, nemici sempre suscettibili di interpretazioni estensive.

Nel documento “La strategia per la sicurezza nazionale degli Usa”, infatti, all’unica superpotenza militare spetta l’ingrato (sic!) compito di “liberare il mondo dal diavolo”. Ma questo diavolo del XXI secolo ha il volto, sempre pronto per operazioni di chirurgia plastica, del terrorismo e quello delle cd “società chiuse”, ovvero tutto ciò che non è aperto, o si oppone, alla penetrazione capitalistica “a stelle e strisce”. Il documento, in più occasioni, ribadisce che la civiltà è tale solo se accoglie l’unico modello sostenibile, e cioè quello fondato su “libertà, democrazia e libera impresa”, uscito vincitore dalla lotta “contro il totalitarismo” (l’allusione all’Unione Sovietica è chiara). Da qui, una logica e perniciosa conseguenza: chi resiste all’espansione imperialistica non è più solo un “justus hostis” con un progetto egemonico alternativo, ma un soggetto esterno ed estraneo al “consortium gentium”. E la despecificazione sottesa a tale rappresentazione ideologica è la giustificazione ex ante ed ex post di bombardamenti dall’alto, trasfigurati come “operazioni di polizia internazionale” e “bombardamenti umanitari”, e della sospensione delle garanzie minime riconosciute dal diritto internazionale (un caso per tutti, i prigionieri segregati a Guantanamo). Ancora un tuffo nel passato. Nel “Manifest Destiny” sopra citato, gli Stati Uniti sono gli eredi dell’impero romano e, in quanto rappresentanti della civiltà unica, sono chiamati a “lottare contro la potenza sconvolgitrice dei popoli barbari” perché una “comunità pacifica, per poter continuare con successo nella sua opera, ha sempre dovuto essere sufficientemente forte e bellicosa da assoggettare i barbari vicini che nulla sapevano delle opere di pace”. Successivamente, sulla scorta di queste premesse si muove anche il presidente T. Roosevelt, che così giustifica la conquista di Cuba e delle Filippine: “è nostro dovere verso i popoli che vivono nella barbarie di vedere che siano liberati dalle loro catene: e possiamo liberarli soltanto col distruggere la barbarie stessa”. Ma chi sono questi barbari? A squarciare il velo della mascheratura ideologica è ancora Beveridge che, nel riconoscere le opportunità insite nell’espansione economica per superare nuove crisi di sovrapproduzione, ammette che “le fabbriche americane producono più di quanto il popolo americano possa assorbire; il suolo americano produce di più di quanto il popolo americano possa consumare. Il destino ci impone questa politica: conquistare una parte sempre crescente del commercio internazionale. In tutto il mondo collocheremo centri commerciali che distribuiranno prodotti americani”.

Come contro la barbarie, era chiaro che la pace globale potesse essere “garantita con la graduale concentrazione delle forze militari nelle mani delle comunità più pacifiche” e la guerra potesse “diventare una necessità” (Fiske), ora contro il terrorismo, una declinazione ubiquitaria della barbarie, lo stato di guerra diventa preventivo, permanente e di lunga durata. E questo traluce da alcuni passaggi illuminanti del documento della Casa Bianca: “la guerra contro i terroristi di raggio globale è un'impresa globale di durata incerta” poiché il nemico, a differenza dell’Unione Sovietica, “non è un singolo regime politico o persona o religione o ideologia. Il nemico è il terrorismo”.

Infine, un’ultima considerazione. Sullo sfondo di questa “grande narrazione ideologica”, si agita una visione provvidenziale e teleologica della storia. E’ questa forma di laicizzazione del messianismo religioso che alimenta la missione civilizzatrice degli Stati Uniti sul globo e il compito ad essi affidato di realizzare il “regnum dei”. E’ la fine della storicità, fatta di conflitti e contraddizioni, nell’unica storia possibile, quella americana. Come ribadito da Bush in occasione del 20° anniversario del National Endowment For Democracy, “we've witnessed, in little over a generation, the swiftest advance of freedom in the 2,500 year story of democracy. [...]The progress of liberty is a powerful trend. Yet, we also know that liberty, if not defended, can be lost. The success of freedom is not determined by some dialectic of history. By definition, the success of freedom rests upon the choices and the courage of free peoples, and upon their willingness to sacrifice. In the trenches of World War I, through a two-front war in the 1940s, the difficult battles of Korea and Vietnam, and in missions of rescue and liberation on nearly every continent, Americans have amply displayed our willingness to sacrifice for liberty.

Questo eccezionalismo fondamentalista non universale, un intreccio tra politica e religione che innerva la storia americana e di cui la “dottrina Bush” è solo l’ultima espressione, affonda le sue radici nel protestantesimo puritano inglese del Seicento, sulla sua idea – forza dell’alleanza tra Dio e popolo eletto (“chosen People”), che si salda organicamente con una visione socialdarwinista della società.

 

Cuba e Filippine. Il dominio indiretto e diretto

 

Questo destino manifesto compie i suoi primi passi già nel 1898 con la guerra ispano-americana per il controllo di Cuba e delle Filippine, quest’ultime indispensabili per piazzare proprie basi nel Pacifico e così partecipare alla spartizione, in collisione e collusione con le potenze europee, delle ricchezze della Cina; mentre Cuba rimane fondamentale per garantire il controllo dello zucchero alla industria zuccheriera americana e per assicurare il mar dei Caraibi alla marina militare, in vista della progettata costruzione del canale di Panama. La conclusione della guerra è nota: una sorta di protettorato per il Paese caraibico, l’annessione per le Filippine. Ma vediamo nel dettaglio come si arriva al dominio e quali forme questo assume nei due casi concreti.

Il nuovo conflitto tra il movimento di liberazione nazionale e il governo coloniale spagnolo è addotto a pretesto da McKinley per l’intervento a Cuba, in ciò facilitato dalla grande emozione suscitata dall’affondamento del Maine attribuito agli spagnoli. Al termine di una facile vittoria, gli Stati Uniti instaurano un protettorato sull’isola caraibica per gestire, “in nome dell’umanità, in nome della civiltà e per gli interessi americani danneggiati”, una lunga transizione sotto una tutela politica che garantisce, una volta rigettate le spinte annessionistiche, per motivi economici e razziali, il ripristino delle condizioni favorevoli per il capitale americano. Questo progetto costituisce per gli USA una vera e propria priorità poiché, come ricorda Henry Cabot Lodge, “i nostri interessi economici nell’Isola sono grandi. […] Cuba libera significherebbe un grande mercato per gli Stati Uniti. Significherebbe una opportunità per il capitale americano. Un’opportunità per lo sviluppo di quell’Isola”. E per realizzarlo l’architrave è l’emendamento Platt, inserito come appendice nella nuova costituzione cubana nel 1901, ma poi incorporato nel trattato permanente stipulato il 22 maggio 1903 tra il governo di Cuba e quello degli States. Questa clausola, imposta con la minaccia di un’occupazione militare sine die, prevede che il governo di Cuba metta a disposizione il proprio territorio per eventuali basi militari Usa, si impegni a non stringere mai alleanze internazionali contrastanti con gli interessi Usa e a riconoscere il diritto all’intervento nell’isola in determinate circostanze. Illuminanti le parole del governatore militare Wood: “con l’emendamento Platt, naturalmente, non resta a Cuba che ben poca o nessuna indipendenza”.

Intrecciata con Cuba, è la questione delle Filippine. Qui, per la vittoria americana sulla Spagna, un ruolo fondamentale è svolto dai nazionalisti filippini guidati da Aguinaldo e fatti sbarcare a Manila dagli americani con la promessa dell’indipendenza. Sconfitti gli spagnoli, i nazionalisti danno vita ad un repubblica democratica. Ma a questo punto per non perdere le Filippine, la cui centralità per il capitale americano è ben vista da Albert J. Beveridge (“Le Filippine ci danno una base sulla porta di tutto l’Est». «il Pacifico è l’oceano del commercio del futuro […]. La maggior parte delle future guerre sarà per il commercio. Il potere che governa sul Pacifico, perciò, è il potere che governa il mondo. E, con le Filippine, questo potere è e sarà per sempre della Repubblica Americana”),  gli Stati Uniti decidono per l’annessione e la sanguinosa repressione del movimento di liberazione nazionale. Le Filippine sono infatti un avamposto strategico e irrinunciabile per il controllo del mercato cinese, già oggetto di spartizione da parte di Gran Bretagna, Francia, Russia, Germania e Giappone. Per giustificare questa soluzione, si ricorre, a differenza di Cuba, al topos dell’incapacità di autogoverno della popolazione indigena, per il tramite di una rappresentazione razzista necessaria per sostenere la missione di civilizzazione, la c.d. “Benevolent assimilation” del presidente McKinley. Diamo la parola a Roosevelt e a Beveridge: il primo sostiene che non resta altra possibilità che “mantenere le Filippine, che educare i filippini innalzandoli, civilizzandoli e cristianizzandoli e con l’aiuto di Dio fare il nostro meglio per loro come nostri fratelli”; il secondo, senza infingimenti, parla di “una razza barbara», di filippini “incapaci di autogoverno”, e di come sia “appena possibile che mille uomini in tutto l’arcipelago siano capaci di autogoverno nel senso anglo-sassone”. E’ un progetto che oggi chiameremmo di “Nation building”, ovvero l’occupazione e lo sfruttamento prolungati con la scusa della preparazione alla indipendenza. Gli strumenti di attuazione sono la costituzione di un’assemblea nazionale filippina, eletta a suffragio ristretto e sotto tutela del governatore americano, prima militare, poi civile, e la collaborazione di una subalterna élite filippina, costituita da grandi proprietari terrieri che garantiscono il controllo sulle popolazioni locali. Il tutto al prezzo del massacro del movimento di liberazione nazionale insorto subito dopo l’occupazione.

A questo punto, è possibile istituire un parallelismo tra queste soluzioni e quanto si sta verificando nell’Iraq occupato. Come spiegano anche gli studiosi della rivista “Monthly Review” nell’editoriale del numero 6, volume 55 (November 2003), “the Philippine-American War is now being rediscovered as the closest approximation in U.S. history to the problems the United States is encountering in Iraq”. Simili, infatti, le istituzioni chiamate a gestire l’occupazione e a normalizzare il Paese, predisponendo così le migliori condizioni per spartirsi il bottino: un Governatore americano e un Consiglio Provvisorio di nomina americana, composto da forze collaborazioniste.

 

Un articolo su questi temi, degli stessi due autori, è stato pubblicato sul n° 97 della rivista “La Contraddizione”.

di Francesco Avolio

Per documenti e i discorsi ufficiali, si veda l'ampia collezione ospitata

nel sito web http://www.boondocksnet.com/moa/index.html

Nota

[1][1] Per non ingenerare equivoci astorici, è opportuna una precisazione. La Monroe del 1823 non contiene "in nuce" la dottrina Bush. Ma nella lunga durata, la dottrina Monroe, rivisitata e corretta (il corollario Roosevelt, per esempio), si attaglia, pur tra mediazioni, alla nuova epoca imperialistica. Non certo e non solo per strategia politica o geo-politica, ma per affrontare condizioni materiali diverse. In altri termini, la dottrina Monroe, nel passaggio dal colonialismo all'imperialismo, passando per il capitalismo, muta pelle: cambia e si sviluppa. Insomma, il processo non è mai presupposto, ma posto. In questa ottica di analisi, connotare la dottrina Bush come nuova dottrina Monroe planetaria non implica un riconoscimento alle mode che postulano un ritorno al colonialismo o parlano di neocolonialismo. Tutt'altro. A nostro giudizio, la dottrina Bush si configura come una nuova dottrina Monroe planetaria perchè la sua sostanza imperialistica si da, oggi e nelle mediazioni del caso, nella forma coloniale, meglio nella forma del controllo coloniale (caso eclatante il corollario Roosevelt), senza che questa forma cambi la sua sostanza.

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