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Conclusione de “Lo Scudo di Talos”  - V. M. Manfredi

di Andrea Camerini

a cura del professor Luca Manzoni

Una volta adempito al proprio dovere, restituire cioè alla terra l’armatura e la spada di re Aristodemos, Karas si recò alla capanna della fonte alta, quella che fu la propria essenziale ma sicura dimora per gli oltre vent’anni durante i quali visse fra gli iloti di Kritolaos. Il vento diveniva gelido, sferzando le nubi portatrici di pioggia, che, minacciose, passavano in rassegna i campi incolti e, con esse, anche l’estate procedeva lungo il proprio cammino, cedendo il passo al sempre più pungente freddo e alle violente tempeste, che insidiavano la navigazione. Karas lo sapeva bene, poiché gli dei avevano voluto per lui una vita da viaggiatore; dunque, raccolte le vettovaglie, decise di partire alla volta del porto di Pylos, in Messenia, nell’intento di raggiungere i propri compagni salpati sotto la protezione degli Ateniesi verso nuove colonie in terre straniere.

In un cupo pomeriggio d’ottobre, una piccola imbarcazione carica di miseri pastori messeni, iloti laconi e di alcuni ufficiali del governo di Atene solcò l’Ionio, diretta verso alcuni insediamenti rurali dell’Italia meridionale. Tra gli sparuti migranti svettava l’imponente figura di Karas, il quale, malgrado la stazza immane, la muscolatura possente e le profonde cicatrici sul volto, lasciava intravedere qualche piccola goccia color del mare sgorgare dall’unico occhio, mentre contemplava con malinconia le sempre più lontane coste greche.

Tuttavia il gigante ignorava che in quell’esatto istante l’amico Talos, che credeva  morto, stava cavalcando nella direzione opposta, verso l’Arcadia, diretto alla polis di Mantinea, costituita dall’unione di cinque ristretti villaggi agricoli, dove avevano trovato rifugio la madre, ormai anziana, la moglie Antinea ed il figlioletto Aristodemos. Appena dopo la ritirata degli Spartani da Ithome, Talos aveva ricevuto notizia da un messaggero proveniente da nord che la città di Mantinea, al contrario delle limitrofe Argo e Tegea, aveva giurato fedeltà a Sparta, inviandole delle truppe ausiliarie per fronteggiare la rivolta ilota.

La sua famiglia era quindi in grave pericolo: tutto ciò per cui Talos aveva lottato fin dalla partenza per le Termopili stava per essere perduto, da un momento all’altro.

Al tramonto giunse nella proprietà dove si nascondevano i propri famigliari; da lontano vide l’abitazione di paglia: le luci splendevano all’interno, la porta era divelta. Impastoiò il cavallo e, brandendo la spada insolitamente tremante, entrò, con un nodo che gli serrava la gola: la piccola stanza era in totale soqquadro, la misera mobilia distrutta, la stuoia di canapa che separava l’ingresso dai giacigli era lacera e imbrattata di sangue.

Talos ne scostò i brandelli e vide la madre a terra, esanime, in una pozza scarlatta. Le accarezzò i capelli canuti, le socchiuse le palpebre semiaperte e si inginocchiò al suo fianco, piangendo. La donna che lo aveva amato, cresciuto ed atteso per lunghi anni ora giaceva trafitta al petto a causa di Sparta; non riusciva nemmeno ad immaginare l’odio che provava per quella città che gli aveva causato un così immenso dolore fin dalla nascita.

In un silenzio urlante rabbia e disperazione, un calpestio di erba secca destò l’attenzione di Talos: si precipitò fuori dalla dimora, la spada più salda che mai tra le mani, avvicinandosi al piccolo fienile a pochi passi da lui. Si accostò alla porta diroccata, la aprì con immane violenza e si accinse a scagliarsi iracondo su qualsiasi cosa fosse stata alla propria portata, quando un grido femminile lo bloccò. Si scostò dall’ingresso, lasciando che la fiamma accesa nella capanna illuminasse i lineamenti di Antinea, a stento riconoscibili, scavati dal terrore e dal digiuno e, avvinghiato alle sue ginocchia riconobbe gli occhi speranzosi del piccolo Aristodemos fissarlo dalla semioscurità.

I tre si guardarono per pochi, lunghi istanti, per poi stringersi in un intenso abbraccio.

Antinea ruppe il silenzio, tra i singhiozzi: “Sono addolorata per tua madre, Talos. Ho tentato di fermarla in ogni modo, ma lei ha voluto che ci nascondessimo qui, al riparo dalle lame degli alleati di Sparta, mentre lei li avrebbe persuasi di essere la sola in casa”.

“Lo so, conosco mia madre: vi amava più di se stessa e non ha esitato a dare la vita per proteggervi” la rassicurò Talos. “Ma ora dobbiamo andarcene, prima che ricomincino i rastrellamenti!” esclamò, afferrandoli e caricandoli sul cavallo. “Abbandoneremo questa terra a noi ostile e raggiungeremo il porto di Pylos prima che gli Ateniesi facciano ritorno nella propria città: i rapporti con Sparta sono più tesi che mai e non è escludibile un’altra guerra”.

Con la complicità delle tenebre, la famiglia lasciò Mantinea e Talos governò l’ormai sfiancato cavallo attraverso i tortuosi percorsi della regione fino al mattino seguente, in modo da essere certo che non fossero seguiti.

Nelle settimane successive Talos si sentì finalmente a casa, benché procedesse lungo l’itinerario previsto, attraversando da nord a sud l’intero Peloponneso: la propria dimora si trovava ovunque fossero Antinea ed Aristodemos. Il bambino era ormai cresciuto, biondi boccoli d’oro ne adornavano il volto degno di un dio e le membra, sane e robuste, lo sostenevano negli interminabili giochi infantili. Furono giorni felici, spensierati, a volte si scordarono persino di essere esuli senza patria, in fuga dalla spada di Sparta.

Quand’ecco che, ad una giornata di cammino dalla costa, il riecheggiare nell’aria salmastra dell’innaturale melodia dei flauti, cadenzata dal ferreo percuotere dei tamburi, raggelò il sangue di Talos. Tornò indietro con la mente a quando era poco più che fanciullo, a quella calda giornata estiva in cui si era allontanato dai pascoli del Taigeto per osservare i soldati spartani rientrare in città, quegli stessi uomini tra cui figurava il misterioso guerriero dragone, che, anni dopo, avrebbe scoperto essere suo padre Aristarchos.

L’avrebbe riconosciuta tra mille: era la marcia di Sparta.

A poca distanza iniziarono ad intravedersi le lance degli opliti di testa stagliarsi nel cielo minacciose, seguendo un impercettibile moto ondulatorio; la strada era un valico fra le alture rocciose dell’area, perciò era impossibile abbandonarla ed occultarsi. Stringendo moglie e figlio a sé, Talos procedette sicuro sui propri passi, il portamento ritto e fiero, lo sguardo impassibile. I soldati rimasero increduli alla vista che si presentava loro: molti consideravano Talos come un eroe, un uomo valoroso colpito duramente dal fato, ma che ebbe il coraggio di sfidare Sparta, l’invincibile; altri invece ritenevano che fosse un vile traditore, che gli dei punirono alla nascita in previsione di ciò che avrebbe compiuto. Fra coloro che si schieravano secondo questa opinione, vi era re Pleistarchos, figlio del Leone: egli era stato inviato di persona ad Atene dagli Efori e dagli Anziani per provvedere ad allentare le tensioni che si stavano sviluppando tra le due potenze elleniche.

Appena ne riconobbe i lineamenti, il monarca, mosso dall’ira, smontò da cavallo, brandì la spada e si avventò su Talos, quando, prima che la lucente lama potesse intaccarne la misera veste, un sibilo squarciò l’aria. Pleistarchos cadde a terra in un rantolo, mentre la guardia reale si chiudeva attorno al sovrano morente. Tutti riconobbero l’impennaggio del dardo, tipicamente persiano; gli opliti si disposero prontamente a falange, mentre le guardie provvedevano ad immobilizzare Talos e la sua famiglia.

Improvvisamente un altro rumore si diffuse lungo il sentiero, crescendo sempre più, fino a divenire assordante: come dal nulla, apparve un uomo incappucciato che correva verso i laconi, impugnando un arco siriano e gridando con l’intensità di un esercito intero.

Talos, approfittando dello stupore generale, riuscì a tramortire l’oplite che lo reggeva e a liberare Antinea ed Aristodemos, ma qualcosa gli impediva di mettersi in salvo, nonostante le implorazioni della moglie. Quando fu più vicino, l’uomo misterioso iniziò a scoccare frecce con una velocità ed una precisione inumane, colpendo gli scudi e le corazze spartane, mentre gli opliti rispondevano scagliando lance. Talos, miracolosamente incolume in quella fitta nebbia di legno e ferro sibilanti, fissava l’uomo allibito, senza capirne il motivo.

All’improvviso la figura, rallentando la corsa, si levò il cappuccio dal capo, e, scoprendo il volto olivastro irto di una folta barba corvina, gridò: “Corri Due-Nomi, corri!”.

Poi un giavellotto lo colpì al braccio destro, disarmandolo della formidabile arma, un altro ancora alla gamba, costringendolo ad inginocchiarsi, ed infine il colpo letale, al petto.

Talos, sollevato Aristodemos ed afferrata Antinea, seguì il consiglio di un amico che mai più avrebbe pensato di rincontrare e, senza distogliere lo sguardo da quella scena così straziante, seppur eroica, fuggì.

Ma il porto di Pylos era ormai vicino…

 

 

 

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